Mario Carli: I giornalisti letterari disonorano l’Italia (1909)
I giornalisti letterari disonorano l’Italia
Mario Carli
DIFESA DELL’ARTE
Periodico di critica, diretto da Virgilio Scattolini
Anno I.
Avanti, avanti, sempre, figliuoli! Avanti, co’ calci de’ fucili!
G. GARIBALDI.
Firenze, 1 Dicembre 1909
No. Invano t’affatichi per farci tacere, o servidorame flaccido e untuoso degli scettrati letterari; invano con le tue lettere e i tuoi consigli benevolmente gesuitici cerchi di persuaderci al silenzio: tu sei troppo vile e noi troppo sdegnati contro la corruzione universale, perché fra di noi ci possa essere un accordo, un patto, un’ alleanza.
Lasciaci parlare e gridare alto la vergogna di questo momento artistico: noi non abbiamo preso la penna per insudiciare le carte di sciocchi pettegolezzi da orecchianti, e, se indugiamo, ogni minuto che scorre è un passo di meno verso la verità e la purificazione. Lasciaci passare. Tu, gregge prudente e cortigiano, ritirati pure in un angolo dove la nostra voce non s’oda, all’ombra di un qualche stendardo su cui il sole tramonti, e attendi in silenzio. Noi proseguiamo.
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L’Italia sta attraversando un doloroso e ignominioso periodo di transazioni, di accomodamenti, di acquiescienze intellettuali, che non trovano la loro spiegazione se non nella stanchezza e nella nervosità di questa logora generazione d’invecchiati a vent’anni. Pochi sono coloro che seguono da vicino e con interesse il movimento del pensiero moderno, e questi lo fanno assai passivamente, lasciandosi trascinare dall’opinione dello scrittore che hanno letto per ultimo, senza insorgere contro le menzogne che si scrivono e si stampano, senza osare di ribellarsi alla parola sacerdotale di chi regge i destini della critica d’arte. Naturalmente ciò che avviene per il libro in piccole proporzioni, avviene su larga scala per il giornale, poiché coloro che leggono l’articolo quotidiano sono in molto maggior numero di quelli che ardiscono attardarsi nelle ponderose compagini del volume; e il danno, naturalmente, è assai più grave e diffuso.
Ogni grande giornale politico ha di solito, fra i suoi redattori, un critico per le arti belle, uno per la letteratura in generale, uno per la poesia in particolare, uno per il teatro di musica e uno per quello di prosa; vi è poi colui che fa l’articolo d’occasione, di varietà, la chiacchierata del buon senso, l’intervista, la documentazione di un momento più o meno leggero, più o meno umoristico della vita d’un popolo. Le diverse mansioni però molto spesso s’incrociano e si confondono in un solo individuo, il quale allegramente s’inoltra in un terreno che gli è affatto nuovo e scrive di argomenti che non conosce o che conosce alla lontana. In questo caso non è difficile supporre che l’articolista prenda delle cantonate colossali; il peggio avviene quando è lo stesso titolare della rubrica che cade in errori epici, e con una indifferenza da far ridere una mummia. Vi è quasi sempre un malinteso fra il direttore d’un giornale e il pubblico. Il primo crede che la diffusione del suo foglio si aumenti con l’assecondare i gusti dell’altro, anche se sono miserevoli e vergognosi, e non capisce che è invece il pubblico che si educa sul giornale e può con non grande difficoltà abituarsi a una verità più completa e più seria di quella che fluttua negli articoli dei redattori d’arte. Costoro scrivono con l’intenzione preventiva di non essere noiosi e di non pesare troppo sui deboli cervelli dei lettori: vogliono essere piacevoli, briosi, leggeri, spiritosi; ma senza troppa fatica né per sé né per gli altri. Per cui anche un articolo di critica, anche una severa analisi filologica, deve assumere quel tono facile e pedestre che è così caro alle normaline e agli ufficiali di Posta, che si fa leggere tanto da un letterato che da una cocotte, che può venir commentato, nell’ora beata della digestione, dal capo di famiglia alla sua prole riunita in semicerchio attorno al camino vampante.
Così è; e non una protesta si leva contro questa inqualificabile bassezza in cui è caduto il giornale, e non il più leggero pudore s’indugia nell’ animo di questi gazzettisti presuntuosi e vuoti che pretendono di dirigere l’opinione pubblica e di dettar legge agli artisti. Certo, fin che nell’arte militerà una pavida schiera di indecisi e di sedotti che depongono con umile ossequio i loro volumi ai piedi male ospitanti dei critici da strapazzo, non bisogna troppo maravigliarsi di questa povertà: a tali artisti tali giudici. Ma poiché, grazie al ciclo, vi è ancora chi pensa col proprio cervello e lavora con forte e cosciente intento d’arte, bisogna gridare in faccia a tutti l’ignominia presente, accusando al pubblico giudizio la viltà degli impostori.
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Avanti, avanti, mirabile accademia di psicologi, di alienisti, di anatomisti dell’Arte! Mostrate i vostri peccati: quante falsità, quante menzogne, quanto abuso della credulità pubblica! Vogliamo cominciare? Conoscete Renato Simoni, del «Corriere della Sera»? Che cosa fa, Renato Simoni? Dirige «La Lettura» e a tempo perso scrive un articolo per qualche amico, per qualche collega di giornalismo, per qualche poetessa un po’ romantica: ma così, da snob, per amicizia, per cavalleria, giacché Renato Simoni è sopratutto un gentiluomo, elegante e corretto e benevolo verso tutti, almeno alla superfice. Egli non esercita vere e proprie funzioni di critico; però, quando scrive, ha l’intenzione di fare della critica. Quando Meschino pubblicò i Lauri e Colautti Il terzo peccato e Ojetti Mimì e la Gloria e la Pellicano le sue Novelle, Renato Simoni scrisse l’articolo di prammatica, l’articolo elegante e corretto e benevolo come un cameriere da salotto aristocratico, e presentò al pubblico l’autore. Nessun giudizio che avesse una base critica, nessuna indagine che non fosse di curiosità psicologica: volete sentire come Renato Simoni comincia i suoi articoli per non compro mettersi? «Ugo Ojetti è un ingegno caldo e ordinato, ricco e preciso; la sua mirabile versalità… Il ragionamento del suo buon senso…. Égli ha 1′ aria di un gran signore…. Egli è forte e schietto… ecc.» E poi: «Ettore Meschino è un poeta sottile e paziente… Egli ha il gusto del lavoro aspro e fino, che indora l’idea a un fuoco lucido e misurato… È un ricordo di musica placida che si ha, di musica modellata e temperata con grazia sobria e varia… ecc.» E ancora: «Arturo Colautti è buono e triste. Vive solo, in grande taciturnità.» Ma infine che importa a noi di queste presentazioni da anticamera? Abbiamo forse bisogno di sapere come è alto l’autore X., che scarpe porta, come si pettina, quale caffè frequenta, quali donne preferisce, per gustare la sua opera? Che serve sovrapporre l’uomo all’artista? Ah, povero Francesco De Sanctis, come sei male imitato!
Qualche anno addietro un altro critico infestava le colonne del Corriere della Sera. Vi ricordate di Francesco Pastonchi, la parodia del poeta, la caricatura del critico? Vi ricordate di quel suo fare antipaticamente dispotico, quando scriveva le Cronache di poesia così prive di acume e di verità? Francesco Pastonchi citava mezzo volume del poeta che considerava, e questo mezzo volume lo interponeva fra un cappello d’inizio e una chiusa di congedo che non dicevano nulla, e tutto l’articolo sembrava un testo di poesia moderna per le classi liceali, al quale si fosse aggiunta qualche riga di spiegazione. Qualche volta poi Francesco Pastonchi trovava un cavillo, una quisquilia, un’inezia, e allora vi ricamava sopra mezza colonna di prosa pedantesca. Come quella volta che prese di mira un disgraziato verso del Cena:
Io la scopersi e la chiamai Sibilla
e ne fece un polpettone estetico di infelice memoria. Francesco Pastonchi raggiunse il colmo quando chiamò l’Otre e la Morte del Cervo esempi di poesia rappresentativa, riunendo in una frase due parole che si contradicono e si escludono a vicenda. Che più?…
Francesco Pastonchi è passato, ma nelle stesse colonne milita il suo successore, letterato di maggiore ingegno, ma di non minori incertezze: Ettore Janni. In verità devo dire che almeno Ettore Janni, a modo suo, fa della critica, fa la critica che tutti fanno, quella dei giudizi sintetici, quella che distingue ancora la forma dal contenuto, e che loda «i versi ben fatti»; ma in ogni modo egli è all’altezza dei tempi, e poiché non è un genio, non si può pretendere da lui che precorra l’avvenire. I critici d’oggi sono tutti un po’ troppo sensibili e sembra che, nel giudicare un’opera d’arte, essi vadano in cerca unicamente della sensazione, non del valore dell’opera. E un metodo simile induce assai spesso in errori grossolani, come questo:
Sono versi del Siciliani:
«sembrano le nubi sopra il mare
isolette divise dalla luce,
arcipelago vano sopra il mare.
Tali le cose della nostra vita,
piccole, lievi, sopra immensi abissi.»
E Janni commenta: «C’ è qualche cosa di leopardiano, e non soltanto nel sentimento….»; poi, più giù: « c’è in questo poeta una semplicità elegante di forma e una freschezza di pensiero e di sentimento, e un’aristocratica sobrietà d’imagini, ecc….». Ma, signor Janni, possibile che ella non sappia giudicare se non a base di aggettivi assortiti? Ella e il suo collega Simoni ne hanno un vero repertorio: «garbato, sobrio, elegante, fresco, grave, caldo, ricco, versatile, schietto, forte, sottile, aspro, fine» e chi più ne ha più ne metta. A tanto si riduce la critica dei giornalisti. E non dica, signor Janni, che noi (e siamo pure giornalisti) disprezziamo a torto questa classe. Se ci deste delle prove di sapere rispettar l’arte, scrivendo articoli che non fossero arruffamenti frettolosi e sommarî, noi non ci lasceremmo indurre a questa protesta violenta e universale.
Ma già, è inutile illudersi. Un giornalista romano, che non è de’ peggiori, mi diceva qualche tempo addietro: «II giornalista bisogna che si dimentichi di essere un letterato». E un altro, qualche mese più tardi, parlando del lavoro giornalistico: «Gli articoli che noi facciamo sono una occupazione di lusso, un passatempo festivo; il lavoro che più ci assorbe è quello minuto ma continuo di redazione, anzi di tipografia».
È necessario commentare?
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Che cosa fa Ugo Ojetti? Non so da chi, fu nominato tempo fa «principe de’ giornalisti», e in questa Firenze, dove è così facile regalare tali epiteti al primo venuto, egli tiene una specie di scettro che esercita largamente. Chi è l’anima della Società «Leonardo da Vinci»? Ugo Ojetti. Chi è il presidente della locale Associazione della Stampa? Ugo Ojetti. Chi è che organizza banchetti, conferenze, discussioni, esposizioni? Ugo Ojetti. Difficilmente si troverebbe un uomo più molteplice e faccendoso. Nel Corriere della Sera Ugo Ojetti è una specie di patriarca, che distende la sua mano paternamente benevola sugli altri redattori, grandi e piccini. Tutto ciò che si fa in quel giornale sembra ispirato da Ojetti; è naturale che la sua volontà s’imponga specialmente quando si tratta di esaltare o di demolire un artista. Il «principe» in persona interviene poi quando un accademico di Francia o un amico personale pubblica un nuovo libro. Che genere di critica è quella di Ojetti? Oh, non diversifica troppo dalla critica dei suoi colleghi! Soltanto, come Renato Simoni vuole ad ogni costo fare della poesia, Ugo Ojetti vuole ad ogni costo fare dello spirito. Non ha egli esaltato in un lungo articolo «l’ironia» come la forma più opportuna per «l’uomo saggio»? E lo spirito di Ojetti è quasi sempre basato sull’ironia, che ha le sue radici in quell’elastica morale da lui predicata con mezzi sorrisi e con smorfie di viltà borghese nelle Piccole verità. Leggetele queste Piccole verità, e poi sappiatemi dire se credete a un Ojetti moralista, quale ce lo dipinge qualche suo amico incensiere.
Come Ugo Ojetti è il nume tutelare del «Corriere della Sera», Domenico Oliva lo è del «Giornale d’Italia». E molte cose si potrebbero rimproverare a Domenico Oliva, se non si ricordasse che egli in altri tempi fu a capo di varie e no bili battaglie per l’arte, contro artisti che la insudiciavano, Quale degli odierni critici osa combattere con tanta schiettezza e tanta tenacia quanta ne ebbe l’Oliva degli anni andati? Peccato che ora una certa stanchezza sia subentrata nella sua opera vigile e continua, e che egli non abbia ormai quasi più che parole di lode e di assentimento verso tutti gli artisti, e verso i giovani in particolare. Quanto però è al disopra di tutti gli altri giudici di teatro! Guardate Giovanni Pozza: la sua cecità giunge fino a trovare il tipo dell’Abate Griffard nel Processo dei veleni «una figura inverosimile, inconsistente e imprecisa», mentre è uno dei caratteri più sostanziati di verità umana e di nettezza psicologica che abbia il teatro di Sardou; fino ad affermare che «nessuna battaglia data da quel singolarissimo artista che è Gabriele d’Annunzio è una battaglia perduta», e fino a lodare come «il miglior pro dotto dell’arte musicale di quest’ultimo ventennio» il Paolo e Francesca di Mancinelli, che egli stesso più tardi riconoscerà «manchevole di con tenuto melodico».
Ma dov’è dunque la coerenza? Il critico non è infallibile certamente quando giudica con questi sistemi; forse che hanno un sistema i critici delle gazzette? «È l’impressione ciò che conta» li sento urlare, offesi e scandolezzati. Ah, ah, quanto mi fate ridere!
E questi sono i redattori drammatici e musicali. Ma spessissimo essi si assentano, e allora è uno qualunque dei colleghi che deve sostituirlo nella sua carica. Che pasticci, allora! Giulio De Frenzi, non contento di scrivere quegli insulsi e fastidiosissimi «Pretesti», si ammanta con molta frequenza dei paludamenti critici, e sotto le finte spoglie, perpetra il reato. E con che boria, con che superiorità (con che vuoto di pensiero!) dispensa lodi e disprezzo e consigli e rimbrotti, a destra e a sinistra! Mi somiglia un poco a quel caro animale che indossò, così per celia, la pelle del leone…. Vi ricordate?
E i critici fiorentini? Vogliamo parlare un po’ dei critici fiorentini? Dopo che il «Nuovo Giornale » ha cambiato abito e indirizzo, la sua critica dei teatri è cosa immensamente miserevole. Mario Ferrigni era un appassionato e uno studioso, e se qualche non rara volta errava, aveva almeno coscienza e coltura degna della carica che occupava.
Non così Ferdinando Paolieri, il cui senso estetico giungeva a dare del «poeta» a dei versaiolucci come Fabio Delamorthe ed Eugenio Coselschi, e non arrossiva di chiamare «tisiche» le poesie del Manzoni. Ah, signor Paolieri, quante belle cose potrebbe insegnarvi questo grande Manzoni se vi prendeste un po’ la pena di leggerlo! Altro che «Veneri Agresti»! Non parlerò del «Fieramosca» che affida l’importantissimo ufficio della critica teatrale a degli autori bocciati o a dei cronisti mondani: la bassezza intellettuale e materiale di questo foglio lo toglie ormai dal consorzio della grande stampa, al quale ha per un certo tempo appartenuto Nella «Nazione» vi è un certo Jarro, il quale scrive, ogni volta che vi è una première, dei couplets che potrebbero essere anche interessanti se li si considerasse come il fenomeno umoristico prodotto da un cervello che è stimato capace di cose alte. Avete mai contato i puntolini di sospensione negli articoli di Jarro?
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Ah, che peccato non essere di bocca buona! Ecco: già mi piglia la nausea. Quanto sudiciume, quanta spazzatura, quanta belletta letteraria! Che congerie di scritti divinamente orrendi! Quando, quando verrà un poco d’aria? Quando potremo respirare?
E non è finita. Ho sentito dire che sta per tornare e alla ribalta e al giornale quello scrit toreche faceva le polemiche a suon di rettorica e ad ogni morte di gatto sparava una bomba e accendeva razzi fosforescenti; aveva preso a prestito da Balzac lo pseudonimo, e si firmava Rastignac. Ve ne ricordate? Anch’io me ne ricordo, e ricordo pure come i lettori gli concedessero attenzione e simpatia. Ma dove, dove si è rifugiato il buon senso degli italiani? Se egli ritorna, sentiremo e vedremo di nuovo quei magnifici fuochi d’artifizio. Speriamo che questa volta riescano almeno ad attaccarsi, incendiari, a qualche redingote che invano allora avevano preso di mira! Ma che non difenda nessuno, per carità, poiché è così pericoloso fare l’avvocato dei personaggi dannunziani!…. Su due cose debbo fermarmi ancora. I banchetti del «Giornale d’Italia» e le necrologie di uomini illustri. Via, via, non è perdonabile a un Goffredo Bellonci (il quale, tra parentesi, è un Tagliacarte molto spiccio e arruffone, ma, se vuole, sa scrivere degli articoli severi e ponderati) di occupare tre o quattro colonne del suo giornale per descrivere con tanto sfarzo di particolari un lunch servito alla Redazione sui tavoli d’Aragno. O che crede, di farci venire l’acquolina in bocca, forse?
Le necrologie degli uomini illustri sono quegli articoli che si preparano due o tre giorni prima che sia morta «la celebrità» che si deve lodare. È bello e dignitoso compiangere Carducci quando è ancora vivo nel suo letto? Questo lo fanno quasi tutti i giornalisti, ed è una di quelle menzogne convenzionali che urtano tanto i nervi a chi conserva ancora qualche sentimento puro. Macché! Bisogna che la necrologia esca poche ore dopo che è morto l’illustre, e guai se si ritardasse di un giorno!
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Queste, per sommi caratteri, sono le condizioni del giornalismo letterario d’oggidì. L’Italia che va superba di un passato senza confronti e che crede ancor oggi di tenere il campo nelle lettere e nelle scienze, si guardi un po’ meglio e si vergogni. La nazione è un complesso di articolazioni che sono legate e innestate fra di loro, e per le quali scorre il sangue unico della patria. Si studiano e si risolvono tanti problemi: perché non si considera un poco anche questo del giornalismo?
Guardate; la strada della guarigione non è poi così nascosta e difficile. A chi mi interrogasse di quali mezzi ci si potrebbe servire, io non potrei rispondere se non facendo dei nomi, e dei nomi augusti: il Conciliatore di Silvio Pellico, la Frusta del Baretti, l’Osservatore del Gozzi, l’Antologia del Viesseux, e infine quel terribile Caffè dei fratelli Verri, per il quale la polizia austriaca dovette borghesemente intervenire, riducendo quell’unica voce ardimentosa al silenzio. Sento nell’aria una domanda: «Che cosa si fece e si scrisse, in quei giornali?»
Oh, cercate di ricordarvi….
Mario Carli
[Immagine di Copertina: Gerardo Dottori: Ritratto aereo di Mario Carli, 1931]
Nota su Mario Carli, futurista dimenticato


