CRISI POLITICA,  FASCISMO

Francesco Orestano sulla “perfida Albione” (1941)

L’ INGHILESE FOLLE
Francesco Orestano
(1941)

ANTINGLESE
DEI LAUREANDI DI INGEGNERIA DEL G.U.F. DELL’URBE
EDIZIONI MEDITERRANEO FUTURISTA
Stampato dal G.U.F. dell’ Urbe per i Tipi di «Roma Fascista» e di «Mediterraneo Futurista» – A. XIX

La politica britannica può compendiarsi nei seguenti termini: un’idea imperiale a raggio illimitato, assistita da una volontà assoluta, inflessibile, che non ammette nè conosce ostacoli, e applicata pragmatisticamente all’’infinità di situazioni particolari, con criteri empirici puntiformi, variabili caso per caso e dall’oggi al domani, sotto l’unica guida d’una robusta convinzione d’utilità propria, vicina e lontana.

Attendersi dallo spirito britannico, che fondi un ordine universale, e stabile o vi partecipi e vi si sottometta in qualche modo è un’assurdità, un voler cavare acqua dalla pietra, ex pumice aquam. Non ne è capace, non ne ha il gusto, non vi ha nè può avervi alcuna fede.

Un principio di giustizia internazionale alla base d’un ordine, poniamo europeo, suppone: nel piano mentale, funzioni logico-categoriche di universalità, alle quali l’intelletto inglese è negato per costituzione, e nel piano etico, l’ammissione d’un principio di reciprocanza (la giustizia è reciprocanza, cioè eguaglianza e commutabilità delle parti), principio al quale tutta la storia morale e tutta l’etica utilitaria inglese praticamente repugnano.

Anzitutto si può dimostrare con la storia alla mano, anche la più recente, per esempio quella dei rapporti con l’Italia, che la Gran Bretagna — la quale s’è impennata per il rifiuto di Hitler a lasciarsi irretire nelle trappole dello formule diplomatiche — non ha mai rispettato un trattato, nè un impegno qualsiasi, se non unicamente quando le ha fatto comodo. Per poco che l’indice del suo vantaggio volgesse in senso divergente, la Gran Bretagna ha violato sempre qualsiasi patto, contratto, promessa. Caratteristico è poi che ha potuto sempre commettere le più patenti violazioni con la coscienza sempre a posto, tranquillizzata dalla propria logica empirica del caso singolo.

La premessa maggiore del ragionamento inglese in materia di trattati, è che i trattati valgono con la clausola espressa o sottintesa, rebus sic stantibus. Or poiché le res non ristanno mai dal mutare, qualsiasi trattato, patto, impegno, per solenne che sia, può essere legittimamente revocato o negato, quante volte ciò sia richiesto dal proprio interesse, perchè si può sempre dimostrare, con classicità che l’inferenza analogica consente, che la situazione è mutata. Conseguenza: un trattato in mano britannica può essere un’arma contro gli altri, ma è un’arma che si spunta sempre quando è rivolta contro la Gran Bretagna.

Non citiamo, perchè dovremmo qui citare tutta la storia inglese. Quello che contano gl’impegni britannici più solenni lo sanno bene gli Indiani, gli Arabi, gli Armeni, gli Egiziani, ecc. Ma gli Italiani ricordino sempre i solenni proclami di lord Bentinck, Nugent e compagnia del 1813 — ricordino pure il voltafaccia di lord Clarendon. che tanto amareggiò Cavour, nel 1856, in favore dell’Austria e contro l’Italia, all’indomani del Congresso di Parigi, dov’era riuscito al Cavour con le lusinghe dello stesso Clarendon a porre la questione italiana; e non dimentichino mai il Patto di Londra del 1913, gli Accordi di San Giovanni di Moriana del 1917, i ripetuti Trattati per l’Abissinia, il Gentlement Agreement con Mussolini…, tutta carta sporca. Questo per il metodo. Naturalmente con questo procedere il concetto stesso di patto è annullato. E poiché gli Inglesi vengono spesso abusivamente paragonati ai Romani, si ricordi che i Romani rispettavano invece di fronte a tutte le genti, anche se nemiche, la santità dei patti quando proclamavano il principio: parta inter ipsos hostes servanda sunt.

Ma oltre che il metodo tutta la sostanza della politica britannica è quanto mai remota dal concepimento di un ordine giuridico e politico. che possa vincolare stabilmente e legare genericamente l’Inglese, oltre il singolo caso ed evento particolarissimo esattamente previsto e calcolato.

Certo, la politica è materiata di utilità e nessun popolo è tanto ingenuo da sentirsi disposto ad accettare spontaneamente un ordine che gli s’imponga ad extra, e in controsenso coi propri interessi esistenziali e spirituali. Ma mentre per noi latini e germanici è mentalmente e praticamente concepibile un’utilità generale a largo disegno, che tenga conto dei vantaggi di tutte le solidarietà e si componga in bilanci complessi a sviluppo storico; l’utilitarismo inglese, per le sua basi empiriche e per la sua logica isolante non può sollevarsi sul calcolo concreto del do ut des, stabilito caso per caso, punto per punto. Perciò esso si concreta e risolve in un mercantilismo universale, elevato a sistema. L’utilità è, come per tutti, la sua legge; ma dev’essere un’utilità ben determinata, positiva, immediata o futura, in ogni caso esattamente calcolabile in danaro od altri beni materiali e nella previsione l’avere deve superare regolarmente il dare.

Del resto la vera portata etica del suo utilitarismo lo spirito britannico l’ha resa chiaramente manifesta nelle sue realizzazioni. E in primo luogo nelle sue relazioni internazionali, improntate a un opportunismo spregiudicato ed egoistico fino alla brutalità; e non solo nelle contrattazioni commerciali, assistite occorrendo col cannone; ma nei suoi continui voltafaccia politici: ieri amici, oggi nemici o viceversa; ieri alleati per la pelle, oggi aggressori a tradimento, salvo a ritentare domani di rinnovare l’amicizia con l’aria di niente.

Più significativo ancora è che l’utilitarismo inglese si riveli con l’identico metro in tutto il complesso delle relazioni interne al proprio sistema. Selle relazioni imperiali da metropoli a Dominions l’unico filo veramente saldo è il Commonwealth, cioè la solidarietà commerciale: dunque mercantilismo anche qui, ancorché paludato di lealismo. Nelle relazioni da metropoli a colonie il rapporto è di netto sfruttamento. Ma la massima misura della propria etica utilitaria lo spirito britannico l’ha data nell’àmbito della stessa vita metropolitana; dove lo spaventoso, secolare, non mai debellato pauperismo inglese costituisce il più severo atto d’accusa contro una mentalità che qui si rivela senza maschera. La sfera ideale e la realtà praticamente vissuta non comunicano, ripetiamo fra loro, perchè il solo veicolo che potrebbe farle avvicinare è la volontà e questa è controllata dal più chiuso e cieco egoismo mercantile.

Benché nella regione superiore delle idee e dei principi un Inglese valga un Italiano o un Tedesco, nel passaggio dall’ideazione all’azione vengono fuori tutte le differenze mentali e morali. Le predicazioni vaporose e sospirose rimangono sospese in un nimbo d’irrealtà e non riescono ad animare d’un proprio soffio e palpito neppure l’utilitarismo, col fargli allargare i calcoli abituali fino a includervi il proprio maggior profitto raggiungibile con una solidarietà attiva tra la classe dominante e le classi diseredate, tra la plutocrazia britannica strabocchevolmente ricca e le masse povere attaccate al suo carro trionfale.

Come mai potrebbe una mentalità cosiffatta innalzarsi a un concepimento generosamente e nobilmente europeo, quando è così gretta, arida, particolaristica, incorregibilmente privatista nell’àmbito della stessa vita metropolitana? Come potrebbe sentire riguardi d’ordine internazionale uno spirito che non ne ha affatto nelle relazioni quotidiane tra gli stessi connazionali?

L’espressione più sincera del mercantilismo britannico è stata formulata nel famoso proverbio inglese che identifica il tempo (cioè la vita) col danaro (time is money); ed è resa con altrettanta sincerità nel detto celebre d’una personalità politica britannica: «Ciascun uomo ha il suo prezzo per il quale si vende» una massima, questa, osservò argutamente Nietzsche, che non poteva nascere se non in un cervello inglese.

Con una mentalità cosiffatta, dal ragionar corto, e con un’etica pur essa cosi singolare, dal respiro altrettanto breve, non poteva lo spirito britannico fondare un Impero universale e tenerlo per tre secoli in piedi e in progressivo accrescimento di potenza, se non per un prodigio della volontà, d’una volontà che non a caso abbiamo detto assoluta.

Trattasi d’una costruzione ch’è già paradossale nel suo sistema interno. E invero un Impero vasto, forte, durevole, esige coesione e continuità. Ebbene l’Impero britannico è opera degli uomini più sconnessi e incoerenti. È venuto edificandosi per un concorso di volontà innumerevoli, tutte e per più e più generazioni medesimamente orientate e addizionantisi e moltiplicantisi fra loro; ma volontà emergenti ciascuna da una idiopsicologia originale, irriducibile a qualunque altra consorella (ciascun Inglese forma un unicum per conto suo), perciò isolata, dissociata per costituzione mentalmente ed eticamente.

Nè d’altronde la distinzione era nelle sole coscienze, ma si rifletteva nelle stesse istituzioni inglesi. Si pensi che sino alla legge Balfour 20 dicembre 1902 la scuola primaria inglese ha poggiato quasi unicamente sul voluntary System; che sino all’anno 1919 la coscrizione militare non fu obbligatoria nella Gran Bretagna; che lo squilibrio tra la forza navale e la forza terrestre britannica in fondo in fondo non si deve soltanto alla situazione transoceanica dei possedimenti imperiali, sibbene anche alla tradizionale diffidenza del popolo, rappresentata ai Comuni, verso la Corona: navi sui mari quante ne voleva, soldati sul suolo metropolitano il meno possibile.

Creare adunque e alimentare l’imperialismo britannico con tutto l’individualismo britannico, con quel po’ po’ d’atomismo, senza una disciplina mentale ed etica, anzi malgrado tutte le scuciture, le aberrazioni, le idiosincrasie delle variazioni personali nella più ricca fioritura di varietà umane che un popolo abbia mai prodotte, è stato ed è un paradosso della storia. Il quale si comprende solo se si sappia che la funzione intimamente costitutiva e associativa delle menti britanniche non risiede, come per noi latini e germanici, nel pensiero e nel sentimento, ma nella volontà. La viva trama di cui la potenza britannica nel mondo s’è intessuta e consolidata e per cui ancor oggi essa vive e resiste, è la forza adesiva di volontà concordi.

Ma la costruzione non è meno paradossale, se riguarda nelle sue relazioni esterne. È un Impero che s’è imposto al mondo senza alcun addentellato intellettualistico, nè sentimentale; senza formule preconcette, senza principi universali obbliganti, con la più larga tolleranza, come dire indifferenza, verso i fattori ideali della vita associata, con un accomodamento remissivo duttilissimo a tutte le situazioni locali più diverse e strambe; ma al tempo stesso con l’impiego intransigente della propria volontà di dominazione, inesorabile alle volontà discordi, disposta a non badare a mezzi nel ridurle all’obbedienza, quante volte l’idea imperiale britannica fosse in giuoco.

Una volontà di potenza, che non sa nè può parlare alle menti e ai cuori, ma soltanto ad altre volontà, non può che o sottomettersele o allettarle sul terreno dell’interesse. Per questo la costruzione veramente congeniale con lo spirito britannico è stato il British Commonwealth. In tutto il resto, dove non giunga, con le buone o con le cattive, la contrattazione, l’Impero adopera o la corruzione o le armi. Le volontà o gl’interessi non disposti a solidarizzare o a sottomettersi all’imperialismo britannico non hanno altra scelta e sono condannati a priori.

Che il giuoco fosse riuscito per tre buoni secoli, certo col favore evidente di molte circostanze positive e negative, era già un successo strepitoso, dicevamo, paradossale superiore ad ogni ragionevole aspettativa. Ma che potesse durare indefinitamente e illimitatamente, senza alcun riguardo alle nuove formazioni storiche e politiche nel mondo, non era che una presunzione arbitraria e più che irragionevole, folle.

L’unica e l’ultima prospettiva storica, generosamente offerta all’imperialismo britannico di consolidarsi e durare nell’orbita delle sue situazioni precostituite, fu il Patto a Quattro di Mussolini. Che avrebbe importato alla fine dall’attenersi al Patto a Quattro? Nulla più se non un relativizzarsi dell’influenza britannica rispetto alle altre formazioni politiche europee, specialmente la tedesca e l’italiana, avendone in compenso una garanzia di sicurezza non più intaccabile nell’immenso Impero mondiale, cui ben poco avrebbe sottratto la sola restituzione delle mal tolte colonie alla Germania. Ce n’era d’avanzo.

Ma no. Nell’assolutezza del proprio spirito di dominazione, nell’incomprensione d’ogni altra forma di correlazione che non fosse di comando, nella solitudine di cuore cui l’Inglese è circoscritto dal proprio orgoglio smisurato, da un egoismo primordiale, dall’abituale disprezzo delle ragioni altrui; nell’insania della propria volontà di prepotere e strapotere ad ogni costo; ma diciamo pure nella sua incapacità costituzionale di concepire e volere un ordine astratto purchessia; la Gran Bretagna ha sabotato anche il Patto a Quattro e ha voluto osare ancora una volta tutto pur tutto. Fidava naturalmente che potesse riuscirle ancora una volta di vincere nella colossale partita di poker così abilmente e audacemente condotta per secoli, parte contando sull’aiuto della fortuna, parte bluffando e parte barando (e non erano state forse barerie l’usurpazione di Gibilterra e di Cipro e di Malta?). Non tenne conto e questo errore le fu fatale, che nuove forze avanzavano ormai al proscenio della storia, non più comparse, ma protagoniste.

Giuocatore d’azzardo per professione, assuefatto a vincere o a rifarsi facilmente delle perdite eventuali, l’Inglese ha oggi puntato sull’ultima carta di questa guerra, da lui provocata e imposta con un inconsideratezza folle, tutto: impero, prestigio, alleanze, amicizie, il destino d’interi popoli illusi, tutta la propria ricchezza, tutto il proprio credito. E quanto più perde, più azzarda, nel delirio proprio del giuocatore che spera fino all’ultimo di rifarsi con un colpo di fortuna restauratore.

Alle sue spalle, come ogni giuocatore che ha da perdere, sta l’usuraio, che gli porta via quanto più può di quello che ancora gli resta, in cambio delle somministrazioni dategli a spizzico, per permettergli di continuare a giuocare: che se non potrà restituire in contanti, pagherà in immobili, territori e possedimenti. È il ben noto usuraio, che ha inventato un apparecchio automatico distributore dell’amicizia nord-americana: vi si introduce la monetina, il dollaro o altro valore equivalente, e ne vieti fuori l’aiuto alle democrazie.

Si dice che l’usuraio sia cugino bastardo dell’Inglese. Sarà? Non sarà? La cosa sul terreno degli affari ha poca importanza. E per noi non ne ha nessuna.

Qui per chiudere osserveremo due sole cose, una alla Gran Bretagna, l’altra agli Stati Uniti d’America.

La Gran Bretagna non ha capito, nè vuol capire, e se non lo capisce lei meno ancora lo capiranno i Nord-americani che oggi c’è un’Europa la quale sente il bisogno di darsi un ordine, di farla finita col frammentismo e col divisionismo, di metter termine alla politica delle rivalità distruttrici, degli antagonismi, delle inimicizie rinfocolate il più spesso a freddo e per calcolo dalla stessa politica britannica, il «cattivo genio» dell’Europa; e infine è decisa a iniziare un’èra di pacifica convivenza e di collaborazione. La Gran Bretagna non ha neppure voluto intendere, che un Europa pacificata e unificata non costituiva alcun pericolo per l’Impero britannico, il quale, salvo le necessarie parziali rinunzie e correzioni e connessioni, avrebbe potuto restare in piedi, continuando ad essere pur sempre una propagine dell’Europa, a costituire un vanto e un alto interesse europeo. E che altro significato ebbero i ripetuti inviti, così stoltamente irrisi e respinti, di Mussolini e d’Hitler a trattare?

Di fronte a una nuova storia che si apre, a un ordine nuovo che vuole insediarsi sulle rovine dell’antico, anacronistico, responsabile delle catastrofi a ripetizione arrecate alle più nobili stirpi del mondo; di fronte alla volontà risoluta dell’Europa continentale di darsi finalmente una pace e un sistema di vita solidale quale non ebbe mai più dall’Impero Romano in fuori; che cosa significa questa guerra della Gran Bretagna con la alleanza dei vari Benes e Ras Tafari, e con gli aiuti americani… alle democrazie, col bel programma di tornare a frantumare la Germania, d’imbrigliare l’Italia, di ricacciare l’Europa in un passato irrevocabile, sfasato con le esigenze vitali dei popoli europei, fuori chiave con lo spirito dei nuovi tempi? Ma è la follia questa! E che altro è la follia, se non uno squilibrio permanente tra la propria ideazione e la realtà circostante?

Quanto al Nord-America bisogna che ritenga ben fermi due capisaldi dell’imminente storia europea.

1) L’Europa non permetterà mai più a chicchessia d’immischiarsi nelle sue faccende interne. Tanto meno l’Europa lo permetterà ai signori Nordamericani, che già le hanno inflitto una volta il wilsonismo, saggio della loro piramidale incomprensione delle cose nostre. Gli Stati Uniti d’America sono responsabili in solido con la Gran Bretagna e con la Francia di questa seconda catastrofe europea. Ora basta.

2) Finche gli Stati Uniti, stando dietro il tavolo da giuoco, dove la Gran Bretagna arrischia e liquida il suo patrimonio, si sono contentati di raccogliere le bricciole, quali le isole Bermuda o le Bahama, noi siamo rimasti pazientemente a guardare. Ma se il giuoco folle della Gran Bretagna continuerà sino alla perdita dell’ultima posta, non l’America interverrà negli affari interni d’Europa, ma l’Europa avrà acquistato un suo titolo autentico e indiscutibile a interloquire e a decidere sulla liquidazione dell’intero asse britannico nel mondo. E nel nuovo assetto mondiale l’Europa, oltre tutto, non permetterà mai che le Isole Britanniche, sulla soglia del nostro continente, diventino la testa di ponte degli Stati Uniti e che l’America stabilisca le sue frontiere sulla Manica e sul Mare del Nord.

Francesco Orestano

Accademico d’Italia