Mario Carli: Arditismo e futurismo (1920)
Mario Carli
Arditismo e futurismo
Testa di Ferro, Fiume, 28 marzo 1920
[Immagine di apertura: Leon kochnitzky (Kotc per il Comandante) e Mario Carli a destra]
È uscito in questi giorni un importantissimo libro del capitano Ferruccio Vecchi, dal titolo ARDITISMO CIVILE.
Il nostro direttore, appena letto questo forte lavoro del suo amico lontano, gli ha mandata la lettera che pubblichiamo, la quale non vuol segnare un dissidio ma solo una serena discussione pregiudiziale.
Fiume d’Italia, marzo 1920.
Mio caro Vecchi,
ho letto velocissimamente il tuo bel libro sull’Arditismo civile, così pieno di sprazzi, di movimenti vigorosi, di giovinezza.
Ti dirò subito che bisognava scrivere un libro di questo genere, che è un fitto lancio di proiettili sulle terga dello sconcio carnevale politico in cui si dissolve la bellezza e il prodigio della vittoria ormai paralitica.
Sono felice di vedere che il tuo pensiero e la tua azione camminano parallelamente al mio pensiero e alla mia azione, che hanno trovato in questo ardente esilio fiumano un magnifico campo di battaglia. Era necessario trasformare rapidamente l’arditismo di guerra in arditismo (diciamo così) di pace, che tu hai con parola opportunissima chiamato «Arditismo civile».
Sono totalmente d’accordo col tuo programma ideale ed organico, che potrà in seguito essere meglio precisato ed applicato, ma che contiene senza dubbio tutti i germi di un rinnovamento educativo sulla base del coraggio e della personalità.
Ti ripeto: hai scritto un forte libro costruttivo, per il quale hai tutta la mia solidarietà fraterna e il mio consenso sincero. Se davvero vorrai, sulle parole tracciate, costruire, io sarò ben felice di collaborare con te nella creazione delle scuole d’arditismo e nell’applicazione del nuovo programma politico sociale degli Arditi.
Ma appunto perché fra noi non restino traccie di malintesi e non covino vani rancori, desidero discutere francamente e amichevolmente su alcuni punti del tuo libro.
***
Non posso nascondere l’impressione sgradevolissima che mi ha fatto il tuo atteggiamento antifuturista.
Non mi aspettavo da uno che più di una volta s’era dichiarato apertamente «futurista», e aveva permesso a Marinetti d’inserire il suo nome nell’elenco dei «futuristi feriti in guerra», e a me di piazzarlo fra gli esempi più rappresentativi nel manifesto dell’Ardito-Futurista, non mi aspettavo da te, Vecchi, che sai troppo bene che non occorre scrivere parole in libertà per essere futurista, un attacco così ingeneroso ed ingiusto.
Tu cominci con l’affermare che il «futurismo politico era più letteratura che azione, mentre l’arditismo era puramente azione». Non bisogna dimenticare che l’idea è sempre strettamente legata all’uomo che la incarna. Ora, ammetto che vi siano alcuni futuristi più portati all’arte che all’azione: ma tu non puoi alludere certo a costoro. Marinetti non è ardito, quindi è fuori causa. L’allusione tua non può essere diretta che a me, che ho lottato con uguale energia per il futurismo e per l’arditismo, e che, quando ho potuto, ho messo in evidenza le affinità e i vincoli ideali tra i due movimenti.
Io nego – nei miei riguardi – di fare della letteratura al di fuori dell’azione, come nego agli arditi, da te capeggiati, di aver fatto sempre e soltanto dell’azione, senza mai un briciolo di letteratura. Il più glorioso sforzo mio e dei migliori futuristi fu sempre quello di creare una fusione perfetta fra il nostro pensiero e la nostra vita esteriore, e perciò ci battemmo sui teatri e nelle piazze per la letteratura e per la grandezza dell’Italia, perciò fummo volontari di guerra e arditi, perciò organizzammo e guidammo la piazza all’indomani della vittoria.
Tu queste cose le sai, e sai anche che qualche redattore del tuo giornale ha scritto fiumi di prosa senza mai scendere in piazza ad affrontare le folle bolsceviche e rinunciatarie. Perchè allora ti lasci sfuggire dei giudizii, che non sono sereni e puzzano di una meschinità che non è degna di te?
Tu seguiti: «Sconfitta elettorale e carcere fiaccarono il primo che abbandonò il campo della lotta politica, per limitarsi a quello della lotta letteraria». Qui alludi evidentemente a Marinetti: e l’allusione non è generosa. Io non conosco i tuoi attuali rapporti con Marinetti, ma ricordo quelli di cinque o sei mesi fa. Marinetti fu certamente per te un fratello più esperto, un equilibratore dei tuoi splendidi impulsi rivoluzionari, ma anche una guida e un eccitatore.
So che fu lui che ti decise ad occuparti degli Arditi, dopo che io aveva lanciato il mio primo appello alle Fiamme. So che ti ha aiutato anche nella fondazione del giornale, e in altre varie occasioni.
Se, uscendo dal carcere, ha sentito il bisogno di occuparsi più specialmente d’arte, questo non significa affatto una diserzione dal campo politico, ma solo una provvisoria divagazione, ed anche un legittimo sfogo del suo potente temperamento d’artista.
In ogni modo non devi dimenticarti che Marinetti non è tutto il Futurismo, che a Fiume vi sono più di venti futuristi (fra cui il tuo amico Mario Carli), e che a Fiume non si fa letteratura; a meno che tu non voglia chiamare letteratura il nostro giornale «La Testa di Ferro», simboleggiato da una autoblindo, armata di mitragliatrici e di strafottenza.
Credi pure che il gruppo futurista non h rinunciato affatto alla lotta politica. Fra i suoi collaboratori più assidui, vedo Bolzon e Bottai, due fortissimi e magnifici futuristi, e poi, ripeto, ci siamo noi di Fiume, che resta in campo appunto perché «la questione di Fiume è ancora aperta».
Non è «rivoluzione verbale» la nostra: tu sai che io, ardito-futurista, ho subito l’esilio e la fortezza e persecuzioni infinite, e che ora ho giurato «Fiume o Morter»: e tutto questo fu per l’Italia e non fu letteratura.
Che cosa c’entra Leopardi? Noi facevamo già dell’arditismo coi nostri tempestosi comizii futuristi, quando tu stavi [?] tranquillamente sui banchi della scuola [?] e ignoravi la battaglia e la violenza.
***
Il tuo non simpatico tentativo di demolizione del futurismo politico è una pagina disgraziata del tuo felicissimo libro. Ma ve n’è un’altra, purtroppo, anche più disgraziata. Ed è quella in cui parli di «paternità dell’idea» e in cui accusi qualcuno dei tuoi amici di plagio, per ciò che riguarda l’Arditismo.
Poiché anche qui ho ragione di ritenermi oggetto delle tue allusioni, sono costretto a mettere i punti sugli i, e a dare a Cesare quel che non è di Cristo.
Mi preme dunque di precisare:
- che la parola Arditismo esisteva fra noi ben prima del febbraio 1919, epoca in cui tu dici di averla inventata: ma che in ogni modo, se ci tieni, te ne abbandono volentieri il brevetto d’invenzione.
- Che le scuole d’arditismo (e relativo cittadino eroico) sono idea originale di Marinetti, e che ne parla, non solo nel suo libro Democrazia Futurista, ma anche nel primitivo nel primitivo Manifesto del Partito Politico Futurista.
- Che in fondo le parole contano poco e che contano invece le scoperte. Ora io posso vantarmi di avere scoperto, fra primissimi, il valore spirituale degli arditi e del fenomeno di giovinezza italiana che essi scolpivano.
Fin dal luglio 1918, Emilio Settimelli pubblicava sullo «Specchio dell’ora» una mia lettera dal Grappa in cui, fra l’altro gli dicevo: «L’Ardito è il vero futurista di guerra: è il soldato elastico fatto di muscoli e più di nervi, l’agile forza italiana che balza e rimbalza attraverso l’inconcludente fuoco nemico senza inciampare. Ma gli italiani potrebbero farsi tutti arditi: essi hanno il dono dell’agilità, del coraggio inverosimile, e sanno sbandierare la propria energia nelle imprese più assurde».
Due mesi dopo, fondando «Roma Futurista», io promettevo di agitare il grande idealismo degli Arditi nella lotta contro il nemico interno responsabile di Caporetto, e subito dopo Marinetti pubblicava quel magnifico discorso «Arditi, avanguardia della Nazione», in cui era tracciata una forte concezione dell’Arditismo.
Fu nel dicembre 1918, che io pubblicai l’appello alle Fiamme per riunirle in Associazione, e già in esso parlavo di «valore umano» degli Arditi, e li designavo a «marciare alla testa del popolo italiano nelle sue nuove conquiste di pace».
Venne più tardi il mio piccolo libretto «Noi Arditi», piccolo di mole ma forse esauriente (quanti Arditi l’hanno letto?) in cui sono scolpite le diverse faccie, di guerra e di pace, dell’Ardito.
E nella conferenza «Arditismo di guerra – arditismo di pace» tenuta in un teatro di Fiume nell’ottobre scorso e stampato in «Roma Futurista» l’ossatura di un programma ardito per le lotte civili è precisata e completata.
Infine spero che non si dimentichi che il programma della nostra Associazione è stato tracciato da me, oggi come un anno fa. Ed è quindi perciò che a buon diritto posso esigere che una gran parte di paternità del movimento ardito nella politica italiana va a me riconosciuta, pur non negando a te, caro Vecchi, il grande merito di aver attuato con slancio magnifico e con fede incrollabile quei principii che io avevo enunciati, e che le persecuzioni del superiorume militare non mi diedero il modo di realizzare.
E basta. Non sono avvezzo a vanterie, ma è solo per difendere la mia proprietà (come tu dici) che ho parlato.
Dopo di che ti stendo tutte e due le mani della mia amicizia, assicurandoti che, oggi come sempre, sono pronto a marciare con te verso le comuni idealità, a marcio dispetto di quei nostri comuni nemici, che forse già covano per questa nostra discussione (per altro serenissima) la speranza di uno sgretolamento che sarebbe troppo vantaggioso alla loro sporca vigliaccheria.
Il tuo
MARIO CARLI


