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Le riforme e la supposta [per la] sinistra

È sempre molto divertente fustigare la nostra sinistra al carciofo, quella che sfogli sfogli e non ti rimane niente in mano e che, nella sua ingenuità, invita ad adottare l’atteggiamento del professorino rompicoglioni con la puzza sotto al naso, che è molto gratificante, quasi al livello di un panino al salme di Norcia.

Partiamo intanto da una concezione mutuata da Ortega y Gasset: il federalismo e l’autonomismo sono movimenti che convergono verso la stessa direzione; nel primo, alcune entità statuali preesistenti si accorpano in un’entità superiore; nel secondo, una singola entità statuale delega poteri e competenze dal centro alla periferia; in entrambi i casi si tratta di pensare un’articolazione tra poteri periferici e potere centrale, certamente diversa se il punto di partenza è una repubblica parlamentare particolarmente sconnessa come quella italiana, che paga il peccato originale di uno sbilanciamento dei poteri radicato già nella Costituzione – che non è la più bella del mondo.

Secondo punto da chiarire, sempre col magistero di Ortega: in  un regime costituzionale la questione essenziale è la definizione dei limiti del potere pubblico. Un Paese potrebbe essere perfettamente democratico, svolgere le sue elezioni in modo ineccepibile, aprendo a chiunque, senza discriminazione, l’accesso alle cariche pubbliche, e tuttavia assegnare ai deputati regolarmente eletti la gestione di un potere pubblico che, in costituzione, non ha limiti o franchigie. Al contrario, potemmo avere un governo autocratico in un regime in cui il potere pubblico ha un’estensione limitata, lasciando margini di autonomia alla dinamica sociale.

Nel primo caso, siamo in presenza di una concezione democratica e tuttavia totalitaria, come abbiamo potuto vedere e toccare con mano nella gestione della cosiddetta emergenza covid, dove si è legiferato pure sul diritto di passegiare solitariamente nei boschi insieme agli orsi; nella seconda abbiamo governi autoritari in cui la dinamica sociale si svolge liberamente: cito la Libia di Gheddafi, perché è consuetudine morale non suscitare scandalo presso i semplici.

Ciò premesso, né il premierato né l’autonomia (più o meno differenziata, ammesso che questo aggettivo abbia un senso) pongono di per sé una questione di democrazia. Ci sono assetti autonomistici o federali in Paesi che possono darci gran belle lezioni di democrazia, come la Gran Bretagna, la Spagna, la Svizzera; inoltre la prospettiva federale è tipica della sinistra (per tacere della tradizione anarchica): l’Unione Sovietica era una federazione e, al suo interno, lo erano la Russia e la Cecoslovacchia; la Jugoslavia era una federazione, come lo è tutt’ora la Cina. Contemporaneamente, il premierato si ritrova non solo in molti Paesi democratici, ma particolarmente in Paesi democratici che hanno un assetto federale o autonomista, come Spagna, Gran Bretagna, Stati Uniti…, perché l’equilibrio dei poteri richiede che la spinta centrifuga autonomista sia controbilanciata da un centro forte, nei limiti delle sue competenze.

La prima conseguenza che ne deriva è che la parallela discussione delle riforme su premierato e autonomia, che sta avvenendo in Italia, non è uno scambio ignobile tra forze politiche, ma è finalmente un momento di razionalità nel riassetto dell’architettura costituzionale.

La seconda conseguenza è che l’opposizione pregiudiziale della sinistra al carciofo contro entrambe le riforme, con allarmanti proclami al Paese, che si ritiene precipitato nel fascismo più bieco, è una totale sciocchezza, essendo entrambe le riforme compatibili con una democrazia anche migliore di quella (scadente) a cui siamo abituati noi.

Certamente, si possono avere dei rilievi di merito sul modo in cui si articolano il premierato e l’autonomia, ma qui bisogna denunciare una grave colpa della sinistra al carciofo: se rifiuti la discussione e non entri nella logica di una riforma condivisa, come dovrebbe essere quella istituzionale, ti ritrovi, colpevolmente, in un perenne aventino che non è solo sterile, ma anche masochista, perché si traduce di fatto nella cosiddetta strategia della supposta, la quale sappiamo benissimo dove viene messa.

Il grande cavallo di battaglia della sinistra al carciofo (o sinistra supposta) per bloccare le riforme è stato che si limitavano i poteri della Presidenza della Repubblica, ma è evidente a ogni individuo di sana e robusta costituzione mentale che intervenire su questi poteri è la grande urgenza nazionale, vista la costante, illegittima e ripetuta ingerenza della Presidenza della Repubblica nella vita parlamentare, con innumerevoli mini golpe istituzionali, nomina di governi disarmonici con i risultati elettorali, di premier in[el]etti, di governi tecnici e il totale svuotamento della sostanza dei valori costituzionali mascherato dalla foglia di fico di un rispetto formale delle prassi.

Questa prassi di un doppio premierato in cui la Presidenza della Repubblica si muove con una politica autonoma rispetto alla Presidenza del Consiglio dipende dal famigerato articolo 1 della Costituzione, in cui si stabilisce che la sovranità appartiene al popolo ma viene esercitata non dal popolo stesso, bensì dai rappresentati eletti: dunque la casta dei parlamentari possiede una sovranità piena, mentre il popolo ha una sovranità meramente nominale, cioè limitata. E una sovranità limitata non è sovranità. Inoltre, dalla casta parlamentare, non dal popolo, nascono due poteri, il Governo e la Presidenza della Repubblica, che virtualmente possono confliggere – e confliggono di fatto ogni volta che il popolo esprime una maggioranza che non va bene alla Presidenza della Repubblica, che non è è eletta dal popolo e ad esso non deve rispondere – risponde alla Costituzione, che non garantisce al Paese una guida coerente con il mandato elettorale. La Presidenza della Repubblica agisce così come potere di parte e non super partes, con la piena copertura costituzionale.

Sarebbe stato obbligo morale della sinistra, se essa fosse esistita, risolvere questa contraddizione e, con accordo con le altre forze politiche democratiche, pervenire a un accordo istituzionale in grado di dare equilibrio e autorevolezza all’azione di governo. Non esistendo, la sinistra non ha potuto perseguire questo obiettivo e quindi, quando le elezioni politiche sono state vinte dalla destra, è questa che si è fatta carico (come da suo ben noto programma) delle riforme, e al Conte, alla Contessina e relativi fronzoli non è rimasta che la supposta e lo starnazzo di piazza.