“Pagine Libere” su D’annunzio, Giolitti e la crisi di Fiume (1921)
L’estremo Giolitti
Paolo Orano
Pagine Libere
Rivista mensile di Politica, Scienza ed Arte
25 marzo 1921, pp. 97-102
L’Italia non è un paese dove gli uomini di governo possano avere trionfi. I risultati della loro opera possono tutt’al più culminare in un successo, ma il successo è dovuto, per chi sappia vedere e vedere dall’Italia, più a condizioni negative dell’opinione pubblica che ad energie ed a virtù eccezionali di questo o di quell’uomo di governo.
In quanto all’on. Giolitti egli non è in nulla diverso da quel che era vent’anni or sono, quando ritornò silenzioso dal suo forzato esilio in Germania, in seguito ai famosi scandali parlamentari e giudiziari della Banca Romana, quando si accodò con abile umiltà al gabinetto Zanardelli, quando, ministro dell’interno, pronunciò il «vieni meco» al governo all’on. Filippo Turati, proclamando il diritto di sciopero ed esaltando i nuovi profitti delle classi operaie con gli aumenti di salario.
L’on. Giolitti resta ad ottant’anni quello ch’egli era a sessanta. Egli è sempre al governo durante il periodo in cui si prepara una tragedia nazionale; la tragedia nazionale lo spazza via ed egli, nella curva di stanchezza, di noia, d’abbandono del Paese, ritorna con programma di pace al quale mette le mani servendosi di mezzi violenti e sanguinosi.
Con gli scandali della Banca Romana — 1892-1893 — incominciò di fatti quel rovinoso periodo di sommosse, stragi, rivolte, che nel ’94 e nel ’98 ebbe due episodi terribili, i quali misero in forse le istituzioni politiche medesime, e si chiuse con l’uccisione di Re Umberto il 29 luglio 1900. Il medesimo uomo di governo che ieri come oggi esaltava dal suo banco l’efficacia rasserenatrice del metodo innovato dinanzi alle classi operaie, conta tra i suoi fasti le operazioni di polizia più sanguinose contro le folle tumultuanti che dettero per molti anni celebrità sinistra a funzionari dell’arma dei carabinieri e dell’esercito – Ponte di Berra, Giarratara, ecc. ecc. L’applicazione del diritto allo sciopero si realizzava con metodi cruenti e repressivi venti anni fa, come s’è realizzato per le mani del medesimo uomo nel sangue, l’applicazione «pacifica» del trattato di «pace» di Rapallo, a Fiume.
Come l’ultimo funebre evento di Fiume non c’insegna nulla di nuovo e di diverso a riguardo dell’onor. Giolitti, così egli non ha imparato nulla di diverso e di nuovo dall’esperienza lunghissima della sua vita di capo del governo. A parole è un democratico di sinistra, un conciliatore, un pacifico; a fatti non trova altro modo per risolvere una questione che quello che egli chiama una «operazione di polizia», la cui diretta responsabilità, poi naturalmente gli piace far ricadere sui funzionari che egli investe dei pieni poteri perchè, a qualsiasi costo, l’ordine sia ristabilito.
La questione di Fiume egli l’ha trattata come fosse una questione d’ordine interno. Ma non si creda che l’abbia fatto perchè ispirato da una sua particolare concezione della città Adriatica, e cioè perchè in fondo la considerasse già come terra e materia italiana. Niente affatto. L’on. Giolitti non ha mirato col Trattato di Rapallo a creare una indipendenza ed una sovranità italiana in Fiume. Con quel compromesso egli ha invece inteso di liberare il suo governo dal più grosso fastidio lasciatogli in eredità dal predecessore on. Nitti, di toglier di mezzo l’imbarazzo fiumano, troncando netto il pericolo di un allargarsi della maliarda propaganda dannunziana nelle file dell’esercito e della marina, e sopratutto ha cercato nella decisiva, violenta, sanguinosa, improvvisa, inaspettata «operazione di polizia» contro Fiume, mostrare la propria forza di mantenitore dell’ordine a qualsiasi costo.
L’on. Giolitti è un questore avveduto. Ha la qualità di antivedere le probabilità della riuscita di un’operazione del genere. Quando le maestranze operaie, durante l’estate scorsa, occuparono le officine, egli intuì subito che l’operazione di polizia non gli sarebbe riuscita, non tanto perchè com’egli afferma contro la verità — mancassero al governo le forze militari e di polizia sufficienti a ristabilire il diritto di proprietà, ma perchè l’incertezza e la debolezza dell’opinione pubblica e della stampa e le sorde manovre del suo competitore e dei seguaci, gli costituivano tutt’intorno un ambiente sfavorevole.
In quell’ occasione, l’on. Giolitti si raumiliò dinanzi alla realtà, lasciando che l’ordine e la coscienza e la fede nell’ordine fossero profondamente turbati e permettendo che la grande industria italiana venisse ferita forse irrimediabilmente e lo sgomento dei capitalisti crescesse sino al punto da determinarsene quella fuga del capitale italiano all’estero che rende ormai sterile ogni provvedimento legislativo più energico di restaurazione del bilancio.
Nel caso di Fiume, l’on. Giolitti ha trovato buon giuoco e l’eccesso a cui si è spinto contro una popolazione italiana ed un uomo il quale, comunque si pensi, aveva diritto ad una considerazione non comune, questo eccesso va spiegato con la necessità dell’onorevole Giolitti di provare la propria forza di restauratore dell’ordine, che, in questo caso, non è che l’ordine formale.
Bisogna ricordare quale sia stato il destino che d’Annunzio, ritornato in Italia, fece nel maggio 1915 all’on. Giolitti. L’attuale capo del governo fu letteralmente spazzato via dalla volontà delle folle italiane guidate dalla parola del Poeta.
L’on. Giolitti dovè scomparire per cinque anni intieri e la grande guerra, e cioè il massimo avvenimento della storia italiana moderna, si è svolta in tutte le sue varie vicende senza che quest’uomo, il quale pure aveva avuto nelle mani la maggioranza del Parlamento e le fila di tutte le clientele politiche del Paese, vi partecipasse minimamente.
Un primo urto tra i due uomini era già avvenuto qualche anno prima e per l’appunto quando, in occasione della spedizione di Libia, D’Annunzio veniva pubblicando le Canzoni della gesta d’oltremare. In una di queste canzoni il Poeta scagliava la condanna italiana all’Imperatore degl’impiccati Francesco Giuseppe d’Absburgo, sotto il cui regime avevano trovato il martirio per patriottismo i migliori figli d’Italia. L’on. Giolitti, presidente del Consiglio, proibì che i versi riferentisi a Francesco Giuseppe, alleato nella Triplice, venissero pubblicati, e nel volume che raccoglie le canzoni fu dato il bianco ai quattordici versi censurati, che D’Annunzio inserì di suo pugno in rosso sugli esemplari mandati in dono agli amici più cari.
Nel maggio 1915 D’Annunzio si trovò naturalmente contro il triplicista al governo e sarebbe ingenuo pensare e più credere che l’on. Giolitti abbia dimenticato le reali sventure politiche procurategli dall’intervento dispotico del Poeta, i rischi che corse personalmente, al modo istesso col quale ha provato di non dimenticare gli amici dell’ora tragica che oggi egli rimunera alzandoli a posti superbi, primi fra gli altri il Volpi, il Frassati, il Garrone, nelle cui mani è oggi la politica estera italiana.
Quale fosse l’obbietto preciso della «operazione di polizia» dell’on. Giolitti in Fiume, nella notte del Santo Natale cristiano 1920, lo indica un solo episodio di assedio, e precisamente quello del tiro della dreadnougt «Andrea Doria» oramai definitivamente assegnata ai servizi di polizia — ella era nel giugno 1920 nelle acque di Cagliari per vigilare gli eventi, dopo i fatti d’Iglesias. — I documenti pubblicati dicono che, in seguito al non fortunato successo delle truppe regolari contro la resistenza dei legionari fiumani, il generale Caviglia dette l’ordine al comandante della nave di tirare sul palazzo del Comando con i pezzi da 305. L’ordine dovette essere ripetuto più volte e finalmente il comandante della R. Nave lo richiese per iscritto. E fu allora che l’«Andrea Doria» invece di tirare col 305, tirò col 152. Ma tirò giusto. Le informazioni sull’«obbiettivo» erano esatte e uno dei colpi, il medesimo che sfracellò il granatiere di guardia nella Sala del Comando, passò esattamente attraverso lo spazio occupato da Gabriele d’Annunzio. Il Dio degli eroi, o il diavolo di Giolitti, volle che in quell’istante il Poeta si fosse allontanato dal suo posto. È probabile che un 305 avrebbe reso più brillante, certo più rumoroso questo particolare da nulla dell’operazione di polizia. Nessuno mette in dubbio sulla base di questo episodio quali fossero gl’intendimenti precisi del governo dell’on. Giolitti e quale debba essere stato il grado della resistenza che i Legionari facevano all’assedio ed all’attacco.
Io non sono un sentimentale degli eventi politici, nemmeno di quelli che mi sembra svergognino una patria ed un momento storico. Ma confermo la mia opinione su Giolitti, ma la constato più vera che mai dopo la legale bricconata di Fiume. Giolitti resta nel 1921 quello che era nel 1893. Il suo ritorno, la sua presenza al potere provano la scempia coscienza politica degli italiani, politica senza progresso, senza coraggio, senza diverso, politica di polizia non di uomini di Stato, feroce, crudele, ceca, passiva com’è sempre la politica che serve la diplomazia degli altri, che non rende conto, mai, di quello che fa e del perchè.
Da quando l’on. Giolitti è tornato al potere, la Camera non è riuscita a farlo parlare sul tema della politica estera. Nessuno sa verso quale obbiettivo l’Italia sia orientata. Pur che non lo sappiano dal governo, il cui Ministro degli esteri è sempre fuori d’Italia quando si avrebbe bisogno d’interrogarlo e quando la politica degli altri costringe l’Italia ad ubbidire al fatto compiuto, i Socialisti, magari i comunisti, possono pure illudersi che l’on. Giolitti sia favorevole ad un intesa con la Russia bolscevica. I partiti credano quel che vogliono. Giolitti, lui, non crede a nulla. È fermo nel convincimento che la fede altrui debba finire per cedere e cadere e tutto, idee, sentimenti, dottrine, opinioni, punti di vista, sino agl’impegni d’onore con il proprio passato, il proprio gruppo, il proprio iddio. E tutto quel che fa, lo fa senza interiorità, svalutando la seguacità fedele dei suoi in nome del proprio despotismo, l’opposizione in nome e sotto il titolo della concorrenza.
A far trionfare un simile tipo di dittatore provvisorio, a riempire i momenti disperati della nostra faticosissima formazione nuova, ha servito il nittismo, ha servito, cioè, la universale ripugnanza italiana per l’impresa bassa dell’ on. Nitti in politica. Giolitti non è moralmente molto diverso da Nitti, ma l’azione di questo ultimo nel margine della guerra ha talmente sgomentato e nauseato il Paese che, per un fenomeno spiegabilissimo, i più hanno, dinanzi all’evidente impossibilità di trovare un uomo nuovo col quale ricominciare un’èra parlamentare e civile, ricorso, accettando tragicamente un mezzo mostruoso, ancora una volta al vecchio arnese la cui forza leggendaria è più la creazione dei deboli e dei passivi che una realtà vera e propria.
All’avversione per Nitti si deve la suprema resurrezione di Giolitti. Nè l’uno, nè l’altro manifestano la vita e la volontà nuove d’Italia. Sono apparizioni spurie, sono due intrusioni illeggittime, sono ancora la camorra, il nepotismo, l’affarismo, l’Italia serva. Sono i sintomi estremi della nostra antica malattia politica inoculatici dalla siringa di Agostino Depretis. Sono gli uomini politici che balzano fuori dalle imprese pullulanti dal neutralismo e dal disfattismo, sono il gran male dentro il gran bene, la miseria della gloria, l’onta accanto all’eroismo, i mercanti nel Tempio, i mestatori che si affrettano alle loro opere oblique e ciniche nell’ombra della pausa tra il balzo sacrificale e la corsa lunga e sicura verso il nuovo orizzonte.
Bisogna aspettare che il sole fughi quell’ombra. Nitti e Giolitti non hanno più nulla a che vedere con la storia che noi viviamo in coscienza. Ambedue incarnano il ricatto che oggi il mondo ci fa, assolutamente convinto della nostra prossima liberazione. Sono la vendetta della triplice, la lunga mano delle politiche d’Inghilterra e d’America, sono la profanazione della guerra, della pace, della rivoluzione, ma sopratutto dell’Italia.
E l’infezione estrema va curata dal di dentro, ancora pazientemente, ancora tranquillamente, a goccie di fede, a stille d’anima, perchè la malattia di cui eravamo ammalati, dopo la guerra, non aveva che un nome: viltà.
PAOLO ORANO


