Antico Testamento
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Pier Francesco Zarcone: Il problema storico dell’Antico Testamento

Il problema storico dell’Antico Testamento
Pier Francesco Zarcone

Il mio recente articolo “Il ricorrente problema etico dell’Antico Testamento” (interculturalita.it del 12.12.2023 e claydscap.com) si era basato sul mero contenuto dell’Antico Testamento (in prosieguo AT), ed in particolare sul Libro di Giosuè, mirando ad evidenziare quanto fosse orrida l’immagine divina presentata dai redattori ebraici (originari e successivi) dei testi biblici. Tuttavia questo necessita di un’integrazione. Per evitare facili accuse da parte dei non esperti della materia – sempre pronti a difendere i loro nozionismi scolastici come se fossero dogmi – è meglio rifugiarsi subito dietro a quanto scrisse un grande semitista italiano, il prof. Giovanni Garbini (1931-2017):

La figura di Yahweh che emerge dal suo comportamento come viene descrito dall’autore della «storia sacra» di Israele appare a dir poco sconcertante: un dio bugiardo, irascibile, imprevidente, che non mantiene la parola data (…) e non nasconde la sua invidia per l’uomo; il vantare la propria terribilità e ferocia anche in situazioni amichevoli, come le teofanie sul Sinai (…) non contribuisce certamente a migliorarne l’immagine[1].

Per lungo tempo le parti narrative dell’AT sono state intese erroneamente come “Libri Storici”, ed è nell’interesse del Sionismo continuare a presentarli come tali, tant’è che nelle scuole dell’entità sionista detta Israele sono usati come fondamentale libro di storia. Nel nostro citato scritto li abbiamo assunti provvisoriamente come tali, giacché ad interessarci in tale sede era il profilo etico del racconto.

Il Libro di Giosuè – forse composto da Ebrei rientrati in Palestina da Babilonia – produce raccapriccio con la dettagliata esposizione della crudeltà ebraica nel genocidio delle genti di Canaan; tuttavia la Storia assolve gli antichi Ebrei da quel crimine. Tuttavia, oltre a lasciare inalterata la questione etica dell’AT, si pone il problema su quale oscuro abisso dell’inconscio abbia portato gli autori ed i rimaneggiatori di quel Libro ad assumere ed esaltare il sadismo di massa. Che significa questa frase? Significa che quel genocidio non ci fu mai, come pure non ci fu mai la conquista israelitica di Canaan, di cui l’archeologia non ha scoperto alcuna traccia.

Ma non è questo l’unico caso di mancata conferma dei racconti “storici” della Bibbia ebraica, a cominciare dall’origine degli Ebrei, cioè se siano venuti originariamente dallo spazio siriano o da quello mesopotamico. Può darsi che ad un dato momenti una manciata di Ebrei sia uscita dall’Egitto, ma sembra proprio che il loro insediamento nella terra di Canaan sia dipeso da gruppi nomadi semiti, che già percorrevano quella zona, e passarono poi al seminomadismo ed infine alla stanzialità.

La grande maggioranza delle parti “storiche” del AT furono scritte dopo il c.d. “esilio babilonese” da redattori legati al ceto sacerdotale proveniente da Gerusalemme e quindi dal regno di Giuda e non di Israele[2] in base alle loro contingenti esigenze ideologiche. Quello stesso ceto avido di potere a cui si deve l’atroce morte di Gesù Cristo sulla croce. Molti eventi furono retrocessi temporalmente, anche a periodi antichissimi, e fu costante l’esigenza di fare “bella figura” almeno nella rappresentazione fittizia del passato, che d’altro canto non rischiava di essere smentita dai popoli vicini stante il loro disinteresse per le rodomontate pseudo storiche degli autori dei testi ebraici.

Per le parti “storiche” dell’AT si potrebbe, nella migliore delle ipotesi, parlare di “mitostoria”, tuttavia attribuendo alla parola “mito” il significato negativo datole dalla secolarizzazione intervenuta nello sviluppo dell’antica Grecia, e che portò il siciliano Evemero (330 a.C.-250 a.C.) alla totale incomprensione/svalutazione del mito. Possono altresì entrare in gioco vari generi letterari (leggenda, parabola, invenzione pedagogica ecc.); ma la Storia lasciamola perdere.

L’AT è racconto “esemplare” nella narrazione relativa ad Adamo ed Eva, e nella parte che arriva ai Patriarchi condivide col mito vero e proprio l’atemporalità rispetto al tempo profano.

Molti anni fa ebbe grande successo il libro La Bibbia aveva ragione (1955) del tedesco Werner Keller (1909-1980), evidentemente basato sui risultati dell’archeologia biblica dell’epoca. Poiché le scoperte archeologiche non si sono affatto fermate al 1955, oggi un nuovo libro sull’argomento potrebbe avere come titolo La Bibbia in buona parte aveva torto. In estrema sintesi, oggi archeologi (anche israeliani), storici e semitisti sanno perfettamente che nulla è stato rinvenuto a suffragio di fasi cruciali del racconto biblico sull’antico Israele, come l’Esodo, la citata conquista di Canaan, gli asseriti “potenti” regni di Davide e Salomone.

Anche il “genocidio cananeo” risponde ad un precisa logica: “avremmo voluto farlo, ma non ne avemmo la possibilità; comunque ci rifacciamo col raccontare un passato in buona parte immaginario di cui le penne ebraiche sono artefici non discutibili”. Per dirla con Giovanni Garbini,

fare che le tribù ebraiche comandate da Giosuè conquistino militarmente la Palestina significa creazione di un dato storico fittizio, inventato per rispondere alle necessità di un nazionalismo frustrato[3].

D’altronde, che gli antichi Ebrei ed i loro minuscoli regni asiatici – trasformati in potenze regionali dagli autori biblici nei casi di Davide e Salomone – fossero di poco conto nel quadro globale del Vicino Oriente, lo dimostra il fatto che già Erodoto (484-425 a.C.) non chiamò la regione col nome degli Israeliti, ma con quello di una popolazione locale in precedenza sconfitta dall’invasione assira ed arcinemica degli Israeliti: cioè Palestina dal nome dei Filistei, che evidentemente il grande storico greco considerava  ben più importanti degli Ebrei. A volte la Storia è ironica.

Cominciamo con l’Esodo dall’Egitto. A leggere l’AT si trattò di una catastrofe per quel paese, il cui esercito addirittura sarebbe perito nella chiusura delle acque del Mar Rosso. Nessuna storiografia egizia ne parla. Il che significa poco per ovvi motivi politici. Tuttavia è indubbio che se ci fosse stato l’annientamento dell’esercito egiziano narrato dalla Bibbia ebraica, o per lo meno un grande disastro dell’armata faraonica, taluno dei vari nemici dell’Egitto ne avrebbe subito approfittato, armi alla mano. Ma nulla di tutto questo accadde, perché nulla era capitato all’esercito egiziano: il Mar Rosso non si aprì e non si chiuse, se mai gli Ebrei vi passarono.

Quella guidato da Mosè (nome di origine egiziana) sarebbe stata una fuga dall’Egitto per andare … in un territorio sotto sovranità egiziana e sede di alcune guarnigioni, giacché tale era la terra di Canaan. Una bella fuga, non c’è che dire!

Non è individuabile con certezza il faraone del presunto esodo: Ramesse II (1303-1212 a.C.?) oppure suo figlio Merneptah o Merenptah (1273-1203 a.C.?)? Si dovrebbe forse escludere il primo, condottiero di varie campagne nella grande Siria ed infine di una guerra contro gli Ittiti, senza trovarvi Ebrei. Lo stesso non può dirsi per il figlio, che sembra averci lasciato la prima e fondamentale prova dell’esistenza storica di Israele: una stele a celebrazione delle sue vittorie, molto interessante per quel che rivelano i suoi geroglifici. Su granito nero, datando “quinto anno, terzo mese di shemu, terzo giorno” (più o meno 1209-1208 a.C.) tra i Canaanei sconfitti si citano gli ysrỉr, da molti studiosi identificati con Israele. Non deve essere stata una vittoria difficile, giacché tali presunti antichi Ebrei sono raffigurati sulla stele col geroglifico  sovrapposto a quello . Tale associazione fra l’ideogramma maschile e il femminile era usata per indicare una semplice popolazione allo stato nomade. Se si fosse trattato degli Ebrei portati a Canaan da Mosè è certo che, trovandosi alle prese col micidiale esercito di Merneptah non avrebbero avuto il tempo e la possibilità di conquistare quella regione perché schiacciati dal Faraone.

Nella serie abbastanza lunga di episodi biblici inventati può citarsi quello di Sansone. Prescindiamo pure dal non essere ebraico il suo nome; sta di fatto che il suo ultimo gesto – far crollare le due colonne che reggevano l’architrave del tempio filisteo in cui era prigioniero, ed assumere la paternità di una frase diventata famosa – non presenta alcuna base storica perché non esistevano edifici sacri filistei con architrave retto da due colonne. Le due colonne (Jakin e Boaz) erano nel Tempio di Salomone.

Davide e Golia. Chi uccise il povero Golia? Davide oppure – come contraddittoriamente indica il Libro Samuele2 – tale Elcanán di Betlemme? Davide fu un vassallo filisteo impadronitosi del piccolo insediamento gebuseo dove poi sorse Gerusalemme e non andò mai oltre al livello di fortunato capobanda canaaneo con pochi scrupoli etici e sicuramente da non prendere ad esempio come persona..

Dalla critica storica non si salva nemmeno Salomone. Le ricostruzioni molto a posteriori del suo famoso Tempio presentano un edificio mastodontico, di cui può solo dirsi che non avrebbe mai potuto trovare spazio fisico nella piccola Gerusalemme dell’epoca a causa della famosa legge di impenetrabilità dei corpi. Quindi, a prescindere dal non essere chiaro se il Tempio fu costruito da Davide o da Salomone, è certo che si trattò di una specie di cappella reale; e difatti gli stessi archeologi israeliani (parte più che interessata politicamente) non ne hanno trovato traccia alcuna.

La seduttrice regina di Saba – se mai esistette e se mi si recò a Gerusalemme – non fu certo attratta dalla potenza di Salomone, ma forse dalla sua saggezza/sapienza. Chi lo sa? Qui la dinastia reale etiope che vanta la discendenza da Menelik, figlio di Salomone e della suddetta regina di nome Bilqis, rischia di restare priva di queste illustri origini.

Nella Bibbia ebraica si parla anche di un matrimonio fra Salomone e una figlia del Faraone, cosa inventata giacché la consistente politica estera matrimoniale dei sovrani d’Egitto si sviluppava sempre mediante matrimoni con principesse straniere, e mai dando in sposa un’appartenente alla famiglia reale egizia a un re straniero. E tanto meno una principessa faraonica sarebbe stata data a un oscuro signorotto asiatico, quale era Salomone.

Infine, il Faraone Sheshonq I (-924 a.C.?) che conquistò Gerusalemme, saccheggiandone il Tempio. Accadde poco dopo la morte di Salomone, come dice l’AT, oppure quando il figlio di Davide era ancora vivo? In ambedue i casi il regno davidico non doveva essere gran cosa.

E qui ci fermiamo, osservando – extra ordinem – che nel corso della Storia agli Ebrei altri popoli si sono appropriati dell’esclusiva elezione da parte di un dio privato creatore dell’umanità ma amante solo di un o tra i popoli che ne fanno parte. Infatti col Protestantesimo i membri dell’anglosfera ed i tedeschi – come notato dal sociologo francese Emmanuel Todd (n. 1951) – «a forza di leggere troppo la Bibbia si sono creduti eletti da Dio»[4].

Nonostante la possibilità di demolire sul piano storico l’AT, ed il fatto di demolirlo, non significano che Cristiano lo debba buttar via. L’AT contiene preannunci – spesso non molto velati – dell’avvento del Messia Gesù e di una struttura Pluripersonale dell’Unità divina. Al riguardo è utile riferirsi, per esempio, agli accurati studi compiuti dall’ortodossa francese Annick de Souznelle (n. 1922!) sul testo dell’AT ebraico[5] (benché rimaneggiato da rabbini farisei dopo il 70 d.C.). Tali studi mostrano quanti e quali tesori teologici si nascondano in una vasta gamma di parole e/o espressioni, soprattutto per i non Ebrei.

Esempio tipico – ed altri non ne facciamo per non andare fuori tema – è dato proprio dalla prima riga della Genesi. La sua traslitterazione è be-re’shit (בְּרֵאשִׁית) bara Elohim (nome al plurale e verbo al singolare!), generalmente tradotto “nel principio (o in principio) Dio creò”. Poiché in tutte le lingue semite non si scrivono le vocali brevi, ma solo le consonanti e quelle che per noi sono vocali lunghe, notò la de Souznelle che inserendo vocale diversa da quella abitualmente usata, e traslitterando in bar-‘eshit, la cui grafia non muta (è sempre בְּרֵאשִׁית), viene fuori una creazione dovuta al Figlio (di Dio)[6]. Naturalmente al monoteismo monopersonale ebraico tutto ciò o è sfuggito oppure ha preferito occultarlo. Oltre a non essere un problema nostro, si tratta di un’altra storia; e ui ci fermiamo. Forse sarà per un’altra volta.

[1] Mito e storia nella Bibbia, Claudiana, Torino 2022, pp. 197-98.

[2] Si ricorda che alla morte di Salomone (933 a.C.?) il suo regno si divise in due entità divise e fra loro nemiche: Israele e Giuda.

[3] Historia e ideologia en el Israel antigo, Bellaterra, Barcelona 2002, p. 16.

[4] La défaite de l’Occident, Gallimard, Paris 2024, p. 144.

[5] L’Alleanza dimenticata. La Bibbia rivistata, Servitium, Milano 2010; La lettera, strada di vita. Il simbolismo delle lettere ebraiche, Servitium, Milano 2011.

[6] L’alleanza cit., pp. 79-83.