DIBATTITO FILOSOFICO,  F. T. MARINETTI E IL FUTURISMO

Francesco Orestano: L’opera letteraria di Benedetta (1936)

L’Opera letteraria di Benedetta[1]
Francesco Orestano

da Gravia levia
Opere complete di Francesco Orestano
Accademico d’Italia
Fratelli Bocca Editori, Milano 1941, XX, vol. XI

Benedetta scrittrice e pittrice appartiene per grandi linee al movimento futurista. Ma la sua personalità, se non si può dissociare da quella di Marinetti, deve esserne distinta.

Nulla dirò della parte pittorica, nella quale sono affatto incompetente, e mi atterrò alla parte letteraria, nella quale sono pure incompetente, ma un poco meno.

E dimostrerò che l’appartenenza di Benedetta al Futurismo va intesa con molti grani di sale. Almeno per due ragioni:

la prima che Benedetta scrittrice era preformata avanti la sua adesione al Futurismo;

la seconda, che anche dopo questa adesione Benedetta ha conservato le sue caratteristiche originali e le ha sviluppate per vie proprie.

«Mia uguale, non discepola» – l’ha proclamata Marinetti presentando con accese parole il volume di Gararà. E in questo saluto c’è più che un gesto cavalleresco. C’è – a parte la equazione di uguaglianza, di cui lasciamo arbitro Marinetti – il riconoscimento di una verità di fatto: Benedetta non discepola.

Anche questa verità può essere dimostrata con due serie di considerazioni.

La prima. Chi farà una volta la storia del Futurismo, dovrà registrare quali profonde mutazioni sono intervenute nella personalità poetica del suo capo Marinetti in seguito all’ingresso di Benedetta nella vita e nella fantasia di lui: scorie inessenziali al movimento abbandonate per via; assolutezze che si temperano, certe crudezze che scompaiono, un velo di pudore inconsueto che o affiora nel dettato poetico o è calato, più probabilmente, prima su certe zone della fantasia, esercitandovi un’intima censura preventiva.

La seconda. Lo storico del Futurismo dovrà registrare quali apporti personali Benedetta vi ha immessi.

***

Io non potrò fare qui questa opera di storico, nè forse alcuno oggi è in grado di farla, imbrigliando in giudizi conclusivi un movimento tutt’altro che esaurito ed essenzialmente antistorico.

Dirò soltanto quali sono gli elementi di convinzione su cui io appoggio le due affermazioni testè fatte: preformazione di Benedetta, e sua persistente originalità.

1. Documento saliente della preformazione di Benedetta scrittrice è a mio giudizio il suo primo volume: «Le forze umane».

È stampato nel 1924, ma non bisogna datarlo da quell’anno. Non foss’altro perchè la giovanissima autrice vi rivela una maturità di esperienze e una maestria di stile, alle quali è impossibile assegnare una data recente, nè forse un’epoca qualsiasi. Vi è già dentro tutta una vita. Vi è il segno di sempre. Giudicatene voi stessi dal capitolo che segue: «Totali raggiunti».

Il padre di Luciana, tornato, dopo 4 anni di guerra al fronte, scosso nella sua compagine psichica e colpito di amenza, è. morto in un nosocomio. La famiglia, ricompostasi all’improvviso richiamo, si reca a visitare la salma.

«La mattina dopo, molto presto eravamo tutti vestiti.
«II 9 febbraio, giornata limpida di tramontana.
«Nella notte era gelato. La vita della città paralizzata come se tutto si fosse fermato in una volontà precisa, fredda. Le fontane avevano ai bordi pesanti lacrime irrigidite. Lungo le fessure dei marciapiedi del bianco luceva. I raggi del sole nell’aria erano lame, spille, rasoi, fili di cristallo aguzzi. Penetravano martirizzavano la mia carne, cercavano le lacrime sulle guance, spaccavano l’arsura delle labbra, ingabbiavano l’anima smarrita nel gelo infinito dell’ignoto. Il cuore solo batteva nel petto con un rimbombo pauroso, scavava scavava il terrore. Non poteva il suo poco calore propagarsi nella vita. Tutto era serrato. Anche i rari passanti avviluppati erano ombre essiccate rannicchiate. I tram isolati dai vetri opachi.
«Nella vettura eravamo stretti vicini. Se ci guardavamo, il nero dei vestiti ci annegava nel terribile simbolo del mistero, ed era tragico quel trovarci riuniti dopo tanti anni…
«Ma i pensieri cadevano. La realtà era troppo violenta, ci teneva fissi in una immobilità ebete.
«La mamma prese tanti garofani rossi: il babbo amava i garofani rossi! Furono sul nostro nero uno stupore, ma separato distante.
«Arrivammo. Il grasso portiere aprì con l’enorme mazzo di chiavi che cozzarono con frange di tintinnii. Si levò il cappello in silenzio, ci fece cenno di aspettare, telefonò all’infermiere. La lentezza degli atti troppo abituali sfaceva le ultime nostre forze.
«Attraversammo il giardino. Su tutto era il velo bianco del gelo che rendeva ogni forma compatta e ferma. La ghiaia sembrava più candida nel viale ampio che saliva lentamente verso l’azzurro chiaro del cielo aperto in fondo fra le coppe brune dei pini.
«Nel silenzio gelato i nostri passi stridevano. Costeggiammo il grande casamento rosso dalle inferriate nere, che simulavano delle scritture cabalistiche. Dentro silenzio. Il freddo aveva inchiodato quelle ribellioni feroci. L’infermiere prevenne i nostri passi, dicendoci:
«- No! Da questa parte. È già nella camera ardente. Aspettavamo solo loro per l’addobbo.
«Entrammo per una porta di noce quasi nera in un lungo corridoio bianco dalla volta curva. Il pavimento era di pietra bianca, alle pareti delle lapidi di marmo. Ogni dieci passi il soffitto scendeva stringendosi ad arco gotico, listato di nero, cosicché proseguivamo in quel biancore, ghigliottinati di tanto in tanto da un’ombra di lutto.
«Alle pareti si succedevano più fitte le lapidi. Qua e là dei sarcofaghi di pietra ingiallita aperti e vuoti. Esitammo ad una svolta. La mamma ebbe un singhiozzo lacerato.
«Vedemmo il fondo del corridoio. Pochi gradini di marmo bianco. Entrammo sotto un arco listato di nero.
«A sinistra un catafalco coperto d’un lenzuolo niveo. Dietro, sulla parete, un crocifisso nero e due lunghe palme verdi intrecciate.
«L’infermiere scoperse il viso. Apparve. Bello di una purezza immateriale. I lineamenti in un raggiungimento supremo erano bianca luce serena, nella bianca luce drammatica che da due alte aperture tonde senza vetri cadeva sui marmi bianchi. Il corpo era un rilievo rigido sotto il sudario.
«Commozione estatica. Mi sentii dilatare all’infinito per raccogliere quell’infinito più potente della vita. Entrava in me la rivelazione del mistero nella sua verità immobile di armonia suprema.
«Gli involucri dell’Io si squarciavano per liberare la mia individualità, tensione estrema verso l’unità-armonia. La mia vita assorta in sforzo di coesione-coscienza combaciava in amore con la suprema forma del mistero.
«Non era più nè peso nè densità, mio Padre, ma una espressione irraggiata dilatata luminosa del Raggiunto, come l’universo in una notte cupa.
«Rividi gli attimi torturati di sfasciamento progressivo del nucleo-individuo di mio Padre, la lotta della coesione-volontà che reagiva, la resistenza dei ritmi a scompigliarsi. Vidi l’angoscia mia nel tempo per gli attimi di miseria, dolore, peso. Attraverso l’espressione immateriale di mio Padre nella Morte, diveniva cosciente in me la sua armonia! ogni tono aspro si sublimava e assurgeva a valore di assoluto nell’assoluto della comprensione.
«Capii che è vano dolorare per la sofferenza dell’ignoranza, l’umiliazione consapevole, il lemure del vuoto che dimensiona lo spirito, il lavoro che non vuol essere macchina, la vecchiaia che si ribella, l’amore che soffre, la febbre dello slancio. Capii che è più vano ancora condannare la rozza incoscienza stagnante, la giovinezza soddisfatta, la miseria che non si vergogna, l’anima arida, l’agonia che non sa uccidere, l’affetto abitudinario, l’essere che non sa superare.
«Vera poteva essere nella relatività dell’individuo l’agonia di mesi. Poteva essere vero nel tempo il dolore. Ma falso nel tutto. Non avevo forse visto la faccia cattiva aderire sempre alla buona, quello che oggi accarezza domani battere, mentire oggi per essere sincero domani? Ebbi pietà di me che mi ero fermata nell’attimo migliaia di volte, sentii che si deve fissare gli occhi nel fondo più profondo, oltre tutto. Sentii che si deve accogliere fra mani di amore il dolore, rinchiuderlo. Afferrare la gioia la fede l’ardore ogni fiamma, e portarla in alto sopra la fronte, e assurgere superando tutto, ciechi per ogni ostacolo, infrangendo la forza di gravità che ci costringe a strusciare ferri su calamite-rotaie di densa necessità.
«Per l’essere assurto ad armonia nulla era stato vano, nulla è vano. Ogni vibrazione ha la sua luce. Ogni fede la sua risurrezione.
«Amare la vita significa accettarne la crocifissione, poiché solo essa annienta tutte le misere agonie, libera le forze per l’apoteosi.
«Come verità religiosamente raccoglievo nel mio spirito l’estrema forza di mio padre, e l’anima andava alla sua espressione astratta con devozione riconoscente perchè aveva liberato me in me. Ormai egli era nell’universo come l’universo, una sublimazione di forze attuate. Nella mia Umanità ancora legata ai giorni e allo spazio mi chinai umile perchè il Divino puro fosse in me e mi benedicesse.
«Fu questa la mia prima Comunione.
«Fui distratta dal pianto convulso di mia madre che mio fratello allontanava. Mi accorsi allora che Arnaldo era già fuori e che Massimo sulla scala di marmo addossato al muro singhiozzava forte la testa fra le braccia.
«Andai a loro. Le parole erano vane, ma forse la mia atmosfera serena li avrebbe confortati. Rifacemmo il corridoio bianco. Non si vedeva il nero degli angoli gotici poiché erano dipinti da una sola parte. La luce piena intensa sbattè contro di noi e ci avviluppò come un grido. Il sole nel giardino aveva sciolto il gelo. Le erbe fresche lucevano e respiravano libere. Nel fondo i tronchi dei pini avevano toni violacei appassionati che offrivano le dense coppe dei fogliami all’azzurro, segati da volanti cinguettii a zig zag vui vriit cip vrit zui.
«Passammo davanti al grande casamento rosso sangue. Dalle finestre reticolate di sbarre arrugginite schizzavano tragici stridenti ululanti senza fine, con crescendo violento… ».

Ebbene tutto il libro è così.

E qui c’è una scrittrice di razza e una scrittrice fatta, che sa la parola necessaria e sufficiente per mettere in equazione esatta sensibilità-pensiero-espressione.

Ben più: c’è una personalità fortemente e compiutamente disegnata, che possiede ed applica un proprio filtro squisitamente selettivo al mondo caotico delle esperienze incoordinate e tumultuarie.

Come? dove? quando s’era potuta maturare questa personalità? e la scrittrice giovanissima? È il segreto insondabile di ciascuna formazione personale.

Ma se penso che questo è, in ordine di tempo, il primo dei volumi di una giovinetta, mi domando quanti scrittori adulti ambirebbero di apporvi la firma come all’ultimo e più maturo dei loro prodotti.

Se non che de «Le forze umane» può dirsi lo stesso che della classica opera della Necker de Saussure, e cioè, che mentre molti uomini avrebbero desiderato esserne autori, solo una donna poteva scriverla.

Il libro de «Le forze umane» reca un sottotitolo: Romanzo astratto con sintesi grafiche.

Metto da parte le «sintesi grafiche» di evidente ispirazione futurista, ma non essenziali all’opera e certamente aggiunte in seguito a mo’ di commento.

Che altro c’è di futurista nel volume?

Forse talune grafie per accostare il segno scritto della parola al fonèma? Bambini che gridano: «Ho vvvinto io!». «Nnno». «Ppprima io…» ecc.? Oppure delle registrazioni onomatopeiche: «patra tuung zuum!… ztrùc-straac»?… Ma ciò non è esclusivo del Futurismo, nè lo definisce. Ventun secolo fa il poeta Ennio scriveva: «At tuba terribili sonitu taratantara dixit».

Mi domando invece: perchè Benedetta ha chiamato questo suo libro personalissimo e vivissimo: romanzo astratto?

E mi rispondo così: per una attitudine mentale; costante nell’autrice a trasferire tutto il concreto praticamente e intimamente vissuto in un piano concettuale riflesso di superiore compenetrazione e comprensione.

Se dovessi definire con un sol tratto, la forma mentis che amministra in questo libro l’economia del pensare e dell’esprimersi, direi – senza tuttavia la lusinga di esaurire la natura di un processo assai complicato – che Benedetta traduce immediatamente, come per un istinto mentale, le sue esperienze più concrete in concetti generali, e che questi assurgono spesso alla consistenza del mito platonico delle idee. Diventano essi la vivente e operante realtà. In questo modo ogni vicenda concretamente vissuta diventa astratta. Di qui la ragione del sottotitolo.

C’è insomma in lei un procedimento inverso a quello comunemente considerato proprio della poesia. Mentre si attribuisce da tutti alla poesia la funzione e il potere di trasfigurare concetti astratti in rappresentazioni concrete, Benedetta esprime costantemente le sue esperienze concrete in concetti astratti.

Se non temessi di esagerare, aggiungerei che il suo procedimento è più di genere filosofico che poetico. Ma non insisto, perchè qui avviene un fatto singolare che costituisce la vera originalità di Benedetta. Ancorché trasportate nella luce astrale di concetti universali, le sue esperienze conservano tutta la loro concretezza, calore di sangue, ritmi energetici, le pulsazioni e vibrazioni e ansietà scandite dalla vita. L’astrazione non uccide la poesia, anzi la poesia si alimenta di astrazione e ne fa la sua materia prima.

Gl’individui diventano nuclei-volontà tenuti insieme dalla coesione-coscienza: nuclei che si formano, si urtano, si disgregano, si fondono insieme. L’amore è una fusione di nuclei. La successione degli accadimenti non è che una superficie ironica. La realtà ch’essa simula è una gara, una lotta di forze antagoniste: forze di astrazione contro forze di attrazione, forze di attuazione individualizzanti contro forze di astrazione universaleggianti. E l’arte è differenziazione-molteplicità-armonia. La creazione: concezione più azione…

Concetti, concetti, concetti…: sintesi ambiziose di raggiungere unità-totali, ampie tanto da abbracciare interi panorami cosmici e umani…; dotate di un superiore potere disciplinare per l’azione.

Significativo è in questo senso il passo seguente (pag. 85):

«Le cose come realtà erano una doppia sofferenza: in sè e nella mia conoscenza. Ma al di là della realtà delle cose sentivo, emanate da loro stesse, delle zone di puri ritmi, di tensioni continue, che avevano vita senza contrasti e stridori. Stupivo. Se entravo in quelle zone non potevo più valutare con relativismo, ma in assoluto. Allora tutto mi penetrava con precisione ed io divenivo cosciente di ogni attimo ed atomo. Significava questo, contenere ed essere verità.
«Finché mi raccoglievo nella successione del tempo e dello spazio, cioè finché rimanevo alla superficie della realtà, mi vedevo nel particolare, mi sentivo in fase evolutiva, quindi nell’imperfezione.
«Mi dicevo: la realtà è ciò che si vede, si tocca, non astrazione. Sentivo però che se la vita è realtà, l’essere è astrazione. Scegliere e armonizzare questo dualismo sfuggiva alle potenze della mia ragione. Non gli occhi, nè la logica erano adatti, ma forse una forza di nucleo capace di ogni potenza-dilatazione, un infinito-sintesi che sprizzava dal mio Io più intimo, e mi invadeva con una pienezza gioiosa riposante raggiunta. Non volli nè scrutare, nè sezionare. Soltanto sentii questa forza di nucleo profonda come il cielo, reale come la terra».

Ancora più significativa è la chiusa del libro:
«Sono Io-Umanità che scopro e creo la Realtà ».
A questa concezione Benedetta è rimasta sempre fedele.

Venne la sua adesione al Futurismo.

Di essa è parola nell’ultimo capitolo de «Le forze umane». Ma ognuno intende che questo capitolo non costituisce la premessa dell’opera, e che ne è soltanto uno sbocco. Esso enuncia la catarsi interiore liberatrice di tutto un processo spirituale e mentale.

II. Persistente originalità di Benedetta.

Per dichiararla occorre stabilire:
1) che cosa sia in se stesso il Futurismo;
2) che cosa il Futurismo ha rappresentato per Benedetta.

Non mi attenterò di ridurre a poche frasi la definizione dell’essenza del Futurismo, con la ridicola pretesa di dar fondo all’importante argomento. Io non posso che dirvi brevemente come io ho visto il Futurismo.

A mio giudizio il Futurismo contrassegnò un momento di rottura cosciente e volontaria con un mondo consunto, del quale esso colse con sorprendente sensibilità e chiaroveggenza i sintomi dell’imminente sgretolarsi – eravamo al 1909, a soli 5 anni dalla Grande Guerra -. Esso vi contrappose anticipazioni e sprazzi di un mondo totalmente nuovo.

Contro una massa d’individui-massa aggrappati pavidamente a tutte le tradizioni, rincantucciati in categorie che sembravano fortezze, e non erano che scenari fittizi di carta mal dipinta, Marinetti levò alto l’insegna della secessione, di una rivolta clamorosa e senza quartiere.

Fu la fase eroica del Futurismo, che sfidò tutto e tutti, sfidò l’incomprensione, sfidò il ridicolo…, poiché «la sorte riserbata a coloro che accesi di un loro grande entusiasmo non riescono a comunicarlo agli altri è di destare il riso»[2]. Ma i futuristi non si lasciarono turbare nè arrestare, ributtarono in faccia ai derisori lo scherno, l’ironia, il sarcasmo, come un modo imbelle di deviare dalla linea diritta dell’attacco frontale, e proseguirono implacabili nella lotta violenta. La quale ebbe un aspetto negativo e uno positivo.

Negativamente, fu sforzo di liberazione dello spirito dalla soggezione da tutti i classici in ogni campo: quei classici che, anche non essendo futuristi, si deve ammettere che a prenderli come tanti assoluti, senza un sufficiente potere critico, mortificano il senso della ricerca e agiscono come stupefacenti dell’intelligenza.

(Io stesso, quando insegnavo, ammonivo i miei giovani: «studiate i classici, ma non fatevi istupidire dai classici»).

Positivamente, fu sforzo di concepire la vita come creazione continuata, e la creazione come un rosario interminabile, inarrestabile, di sintesi originali necessariamente discontinue, senza possibilità di ripetizioni, rimuginamenti, ritorni.

Più specialmente il Futurismo avvertì la crisi della parola umana: della parola detronizzata dalla scienza – divenuta tutta una matematica – dal suo millenario soglio teoretico, svuotata del contenuto degli ontologismi tradizionali – lessicografici, grammaticali e sintattici -; sentì che la poesia esulava dagli schemi verbali e ritmici cristallizzati e abusati nell’impiego di secoli, e invadeva la vita, il mondo dei fatti umani. Era nell’invenzione geniale, nella macchina pulsante, nel volo, nell’azione costruttrice, nell’impresa audace, nell’agone di forze che si misurano emulativamente nella guerra che è una rivoluzione e nella rivoluzione che è una guerra. Non a caso la conflagrazione mondiale che doveva travolgere tutti i falsi assoluti del passato, e il Fascismo che doveva inventare le più audaci e originali architetture politiche, sociali, umane, trovarono Marinetti combattente prima, sansepolcrista, poi. E ancora oggi la più bella e animosa impresa dell’Italia Fascista ritrova Marinetti all’avanguardia sulle vie imperiali di Roma nell’Africa Orientale Italiana.

Che cosa ha rappresentato il Futurismo per Benedetta?

Facile non è sceverare esattamente i momenti suoi personali da quelli ch’ella ha in comune col Capo del movimento e col movimento stesso. Tuttavia senza tema di sbagliare può dirsi, che essi sono più di ordine costruttivo che distruttivo, com’è nella natura essenzialmente economico-materna della donna.

Più dell’uomo vicina all’istinto e all’intuizione, Benedetta sente ed esalta nell’istinto «ciò che nel profondo di noi è legato alle forze della natura, ciò che in noi è essenziale», e nell’intuizione il superamento delle «cerebralità raffinate» e raziocinanti; ama nella volontà l’impeto della vita-creazione, veramente viva, profonda, agonale, che si colloca sempre alla più breve distanza dalle forze avversarie, spavalda, piena d’immediatezze, avida di velocità, ansiosa di vincere le velocità stesse nella simultaneità.

In una sua recente rassegna di «Volontà futuriste» si leggono queste cose; ma in più riappaiono alcuni fili rossi di quella sua trama di sempre, che abbiamo già visti ne «Le forze umane». Essi compongono il costrutto più personale di Benedetta e delle sue opere.

«Spingersi… oltre il piano sensitivo superficiale (torna il motivo della fenomenologia definita superficie ironica) tradizionale logico (ricordare: «non gli occhi, nè la logica erano adatti…», in «Forze umane», pag. 85, anticipazione di «Gararà»). Penetrare nel groviglio delle forze universali (è il suo tema dominante), decifrarle e seguirle nella loro espressione (ricordare il dibattito tra forze di astrazione e forze di attrazione, ecc.)… Da questa volontà di comprensione profonda, quasi amore, dunque scaturisce la teoria plastica delle linee forza». Siamo nella stessa scia de «Le forze umane».

«Volontà di creare. L’universo ha già preso una forma. Non debbono esservi duplicati. (Voi sentite anche qui riecheggiare un che di platonico: il mondo è già una brutta copia delle idee, l’arte non dev’essere copia della copia). L’atto di orgoglio dei futuristi è totalitario. Creazione pura senza imitazioni nè plagi».

Siamo alla stessa conclusione de «Le forze umane» : «L’Io-Umanità scopre e crea la Realtà».

Ora mentre le linee fondamentali della concezione di Benedetta permangono e si sviluppano, anche le caratteristiche più personali della poesia-concetto-astrazione di Benedetta persistono e si esaltano nelle due opere da lei scritte in regime futurista: «Viaggio di Gararà» e «Astra e il sottomarino».

«Gararà» è la logica, piccola vecchia deforme che va saltellando su due stampelle, spesso incespicando e cadendo sino a confondersi quasi col suolo e che con quel suo breve misero rigido compasso vorrebbe tutto misurare, precisare, proporzionare e in tal modo a tutto collaborare: toccare e sanare.

Ma il suo viaggio, prima al centro del Tempo-Spazio nel regno di Mata, la materia dinamica continuamente alimentata per un ricambio necessario da un esercito di minuscoli Dinici senza testa; e poi nel regno delle Tensioni-volontà distribuite nelle tre zone grigio-perla, rosa-carne e giallo-oro; e infine nel regno delle Libertà creatrici, tutto allietato di tripudi e danze di piccoli Allegri di diverso colore e dalle più bizzarre geometrie…; quel suo viaggio è tutto una sequela di insuccessi e di ripudi. Gararà è invisa a tutti, è inutile a tutti; sicché alla fine essa scompare senza lasciare alcuna traccia di sé.

Questo «Viaggio di Gararà», tra forme interamente disumanate e dove la stessa natura ha perduto i suoi aspetti fenomenici, è quanto di più astratto e insieme fantastico sia uscito dalla mente di Benedetta e forse da mente di poeta.

Non dubitate tuttavia di non ritrovarvi la stessa scrittrice de «Le forze umane». Quando il vento maestrale dell’estro futurista non le scompiglia i periodi, quando la sua ribellione volontaria alle leggi musicali del discorso non le fa interrompere di proposito una frase troppo armoniosa, un ritmo troppo cadenzato, voi trovate pagine come questa (pagg. 121-2):

Allegro Viola

«Un giorno, in un villaggio, morì la piccola bimba pallida di un contadino brutale. Il carro funebre troppo nero, enorme scarafaggio, strisciava dondolandosi con un seguito di ombre doloranti sullo stretto sentiero, nastro marrone nei verdi prati. Pioveva. Acqua fine tiepida, pianto di milioni di bimbi abbandonati. La fanciulla guardava. Tre rintocchi della più cupa campana del villaggio dilagarono. Vasto rincorrersi di lontananze. Ne ritorna la voce degli spazi. La natura trattiene il respiro. Ogni foglia, ogni filo d’erba si irrigidisce per non fremere. La pioggia diventa più fine, senza peso. Il ruscello cessa il suo commento. Appare il silenzio… Avvolse con la sua ala azzurra bruna la fanciulla e la baciò sul cuore. Ella comprese che esistere è molte volte dolore e la sua anima spaurì.
« Gli Allegri interrompono di scatto la loro veloce ronda».

Ed eccomi ad «Astra e il Sottomarino».

In primo piano: una vicenda umana comunissima. Incontro casuale (o apparentemente casuale) di un uomo e di una donna. Amore. Ritrovamenti. Di particolare, un frequente interferire, e conseguente scambio e ricambio, tra l’esperienza della veglia e quella dei sogni; donde un frequente sconfinare e perdersi dei contorni del fatto.

Ma l’astrazione è, direi, immanente in tutta la vicenda. Nella catastrofe finale si enuclea e balza essa, vera protagonista, al primo piano.

Astra ama il comandante di un sottomarino. Questi, presago, la esortava:

«Non lasciare entrare nella nostra atmosfera influenze esterne. Se tu ti distrai da me sono certo che affonderò» (pag. 50).

E infatti: Astra cede alla gelosia, è vinta dal dubbio. E in una notte di solitudine distacca interamente l’animo suo dal pensiero di lui (pag. 101).

«…
Finalmente posso
ritta sul tuo carro Orsa Maggiore
aureolata di anni-luce
plasmare la mia solitudine,
sono satura della terra!
Miseri compassi umani die si confessano
parole a due dimensioni.
Notti, vane chiusure stagne che accelerano
i naufragi!…».

Quella stessa notte, forse in quello stesso momento il sottomarino affondò. La chiusa è un affiorare improvviso di tutte le astrazioni latenti.

C’era una casa, la casa della vita, a quattro piani e quattro tondi per finestre. E in ciascuno viveva una figlia del padrone di casa. Ma la figlia dell’ultimo piano in un attimo senza mèta si affacciò alla finestra. Il meriggio brutale a ondate la sommerse nel suo oro giallo, così che cadde all’interno. Immediatamente il padre murò il tondo occhio dell’ultimo piano.

La figlia del penultimo piano si lasciò attrarre da una ignota musica aggressiva di volontà dominatrice. Con gioia balzò alla finestra. Ma appena si piegò sul davanzale, lo strambo geroglifico sonoro la ghermì, la avviluppò, la nascose. Svanì così nell’arruffio della preferenza. Subito il padre murò anche il tondo occhio di questo piano.

Nel secondo piano la terza figlia, un giorno che per il vano entravano le lunghe dita d’oro innamorate del sole, si chinò per baciarle. Subitamente divennero binari che l’invitarono a salire fino al sole e a fondersi nella sua incandescenza. Metodicamente il padre murò l’apertura.

Azzurra era la vita della quarta figlia. Una notte l’occhio nero, aperto sull’infinito vuoto nero del cielo, graffiato di stelle gialle, la spaurì. Un pensiero angoscioso: «È possibile riempire d’azzurro l’infinito vuoto che separa i mondi?». «In un attimo d’incertezza si slanciò nel Dubbio» e ne fu inghiottita. Il padre murò l’apertura del primo piano, Subito al suo posto apparì lo statico quadrato nero del Dubbio.

«La casa altissima, prismatica senza finestre nè portone, offre ora sulla facciata dello spigolo tagliato quattro tondi occhi accecati e murati, irrimediabilmente».

Come vedete, anche qui concetti e concetti.

Voi direte forse: cerebralità. Ma è una cerebralità sui generis, che lascia intatto l’istinto nella sua genuina potenza e lascia libera l’intuizione per suoi più fantasiosi voli.

Le tre opere letterarie di Benedetta non sono letteratura. Recano le impronte di vaste condensazioni di esperienze approfondite in continui cimenti con la vita, le quali a un certo momento esplodono nel superiore piano della poesia. Sono quindi documenti di vita e dibattono problemi di vita.

Esaminarle dal solo lato letterario sarebbe insufficiente.

Su quella filosofia della vita che contengono io non farò che una sola considerazione.

Le tre opere di Benedetta si chiudono ciascuna con una sconfitta.

Ne «Le forze umane» è l’Io-individuo che rimane vinto dall’amore e si ribella invano all’amore, perchè sente mancarsi la terraferma delle proprie assolutezze in questo suo trasferirsi e rimanere assorbito in una realtà che lo trascende e non è più tutta sua.

In «Gararà» è la logica umana che rimane annullata: e non pure nelle sue più alte ambizioni di signora e ministra di verità, ma fin nelle sue più modeste mansioni strumentali di tecnica del pensare, pei bassi servizi alla Materia dinamica, alle Volontà-Tensioni e alle Libertà-Creatrici.

In «Astra» è tutta la vita che rimane sconfitta, poiché basta un momento di dubbio per distruggerne la realtà. Che più? non solo il dubbio, ma un attimo senza mèta, una preferenza a caso nell’arruffio delle scelte, un trasporto-abbandono verso un richiamo soltanto esteriore, bastano per accecare la casa della vita irrimediabilmente (è questa l’ultima sconsolata parola che suggella il racconto).

Queste tre sconfitte vanno approfondite.

Benedetta le approfondirà.

In fase costruttiva a lei sembra ancora possibile (lo abbiamo visto nella sua rassegna di «Volontà futuriste») colmare tutte le deficienze della ignoranza e dell’errore, scavalcare tutti gli ostacoli, avere ragione di lutti i rischi, confidando nel bell’impeto giovanile di una vita ascendente convinta di stringere in pugno il bastone del comando supremo del proprio destino. Ma in fase critica a quella visione altamente ottimistica si oppone il quadro pessimistico di tutte le possibili sconfitte empiriche, come un’alternativa tragica.

È lecito pensare che l’estremo pessimismo di queste sconfitte è il rovescio complementare di un eccessivo ottimismo della premessa principale. Forse altre esperienze tempereranno l’assolutezza e dell’ottimismo e del pessimismo.

Altre immancabili esperienze del problema umano nei suoi termini immutabili ad arbitrio, le insegneranno, perchè è quello che la vita ha sempre insegnato a tutti, spesso con le più dure lezioni di cose: che questo misterioso «interno di mondo» ch’è la nostra soggettività, la nostra stessa realtà, è assediato da limiti d’ogni lato, investito com’è da una realtà non umana che la soverchia e trascende smisuratamente, infinitamente.

Le insegneranno che qualunque sforzo della nostra attività cosciente, per attingere vertici del pensiero dai quali dominare tutta la realtà in noi e fuori di noi, lascia – per la stessa struttura della mente umana – margini e residui inconsiderati, coni d’ombra e di mistero più o meno ampi, zone votate inesorabilmente, quasi a priori, al dubbio teoretico e all’esitazione pratica, quali momenti tentacolari, non tuttavia distruttivi, ma protettivi della vita e della stessa spiritualità costruttrice.

E che questa nostra fluente realtà, sospesa momento per momento tra due abissi voraginosi, un passato che più non è un futuro che forse non sarà, è legata a una continua ricognizione, sia pure attiva, di un limite da sorvegliare e dal quale ci sentiamo costantemente sorvegliati.

Apparirà chiaro allora, che oltre ogni attivismo, volontarismo, possibilismo persiste inovviabile la certezza del limite umano, e ch’è questa certezza a porre i termini della nostra tragedia quotidiana e di ogni necessaria lotta.

E che c’è di conseguenza per necessità una scienza del limite. E c’è pure una filosofia o metafisica del limite. E c’è anche una religione del limite. E c’è infine una poesia del limite.

Certo! anche una poesia del limite, perchè quando il nostro io sarà rientrato nella coscienza della modestia delle nostre relatività e delle nostre impari approssimazioni, ciò non deve nè sottrarci alla responsabilità, nè toglierci il coraggio, la speranza, l’ottimistica convinzione di tutte le possibili, ancorché parziali, conquiste di un quid d’assoluto. Ci farà anzi sentire di più la drammaticità, la potenza e la bellezza delle attuazioni di momenti di assoluto in ciascuna vita.

« Corrono dovunque sentieri verso l’assoluto e tutti vi s’incontrano » (Pensieri, n. CCCCLXXI).

[1] Discorso al Circolo Romano Donne Artiste e Laureate, tenuto il 21 marzo 1936-XIV.

[2] V. il mio libro Pensieri – un libro per tutti, n. XIV, Milano 1936.