Gabriele D’Annunzio : Per la più grande Italia, Messaggio a Zara, Della decima Musa e della sinfonia decima
BUONE LETTURE

Gabriele D’Annunzio: Per la più grande Italia, Messaggio a Zara, Della decima Musa e della sinfonia decima

Gabriele D’Annunzio: Per la più grande Italia (1915); Messaggio a Zara (1915); Della decima Musa e della sinfonia decima (1917)

Scritti di lotta e disobbedienza a cura di Gianni Ferracuti con un’introduzione su
“Gabriele D’Annunzio e la via italiana al socialismo, con una nota sulla Decima Musa”

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Gianni Ferracuti:
Gabriele D’Annunzio e la via italiana al socialismo,
con una nota sulla Decima Musa

In Italia nei primi venti anni del Novecento si sviluppa un processo rivoluzionario di ispirazione socialista originale e complesso, stimolato da almeno tre fattori:

– una marcata delusione nei confronti del partito socialista, dove il prevalere dell’ala riformista si traduce in una forma di sudditanza (così almeno viene letta) nei confronti della classe borghese, interessata a concedere poche riforme, che non incidano sulla struttura economica del Paese e sui rapporti di classe;

– l’esigenza di aggiornare il quadro di riferimento teorico dell’azione politica, non solo relativamente alle condizioni preliminari del processo rivoluzionario (come farà Lenin in polemica con i menscevichi) ma anche in riferimento alle nuove scoperte scientifiche nel campo della sociologia o della psicologia delle masse, e più in generale ai nuovi sviluppi delle scienze e della filosofia negli ultimi decenni dell’Ottocento, con autori come Sorel, Le Bon, Nietzsche…

– l’intreccio tra questione sociale e questione nazionale, dove l’esigenza di completare l’unità d’Italia annettendo o liberando territori di cultura italiana sotto dominio straniero si fonde con l’esigenza che la nuova nazione sia profondamente modificata nella sua struttura giuridica ed economica, nella forma istituzionale e nei rapporti di classe: completamento territoriale come strumento di trasformazione politica.

Deriva da ciò una complessa e profonda elaborazione programmatica, insieme alla ricerca di nuove forme di azione pubblica, in parte convergente con l’azione diretta di ispirazione anarchica, che mette in discussione il ruolo del partito come istituzione. Si sviluppa una riorganizzazione della teoria e della prassi rivoluzionaria, che si avvale anche della conoscenza della cultura europea più avanzata e della presenza di intellettuali collegati con avanguardie artistiche e letterarie, dal magistero di maestri più anziani come Carducci e Pascoli, a quello più avanguardista dei giovani futuristi o di D’Annunzio.

Questo processo rivoluzionario di inizio XX sec., se da un lato è fortemente critico verso il socialismo riformista e concertativo, dall’altro continua a muoversi nell’area politica della sinistra rivoluzionaria – con una forma nuova per molti versi, ma pur sempre di sinistra. Si tratta di un processo perché la situazione politica di partenza, quella che si vuole abbattere, ovvero lo stato borghese, favorisce la nascita di diversi soggetti o progetti rivoluzionari, che inizialmente procedono ciascuno in modo autonomo.

Parlando sommariamente, in primo luogo ci sono i nazionalisti di Enrico Corradini. Il nazionalismo – termine che non aveva il significato che gli diamo oggi, forse in maniera antistorica – era nel XIX secolo un sentimento, se non proprio un’ideologia, trasversale, alimentata dal progetto di unificazione della Penisola; Corradini unisce al progetto dell’unificazione il tema essenziale del rapporto tra il nuovo stato unitario e gli altri Paesi e sposta in politica internazionale il conflitto tra proletariato e capitalismo che si svolge sul piano interno: si parla allora, utilizzando un’espressione di Pascoli, di una dialettica tra nazioni proletarie (come sarebbe l’Italia) e nazioni imperialiste, che vogliono esercitare un dominio e uno sfruttamento sui Paesi più deboli. Dirà allora: come il socialismo ha fornito al proletariato la coscienza della sua condizione subalterna e i mezzi per ribellarsi, così il nuovo nazionalismo agirà sulla coscienza nazionale dei Paesi sfruttati, inaugurando una politica antimperialista.

Questa evoluzione del nazionalismo, che prende forma di movimento organizzato con il congresso dell’Associazione Nazionalista Italiana del 1910, fornisce nuova linfa al movimento irredentista, che non si limita più a pretendere solo il recupero di territori che un tempo erano italiani, ma pone anche l’accento sull’italianità come valore nazionale e come progetto di convivenza tra i popoli, ispirato al modello dello jus romano e alla latinità. All’irredentismo, alimentato dal nazionalismo, non basta più il mero aumento del territorio nazionale e ancora una volta viene messa in discussione la forma politica, giuridica e istituzionale che la nazione deve avere: i riferimenti teorici sono sempre in quella cultura europea contemporanea a cui si accennava più sopra – basti pensare agli interventi di Scipio Sighele, ma le riforme proposte sono spesso molto radicali, a partire dall’assetto istituzionale, che mette spesso in discussione la forma monarchica.

Un terzo soggetto che si inserisce nel processo di critica e trasformazione sociale è il sindacalismo rivoluzionario (Alceste De Ambris, o Filippo Corridoni) nato dalla sinistra del partito socialista di Arturo Labriola e Enrico Leone e ispirato a Sorel, Le Bon, Sighele… Dopo il primo sciopero nazionale del 1904, fortemente represso, il sindacalismo nazionale esce dal partito socialista nel 1907 e si avvia a confluire con i nazionalisti di Corradini.

Si aggiunge infine la componente futurista: Marinetti, che pubblica il Manifesto del futurismo nel 1909, non intende racchiudere il movimento solo nell’ambito estetico, ma pensa a una trasformazione che coinvolga al tempo stesso l’arte e la società, arrivando a immaginare un programma politico futurista, con tanto di manifesto, e anche un partito futurista, con forti legami ideologici col socialismo rivoluzionario e con l’anarchia: Marinetti è dichiaratamente democratico, anticlericale, repubblicano.

Allo scoppio della prima guerra mondiale, nel luglio del 1914, questi soggetti politici trovano un punto di convergenza nell’interventismo: per l’Italia si tratta di decidere se mantenere una posizione di neutralità, restare nell’alleanza con l’impero austro-ungarico o entrare in guerra al fianco di Francia e Inghilterra. Mentre la politica istituzionale tesse una fitta trama di trattative con l’uno e  con l’altro dei fronti, il punto di vista rivoluzionario sposa decisamente l’interventismo a fianco della Francia. È noto lo slogan lanciato da Marinetti: “Guerra sola igiene del mondo”; meno noto è che esso allude a una guerra rivoluzionaria, il cui compito è abbattere i grandi imperi – austro-ungarico e zarista – per instaurare la democrazia nel continente, ridiscutendone l’assetto economico e politico; ottimista e anche un po’ utopico, lo slogan alludeva a un processo rivoluzionario da innestare nel conflitto in corso, per raggiungere obiettivi nazionali e internazionali. Nelle grandi manifestazioni pubbliche a favore dell’intervento in guerra emerge Gabriele D’Annunzio che, già in precedenza, aveva espresso simpatie socialiste, critiche però verso il riformismo moderato, e atteggiamenti rivoluzionari. I socialisti ufficiali, dal canto loro, mantengono a lungo una posizione ambigua e contraddittoria circa l’ingresso nella guerra e solo tardivamente, e non in modo unanime, aderiscono al fronte interventista.

L’ingresso in guerra dell’Italia viene deciso a seguito del Trattato di Londra (con Francia e Inghilterra), che definisce i territori che le verranno assegnati in caso di vittoria. Però, alla conclusione del conflitto, nelle trattative per la pace, che si svolgono a Parigi, il patto viene dichiarato nullo dal presidente statunitense Wilson (anche gli Stati Uniti entrano in guerra al fianco di Francia e Inghilterra), allegando la giustificazione che, egli non era presente alla trattativa e non lo aveva firmato. Il lavoro diplomatico dell’Italia a Parigi è pasticciato, debole, confuso, inquinato da interessi non dichiarabili e il risultato è fortemente deludente perché implica la rinuncia ai territori dell’Istria, compresa Fiume, e della Dalmazia. Ancora una volta, la figura di D’Annunzio, il poeta combattente, l’eroe di imprese epiche, risulta determinante per la riorganizzazione del fronte rivoluzionario, al quale intanto si aggiunge un’altra componente: gli arditi, reduci dal fronte.

Gli arditi erano stati probabilmente il miglior corpo di assalto dell’intero conflitto; come D’Annunzio dice spesso, erano fanti proletari e contadini e, grazie anche all’esaltazione del fante come figura e tipo umano, avevano maturato una coscienza politica e non accettavano di tornare ai tradizionali ruoli subordinati: diventano così una formidabile risorsa per le manifestazioni di piazza e per far fronte ad avversari o polizia.

La campagna dannunziana contro la vittoria mutilata ha un’eco enorme e compatta il movimento rivoluzionario, che trova un’unità organizzativa proclamata il 23 marzo del 1919 con la fondazione dei Fasci Italiani di Combattimento, a Piazza San sepolcro a Milano. La parola fascio apparteneva all’epoca al lessico della sinistra e indicava appunto un cantiere politico costruito da varie componenti convergenti su un programma. La proclamazione della nuova formazione è presieduta da Benito Mussolini, all’epoca di sinistra e appena uscito dal partito socialista, e il programma sansepolcrista – di sinistra radicale – è preso pari pari dagli scritti di De Ambris e Corradini. Segue un periodo di intensa attività politica e di manifestazioni finché, non trovando soluzione la questione istriana e dalmata, Gabriele D’Annunzio non occupa militarmente la città di Fiume al comando di un gruppo di Legionari, il 12 settembre 1919, contro il parere del Governo italiano, che cerca di impedirla, e con il favore della popolazione locale e dei suoi amministratori.

Rimando ad altra occasione un’analisi dell’impresa dannunziana e mi limito qui a un solo punto: nella città di Fiume occupata, l’8 settembre 1920 D’Annunzio proclama l’indipendenza come stato autonomo della città, sotto la forma di Reggenza Italiana del Carnaro; poco dopo viene promulgata la costituzione, chiamata comunemente Carta del Carnaro, scritta in prima stesura da Alceste De Ambris e messa nella forma finale da D’Annunzio stesso: si tratta probabilmente della più bella costituzione mai realizzata e della più completa espressione ideologica del movimento rivoluzionario di cui il poeta si è fatto interprete.

L’impresa di Fiume rappresenta il punto più alto e la fine, al tempo stesso, del percorso rivoluzionario. Il governo italiano non vuole, o non è in grado di rompere con gli alleati e assecondare il colpo di mano dannunziano e, nello stesso tempo, né il governo né Mussolini – rimasto a Roma, un po’ defilato e più interessato al fallimento che al successo dell’impresa fiumana – possono permettersi il ritorno in Italia di un D’Annunzio vincitore: nei fatti, Mussolini tace e acconsente all’attacco portato contro Fiume dalla marina militare italiana, con incluso cannoneggiamento dello studio del poeta, che è costretto ad arrendersi dopo il natale di sangue del 1920.

Con questo esito, Mussolini approfitta della sconfitta politica dell’ex alleato e assume la guida del movimento rivoluzionario: scioglie i Fasci Italiani di Combattimento dando vita, il 9 novembre 1921, al nuovo Partito Nazionale Fascista; si presenta come successore ed erede di D’Annunzio, inizia una violenta campagna aggressiva contro le forze di sinistra che non riconoscono il suo ruolo – campagna che le istituzioni osservano con tacita benevolenza – e poi mette all’incasso le cambiali che gli sono state firmate, ricevendo l’incarico di formare il governo al termine di una farsesca marcia su Roma il 22 ottobre 1922.

Mussolini non fu mai un politico abile: era furbo e traffichino, il che è altra cosa; non era dentro la cultura del Novecento, ma veniva dal secolo precedente e ne covava tutti i pregiudizi; ma in quel momento storico una cosa l’aveva capita: che conservando le forme, i riti e gli stili dannunziani sarebbe stato riconosciuto come suo legittimo successore pur cambiando i contenuti politici del suo governo – e così fu.

Prese tutto da D’Annunzio: le divise, il fez, i discorsi dal balcone, gli slogan, il saluto legionario (o romano), l’eia eia alalà!, il mito degli arditi, il culto del fante proletario e degli eroi… e trascurò tutto il resto. D’Annunzio era repubblicano e Mussolini si legò a doppio filo con il re: Partito Fascista e Monarchia si sostennero a vicenda, il duce salvò la corona dalla rivoluzione e il monarca gli concesse di tutto, compresa l’innaturale alleanza con la Germania, le leggi razziali, la guerra e solo a tempo scaduto gli fece mancare l’appoggio dell’esercito permettendo all’opposizione interna di metterlo in minoranza e farne cadere il governo. D’Annunzio credeva in un sistema di autonomie della società dallo stato: erano le corporazioni, termine ripreso dal lessico tradizionale italiano con cui sostituì il termine consigli usato da De Ambris (ma entrambi avevano in mente una rielaborazione adatta alla società occidentale del sistema dei soviet); Mussolini intese la corporazione come sindacato unico nazionale e come organo statale, in un’ottica decisamente centralista e, nei fatti, totalitaria. Mussolini fu sedotto dal mito della razza, dall’imperialismo, dal Vaticano a cui concesse di tutto; D’Annunzio era libertario, sancì nella Carta del Carnaro pari dignità per tutte le religioni, progettava col governo della Reggenza una Lega dei popoli oppressi, e riconobbe la repubblica nata dalla rivoluzione di Lenin – e si potrebbe continuare a lungo.

Nei fatti, la manovra mussoliniana di una finta rivoluzione riuscì. Del vasto movimento rivoluzionario culminato nell’impresa di Fiume, una parte si oppose: De Ambris e gli arditi del popolo tentarono armi alla mano di contrastare l’avanzata del fascismo; altri pensarono, invece, che si potesse condizionare il governo dall’interno del Partito Nazionale Fascista e andarono a costituire una minoranza di sinistra, non del tutto ininfluente, ma mai messa in condizione di ridurre Mussolini in minoranza. D’altro canto, con l’elaborazione teorica che era stata raggiunta nella Carta del Carnaro, una loro confluenza nel vecchio partito socialista o nel giovane partito comunista di fede moscovita sembrava a molti un passo indietro; si potrebbe la posizione di chi entrò nel PNF come componente di minoranza con una frase scritta da Julius Evola in riferimento a un altro contesto ideologico: “per noi l’antifascismo è un nulla, ma il fascismo è troppo poco”.

Gli scritti dannunziani qui raccolti e annotati documentano il momento acuto della polemica a favore dell’interventismo e contro le manovre che spingevano per la neutralità o per l’alleanza con l’impero. Si tratta degli interventi che D’Annunzio pubblicò nel volume Per la più grande Italia: orazioni e messaggi di Gabriele D’Annunzio, Fratelli Treves Editori, Milano 1915 (viene riprodotto il testo dell’edizione Treves 1920, indicando le varianti più significative). Viene conservata la struttura originale, che divide il testo nelle seguenti parti:

La sagra dei Mille, contenente gli interventi di Genova, dove il poeta è presente per la commemorazione del 55° anniversario dell’impresa dei mille, il 5 maggio 1915, con l’inaugurazione di un monumento di Eugenio Baroni a Quarto, luogo di partenza dei garibaldini;

La legge di Roma, con gli infuocati interventi romani nei giorni immediatamente precedenti la consegna della dichiarazione di guerra all’Austria;

Tacitum robur, testo scritto subito dopo la dichiarazione.

Vengono inoltre aggiunti i seguenti testi:

– il Messaggio a Zara, del 23 dicembre del 1915: è il testo del volantino preparato per lanciarlo in un volo su Zara, che D’Annunzio aveva progettato di compiere insieme al Tenente di Vascello Giuseppe Miraglia. L’operazione fu però annullata a causa della morte del Miraglia per un incidente aereo.

– il testo Della decima musa e della sinfonia decima: tratto da Le faville del maglio, risalente al 1917 e pubblicato nelle Prose di ricerca, di lotta, di comando, di conquista, di tormento, d’indovinamento, di rinnovamento, di celebrazione, di rivendicazione, di liberazione, di favole, di giochi, di baleni, dalla Fondazione del Vittoriale a cura di Egidio Bianchetti (poi Prose di ricerca, Mondadori, Milano 2005, a cura di Annamaria Andreoli e Giorgio Zanetti). Si tratta di uno scritto con una importante componente teorica che mi sembra molto utile per spiegare le motivazioni profonde dell’impegno di dannunziano, al di là dei vecchi stereotipi del superomismo, estetismo o suggestioni tardoromantiche più o meno esibizioniste.

Nel maggio del 1917 D’Annunzio è nel campo di aviazione di Santa Maria la Longa, nei pressi di Palmanova del Friuli e compone il testo unendo due frammenti coevi: uno verrà riutilizzato con il titolo Per la raccolta nazionale delle musiche italiane; l’altro, che costituisce la prima parte al modo di un’introduzione, è tratto da un rapporto a Cadorna sull’uso dell’aviazione in sostegno alle truppe d’assalto.

La decima musa era citata anche nel primo libro delle Laudi, e torna più volte in D’Annunzio, che la chiamerà anche Musa di Ronchi (dalla località di Ronchi, oggi Ronchi dei Legionari, in Friuli, da dove parte per l’impresa di Fiume), dalla quale sarebbe venuto lo slancio – cioè la forza interiore – per compiere l’impresa. Nelle Laudi compare con tre nomi (“nomi divini”): Euplete, Eurètria, Energèia, e si aggiunge alle nove muse della tradizione classica. Euplete fa riferimento alla pienezza: “Piena come l’onda che giunge dopo l’onda nona sul lido”, riferimento all’idea classica che la decima onda sarebbe stata la più potente delle precedenti per l’idea di compiutezza e perfezione legata al numero dieci. Questa pienezza, in collegamento con l’impresa eroica, sta a indicare la maturità dei tempi e l’esaltazione del coraggio con cui ci si assume il compito di compiere un’impresa necessaria o di adempiere a un suggerimento del destino.

Euretria si riferisce alla capacità inventiva, e collego il termine al greco εὑρίσκω, trovare, scoprire, ottenere, anche nel senso dell’invenzione geniale: il momento dell’eureka, in cui si trova finalmente l’elemento mancante, che illumina e dà senso a un problema o a una situazione. In tal senso, Euplete è la pienezza dei tempi ed Euretria è il progetto adeguato acciocché tale pienezza si manifesti come in un parto: Energèia (che D’annunzio scrive con l’accento sulla seconda e per ragioni metriche) è l’energia, la forza che alimenta l’agire e il compimento dell’impresa. I tre nomi sono tre elementi che compongono una sola figura di musa ispiratrice, che possiede le tre forze o facoltà. Come le altre muse, Energeia ispira – quindi è esterna alla persona-; ma l’ispirazione viene sentita interiormente dall’ispirato, come una forza che vuole trasportarlo verso l’azione e, contemporaneamente, fornisce le risorse per compierla.

Che tipo di opera viene realizzato sotto l’ispirazione della decima musa? Qui la risposta è sorprendente, perché questa musa alimenta un’ispirazione individuale e un’ispirazione collettiva, vale a dire che le azioni compiute dal singolo individuo ispirato contribuiscono a realizzare un’opera complessiva di cui l’individuo stesso non ha la visione completa; da qui la caratteristica difficoltà di riconoscere ciò che la musa invita a realizzare – vale a dire: la trasformazione del mondo. Nelle Laudi, Energeia scende in mezzo agli uomini ma “da prima non tutti la videro”, anche se percepiscono la sua presenza forte come “il fiato d’una primavera improvvisa” che “soffocasse d’amore”. Tuttavia, alcuni, dotati di particolare sensibilità, la vedono: “io la vidi”, dice il poeta; e la sensazione che ne prova è che “quest’anima mia s’ergesse qual candida fiamma”.

Nelle parole scritte subito dopo la dichiarazione di guerra, anzi nel primo giorno di guerra, D’Annunzio descrive un silenzio grave e mistico in cui la città di Roma sembra rivelare di nuovo l’essenza della romanità, non come un passato a cui rendere culto, ma come una presenza nuova e una nuova rivelazione: “Stanotte, a un tratto, noi abbiamo riavuto coscienza della romanità, nel senso più ampio di questa parola superba”. Questa romanità, che si intuisce all’alba di una guerra “sola igiene del mondo”, nel senso rivoluzionario della creazione di un’epoca nuova, è come l’intuizione dei caratteri che tale mondo nuovo deve avere: la guerra di distruzione è come le doglie del parto da cui nasce il nuovo mondo – “O compagni, questa guerra, che sembra opera di distruzione e di abominazione, è la più feconda creatrice di bellezza e di virtù apparsa in terra”; “La profondità di tutti i secoli è nello sguardo notturno di Roma. Però il futuro è la sua palpebra che mai non si chiude”. E in questo momento iniziale del conflitto, scrive D’Annunzio: “La decima Musa ha tessuto il nostro nuovo destino. Gli uomini conduttori della nazione hanno obbedito a un ritmo apollineo, hanno tradotto in atti un carme fatidico. Questo lungo e penoso sforzo verso la vita ha qualcosa d’un mistero sacro”.

In sostanza, sul piano individuale Energeia può ispirare un D’Annunzio a un’impresa individuale come il volo su Vienna, ma sul piano collettivo Energeia è una forza cosmica, divina, che ispira l’avvento del mondo nuovo – il quale, come si è visto, non è semplicemente la modernità: semmai è la riscoperta di una romanità perenne che si scrolla di dosso il mondo borghese.

Romanità perenne significa ispirarsi ad alcuni valori senza l’atteggiamento reazionario o nostalgico di riproporre forme storiche e istituzioni obsolete. Il testo Della decima musa e della sinfonia decima mostra chiaramente che quei valori (che chiamerei tradizionali, senza alcun atteggiamento nostalgico) debbono tornare al centro di un mondo, di una organizzazione umana che è attualmente dominata dalla tecnica; quindi o questi valori impongono il loro dominio sulla tecnica o soccombono.

La prima parte del saggio ci mostra la potenza della tecnica che può essere messa al servizio dell’impresa di costruire il mondo nuovo, ma si badi bene: in appoggio a “le nostre eroiche fanterie”. Nell’inferno di Verdun, “la milizia celeste [l’aviazione] accompagnò la milizia terrestre verso il sacrificio sublime, quasi in comunione di patria dilatata nello spazio libero. Il grido dell’assalto irruppe da tutti i petti gonfii d’un subitaneo coraggio, raggiunse e superò il rombo delle ali latine. Fu una insolita ebrezza di vittoria”. Anche Ernst Jünger prenderà la battaglia di Verdun come cifra simbolica dello scontro tra l’eroismo umano e la potenza distruttiva della tecnica, che rischia di cancellare il coraggio e l’eroe dalla storia.

Nel testo di D’Annunzio, assoggettato allo sforzo eroico – e, se mi si consente di dirlo: dominato da una volontà latina – il rumore monotono della tecnica, sia esso un motore o le esplosioni in serie di una mitragliatrice, risulta incluso in una polifonia: il disegno perseguito e ispirato dalla decima musa si chiarisce nell’intuizione del movimento corale o collettivo; la trasformazione del mondo si scopre bella alla luce di una nuova percezione estetica in cui i rumori, nella loro tragicità, sono il preludio della decima sinfonia sotto la direzione della decima musa: “mentre sul sanguigno mondo sta quell’ansia vertiginosa che precede il turbine dei turbini e le estreme sentenze del Destino”, tra “indizii augurali che non hanno mai cessato di risplendere allo spirito umano in mezzo a quella uccisione e a quella devastazione senza confine e senza fine obbedienti tuttavia a un ordine condotto da un ritmo inconvertibile se bene ancóra indistinto per noi”.

Il barbaro, scrive D’Annunzio alludendo a una figura, a un tipo umano che rappresenti storicamente un’incarnazione del nichilismo contemporaneo e che non si identifica riduttivamente col nemico austriaco, ha cercato di cancellare la cognizione umana che l’uomo aveva di sé; il combattimento, nell’era della tecnica, è il recupero di tale condizione opposta alla barbarie – l’humanitas;

Concordia discorde è questo smisurato travaglio umano che di sotto al carnaio e alla rovina scava le forme necessarie della vita nuova.

Creazioni recondite e ineffabili a noi, nel senso divino della parola, accompagnano le distruzioni brute che compie una volontà meccanica servita da macchine di morte sempre più potenti e diverse. Un dio velato su ognuna delle nostre battaglie fangose lampeggia come nel canto di Omero.

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Per una più ampia trattazione e riferimenti bibliografici si veda il mio saggio: «Compagno D’Annunzio, alalà!», in Compagno D’Annunzio, alalà! Italianità e socialismo nell’impresa di Fiume, scritti di Gabriele D’Annunzio e Alceste De Ambris, a cura di G. Ferracuti, online <https://amzn.to/3RBWziB>, pp- 7-90.

Vedi anche.

Gabriele D’Annunzio: L’armata d’Italia (pdf gratuito)

Gli ultimi giorni di Fiume dannunziana