Francesco Orestano: L’arte nella vita e nei valori (1941)
L’arte nella vita e nei valori[1]
Francesco Orestano
OPERE COMPLETE DI F. ORESTANO Vol. XI
FRANCESCO ORESTANO
Accademico d’Italia
Da Gravia levia, Milano, Fratelli Bocca Editori 1941 – XX
Il «problema della vita» riassunto nei suoi termini più astratti e universali può dirsi circoscritto nelle seguenti tre proposizioni: vivere è agire, agire è scegliere, scegliere è valutare.
Senza sosta, senza possibile remora, in una successione che preme urge incalza momento per momento e inghiotte tanto le nostre risoluzioni quanto le nostre esitazioni, la vita ci propone e ripropone continuamente problemi di azione e l’azione è ogni caso una scelta tra un’alternativa più o meno ampia di valori.
La coscienza della scelta può essere semplificata e attenuata dall’abitudine personale («ho fatto sempre così») e dalla conformità sociale («tutti fanno così»); ma può anche acutizzarsi nei casi più o meno gravi di conflitti di scelta, che sono sempre conflitti di valori. Comunque lo stato di crisi che nei conflitti si determina non fa che rendere più evidente la trama, su cui s’intessono anche le modalità ordinarie del vivere. Per poco che le riconduciamo o che si svolgano alla luce della consapevolezza, esse rivelano, in forma intuitiva o discorsiva, tutte il medesimo schema universale dell’agire umano, sempre in bilico tra continue alternative di valutazioni e di scelte.
Il fatto del vivere è adunque coessenziale e coestensivo col fatto del valutare. Noi viviamo in un mondo pieno di cose, ma a guardar bene esse compongono per noi un mondo pieno di valori. Inoltre, mentre il primo rozzo e ingenuo presupposto è sostanzialista, e cioè che le cose possiedano in se stesse il loro valore; le vicissitudini che per comunissima esperienza le nostre valutazioni subiscono, sì che esse, malgrado l’eventuale persistere inalterato di quelle proprietà cui riferivansi le valutazioni delle cose, si accrescono o attenuano o perfino s’estinguono; siffatte variazioni finiscono col convincere, che il giudizio di valore risulta per lo meno da una relazione tra noi e l’oggetto valutato. Mutano le relazioni, mutano i valori. E a che le relazioni mutino, pure se null’altro accada, basta che muti l’animo. Il quale non può persistere, anche volendo, in un suo stato qualsiasi senza rinnovarlo, riprodurlo, ricostituirlo; e ove non riesca in ciò, passa irrimediabilmente da uno stato all’altro e di conseguenza da una ad altra sua valutazione. Quando poi questo accada contro ogni proponimento e sforzo, contro la propria stessa volontà, si ha la sorpresa, scoppia il dramma.
Se ora per poco approfondiamo la funzione valutatrice nella nostra soggettività, veniamo a constatare ch’essa non è un semplice atto mentale d’ordine soltanto conoscitivo o, come usa dire, teoretico; ma poggia su uno stato assai complesso, che può dirsi, nell’indeterminatezza dei suoi contorni e nella molteplicità dei suoi coefficienti diretti e indiretti, positivi e negativi, una reazione totale della soggettività.
Questa reazione impegna infatti non solamente la nostra attività conoscitiva, ma tutto il nostro essere psichico e fisico; non solamente la coscienza con tutto ciò che in essa è attuale, di stati emotivi, sentimentali, appetitivi, volizionali, rivolti verso l’oggetto della valutazione; ma anche tutta la sfera imprecisata di attività latenti, concoscienti, subcoscienti e inconscie; le quali, benché operino oltre la soglia dell’avvertimento, in una zona subliminale, spingono silenziosamente le loro inerenze, spesso decisive, fin nelle più alte regioni illuminate dell’intelletto, quanto le profondano al tempo stesso nelle più oscure latèbre della nostra vita organica, influendo in modo autonomo, talvolta ribelle, persino sulla nostra salute o malattia fisica e mentale.
Io ho dato nome d’interesse a questo stato integrale, cui ogni sfera della nostra soggettività partecipa e concorre e al quale tutte le nostre valutazioni, dalle più ovvie e momentanee alle più imponenti e durevoli, possono essere rapportate. La possibilità che nostre valutazioni insorgano, si affermino, si rinnovino, decadano o si sperdano, è condizionata e commisurata al fatto che i nostri giudizi esistenziali circa il loro oggetto – giudizi che si possono anche estendere alla semplice ipotesi dell’esistenza o a quella della mancanza dell’oggetto in questione – si accompagnino con una reazione totale dell’io, cioè con uno stato d’interesse che affetti, più o meno o non più tanto o non più, la nostra soggettività cosciente e non cosciente, psichica e organica[2].
Confrontata con questa attività integrale della nostra più complessa soggettività, la nostra funzione del conoscere o teoresi, diretta a rilevare i dati obbiettivi delle nostre esperienze, per quello che essi sono indipendentemente da noi, cioè da ogni altra nostra reazione non intellettiva, appare come una reazione o funzione parziale del nostro io rispetto al mondo delle esperienze possibili. La funzione del conoscere è solo una componente, necessaria ma non sufficiente al costituirsi dei nostri valori.
Ciò vuol dire: che non è possibile ridurre i valori a sapere; ma che neppure possiamo o dobbiamo separare, come taluno ha preteso, la vita dei valori dal nostro pensiero e dal nostro sapere. Al contrario, tutta la nostra capacità valutativa si potenzia ed esalta e affina e riempie di determinazioni, si fa più ragionata e ferma, quanto più si rafforzano ed estendono i nostri poteri mentali (logici e categorici) e quanto meglio il nostro pensiero si alimenta d’un sapere ricco, penetrante, sicuro.
Nel corso dell’intera evoluzione umana la reattività valutatrice dell’uomo segna aumento parallelamente al progresso del pensiero e del sapere umano. Se mai, alla vivacità quasi infantile delle valutazioni dei popoli primitivi, altrettanto volubili, quanto esageratamente reattivi in sul primo momento, si sostituisce una più profonda capacità di sentire e disciplinare gerarchicamente e stabilmente i propri valori. In questa fase si può anzi osservare, come fin la nostra attività teoretica, apparentemente apatica, senta e segua la pressione dei nostri più forti bisogni valutativi,
È stato asserito che un’eccezione deve farsi pei valori estetici. E a dar fondamento alla pretesa eccezione si è addotto che esiste una netta distinzione tra l’immagine e il concetto; quella, prodotto d’una intuizione sensibile e materia prima dell’arte, questo, costruzione logica e materia propria della scienza.
Ma la distinzione, e peggio la contrapposizione, tra immagine e concetto è empirica, risponde a una prenozione volgare dei processi mentali, che un’analisi appena critica smentisce. E nella realtà tutta la nostra concettualizzazione e ideazione interviene nella creazione dell’opera di poesia e d’arte, non meno e forse più della capacità rappresentativa e immaginifica. Quindi neppure nel dominio dei cosiddetti valori estetici, che meglio dovrebbero chiamarsi poetici o artistici o semplicemente poetici, considerando l’arte come una sottovarietà della poesia (intesa questa nel significato etimologico di un porre in essere, produrre, creare), può dirsi che ci sia opposizione tra valutare e sapere, tra poesia e scienza, così come non ce n’è tra scienza e morale, scienza e religione, ecc. A un povero sapere corrisponde una poesia povera. A un debole potere logico e mentale corrisponde non una maggiore, ma una più inane fantasia creatrice.
Immensa è la varietà dei valori umani. E non solo non accenna a ridursi, ma rivela nella storia spirituale dell’umanità una crescente specificazione e un incremento in tutte le direzioni. Una estesissima regione di valori è costituita da beni obbiettivamente cioè fisicamente limitati e condizionati: tali i valori economici. Un’altra è costituita da beni personali e reali socialmente certificati e protetti, e sono i valori giuridici. Tutto un complesso sistema di poteri sociali abbraccia e rafforza questi due primordiali ordini di valori e difende inoltre la più estesa capacità valutativa e realizzatrice di un popolo (aggregato etnico, nazione. Stato, ecc.) in funzione della volontà di potenza che questo possiede in sè; e in ciò consistono i valori politici. Con un progressivo emanciparsi dello spirito umano dalla condizionalità obbiettiva e con una tendenza a effondersi in funzioni di universalità crescente e a inserire i propri valori di vita in un ordine assoluto, si sviluppano infine i valori morali e religiosi. I quali, primi a configurarsi in ordine di tempo e a fornire già nel costume la più rudimentale legge di aggregazione di qualunque società, in sèguito, man mano che i valori politici e giuridici acquistano una loro autonoma assolutezza, s’interiorizzano sempre più e, pur concorrendo cogli altri ordini di valori a dare, nelle direzioni fondamentali e senza deviazioni possibili, coesione all’intero mondo dei valori umani, entrano, oltre un limite di unità necessaria, in un processo di specificazione elettiva indelimitabile.
Quando poi si pensa che codeste diverse funzioni avvaloratrici e normative, che vanno dall’economia al diritto, alla politica, alla morale, alla religione, pur essendo policentriche e dominate ciascuna dalla logica particolare della propria condizionalità obbiettiva e subbiettiva, naturale e storica, puntano tutte sulla stessa unità umana e tendono ad assumere ciascuna il comando superiore delle sue azioni coscienti e volontarie, si comprende più facilmente, come nell’impiego programmatico della propria vita possano sorgere, tra tante relatività e assolutezze, conflitti di valutazione e di scelta.
Si può pensare che nel passaggio dai valori obbiettivamente condizionati (es. i valori economici) ai valori spirituali, che lo sono sempre meno e aspirano anzi a un’assoluta incondizionalità (es. i valori religiosi), la norma del valutare divenga meno tecnica e quindi si faccia più soggettiva e arbitraria,
E in realtà sui valori tecnici, i cosiddetti valori traslati, si forma più facilmente l’accordo, mentre sui valori propri, quali i valori spirituali sono, si delineano i maggiori contrasti[3]. E questa è anzi la ragione per la quale, quando non sia possibile l’accordo anche sui valori propri, ma pure se ne avverta il bisogno, si tenta di trasferirli, con un compromesso, nel più concreto dominio dei valori tecnici. Avviene così, che nel disaccordo sui valori politici fondamentali, se ne dimostri o conceda la necessità per l’economia; nel disaccordo sui valori morali superiori, se ne invochi da tutti l’ufficio più modesto, ma indispensabile, a integrazione del diritto; nel disaccordo sui valori religiosi supremi, se ne ravvisi l’utilità come strumento di governo (instrumentum Regni) e per la cultura delle disposizioni al sacrificio, ecc.
Ma poi le oscillazioni dei mobili vertici delle valutazioni spirituali di qualsiasi ordine permangono drammatiche, riaffiorando dalle dipendenze insondabili d’un loro incoercibile dinamismo interiore. Per altro sopprimerle od opprimerle importerebbe un mortificare l’intero processo generatore dei valori, dal vertice giù giù fino alla radice.
Con tutto ciò, fatta la più ampia parte a codeste oscillazioni, e pur riconosciuta l’immensità oceanica delle variazioni e variabilità umane, un argomento di meraviglia è: come, attraverso tutte le mutazioni e infinite inerenze e dipendenze interiori ed esteriori, si sia venuta edificando e si continui a edificare nel mondo umano una vera e propria ontologia dei valori. E questo risultato è tanto più sorprendente, quanto più lo si veda affermarsi, persistere pur in mezzo a interminabili vicende di contrasti e discordie, organizzarsi attraverso un’attività ontologizzante di valori tutta essenzialmente umana. È quella attività semplice ed elementare che si dirige ad attuare nella realtà sperimentata e sperimentabile i modi valutati positivamente, i quali si vuole non siano nè fatui, nè effimeri; e a cancellarne i modi valutati negativamente, dei quali non si vuol più ripetere l’esperienza. L’uomo vuole insomma che i valori della vita da lui riconosciuti non siano modi dell’essere passeggeri e arbitrari, ma abbiano o acquistino una loro realtà certa, indelebile e feconda di altra realtà. L’espressione più genuina di questa volontà si ha poi nei valori religiosi coi quali i più eminenti valori della vita, cominciando dalla vita stessa, vengono proiettati in un ordine assoluto ed eterno. Il processo più cospicuo infine, col quale si conferisce perennità e universalità ai valori umani, consiste, come vedremo, nel tradurli in valori di poesia e d’arte.
Per grandi medie umane, a forza di addizioni su addizioni d’infinite esperienze tristi e liete, utili e nocive, costruttive e distruttive, fatte da generazioni e generazioni per secoli e millenni, il mondo dei valori umani ha acquistato una sua relativa costanza, una sua intima logica, una ragionata coerenza, una sua autonomia, un suo ordine, una sua legge. È un mondo questo, che suol essere chiamato «mondo morale», in opposizione a «fisico», e che esiste solo in quanto gli uomini lo ricostituiscono e riedificano pezzo a pezzo, giorno per giorno, ora per ora. Ed essi lo ricostituiscono e riedificano infatti, e difendono e tramandano fedelmente, pazientemente, bravamente, con pedissequa conformità e con inevitabili variazioni, nell’assenso e nel dissenso, nell’obbedienza e nella ribellione, con vantaggio e con sacrificio di turbe innumerevoli di esseri umani vincolati nella vita e cultura associata dei loro valori; dato essendo a ognuno anche, eventualmente, d’innovarli, modificarli, correggerli, negarli nei particolari, a patto di confermarli, anzi per confermarli nel sistema. E il sistema cresce e si estende, s’afforza e s’arricchisce, di generazione in generazione, di secolo in secolo, di evo in evo, sempre sovrastando vittoriosamente a uomini e cose. Ben più, in questo sovrano sovrastare del «mondo morale» su ogni altra mutazione umana, sono proprio i valori oggettivamente condizionati che subiscono le maggiori trasformazioni; mentre i valori spirituali, quanto più si rendono indipendenti dalla relatività naturale e storica, tanto più annunciano la loro intima certezza e assolutezza, rifulgono della lor propria verità, risplendono di una loro luce inestinguibile e ogni dì più chiara[4].
La nostra meraviglia si fa stupore, se confrontiamo questa ontologia dei valori umani con qualsiasi altra realtà da noi sperimentata. Comunemente si ritiene che la realtà vera, la realtà per eccellenza, la realtà delle realtà, sia quella fisica, la quale ci serve di modello e di unità di misura di ogni altra forma di realtà conoscibile. Al paragone della realtà fisica che si può vedere e toccare, immobile, immutabile, insovvertibile, la vita dei nostri valori, così mutevoli nella loro estrema soggettività e relatività, appare la più precaria, aleatoria, inconsistente.
Ma è proprio vero il contrario. La realtà dei valori umani, ai quali attribuiamo di solito una esistenza soltanto soggettiva, mentre essi hanno almeno tanta oggettività quanta ne possiede ogni altro dato in esperienza, è la realtà più salda, resistente, feconda che ci è concesso di esperimentare e conoscere; laddove la realtà fisica, trascinata via nel flusso inarrestabile e divoratore del tempo, è la più labile, la più evanescente. Essa si pone e svanisce nell’attimo che fugge. L’alba vince la notte, l’aurora eclissa l’alba, e il mattino annulla l’aurora e il meriggio il mattino, e il tramonto il meriggio, e la notte cancella il giorno senza pur lasciarne traccia. A riflettere bene il nostro mondo fisico ha la realtà d’un istante[5]. Invece c’è nella vita dei valori umani una realtà che sfida il tempo, dura, si estende, si organizza, supera tutte le limitatezze della relatività naturale, associa fra loro con vincoli indissolubili uomini e popoli, salda le generazioni, le une nelle altre, vince la morte, travalica i secoli e gli evi, avanza in perpetuità mirando all’eternità.
Ciò per altro è conforme alla scala ontologica che noi possiamo ricostruire mentalmente tra le forme d’energia a noi note, passando dal movimento meccanico al calore; dal calore alla luce e alle altre radiazioni; da queste alla vita che complette in se e supera tutte le altre forze della natura; dalla vita al pensiero, ch’è la più grande forza cosmica che noi conosciamo; e infine dal pensiero alla funzione creatrice di valori, che va oltre ogni realtà data e sovrappone al mondo della natura il mondo dei valori umani.
Ancora. Nel passaggio dal cosiddetto «mondo fisico» al «mondo morale» cambia la legge fondamentale che ne governa la rispettiva economia.
Lì principio di causalità: legge ferrea che lega saldamente cause ed effetti in una catena infrangibile di equivalenze tra le varie forme dell’energia; se mai, data l’irriversibilità parziale in talune trasformazioni, principio di entropia, graduale riduzione ed estinzione di energia potenziale nell’universo. In ogni caso, momento per momento, ciascuna causa si esaurisce tutta nel suo effetto, cessa di agire, cessa di esistere.
Nel «mondo morale» o dei valori invece: immanenza indefinita della causa nell’effetto; ben più, superamento della causalità nella moltiplicazione durevole e illimitata degli effetti. L’effetto va sempre oltre la causa: donde la creazione di modi nuovi della realtà, che prima non esistevano, generatori a loro volta di altre realtà in novità perenne; di realtà che la natura ignora e che non hanno nè correlato, nè equivalente in essa; aumento assoluto di realtà nel mondo; aumento assoluto della realtà del mondo.
Quando nella bestia nasce l’uomo e nell’uomo il genio e nel genio l’idea e coll’idea l’ordine e oltre l’ordine la poesia e su ogni altra idea pensabile sboccia l’idea di Dio[6], ogni ragguaglio di equivalenza tra antecedente e conseguente, tra natura e spirito, tra realtà fisica e vita dei valori, è oltrepassato; ogni dipendenza e condizionalità è vinta, ed ecco sorgere il mondo umano che si dà proprie leggi, si assegna proprie mete, empiriche e metempiriche, copre di valori la realtà universa, invade coi suoi valori tutte le categorie dell’essere, conquista attraverso tutte le relatività un quid d’Assoluto. Qui siamo nella matrice della creazione.
* * *
Quale posto occupa l’arte nella vita dei valori e nel mondo dei valori umani? Diciamo arte e intendiamo, come s’è avvertito, poesia nel suo significato più ampio.
L’arte è anzitutto il solo linguaggio capace di esprimere nella loro integralità i valori umani. All’infuori dell’arte si danno o espressioni contratte e convenzionate per usi pratici o abbozzi, tentativi di comunicazione integrale. Ma o questi ultimi rimangono il più spesso al di sotto del bisogno o se vi si adeguano, gli è che raggiungono la potenza obbiettivante d’un’espressione poetica o artistica, come può vedersi in taluni modi volgari e ingenui di manifestarsi, che rivaleggiano inconsciamente coi più scaltriti ed esperti.
Del resto si rifletta : le nostre esperienze in quanto constano di sensazioni e d’altre reazioni elementari della coscienza, sono, in queste loro componenti, incomunicabili, perchè sensazioni, emozioni, sentimenti organici ecc., oltre ad essere inesauribili all’analisi, sono indefinibili a parole e come tali ineffabili. Già Gorgia illustrò questa mancanza di rapporto e di significato tra le parole e le sensazioni. Tanto meno le esperienze sono comunicabili per la via dei concetti, perchè questi riassumono quel che vi ha di universale e costante nelle esperienze, ma appunto per ciò non le riproducono nella loro totale concreta e vivente individuazione.
Non c’è dunque che la poesia (e l’arte) che si assuma di esprimere le esperienze più soggettive nella pienezza delle loro determinazioni, col proposito di renderle integralmente conoscibili e apprezzabili per l’universale delle coscienze. E circa i mezzi adoperali si noti, che tanto il fonema della parola, quanto i suoni di cui si compone la musica, quanto infine i segni di cui le arti plastiche e figurative si servono, neppur essi sono i valori che si vogliono comunicare, ma consistono in stimoli acustici e visivi, scelti fra tanti altri possibili, in quanto vengono giudicati adatti e sufficienti a suscitare, a riprodurre nelle altrui coscienze le esperienze dei valori ch’essi sinteticamente rappresentano e simboleggiano. Poesia e arte sono adunque sempre una sintesi espressiva, anzi la più semplice ed economica forma di espressione, attraverso la quale si vuole che passi tutto un mondo di valori, che altrimenti rimarrebbe incomunicabile. E questo possono esse osare, appunto perchè si tratta di rendere non sensazioni, non emozioni, non reazioni organiche e viscerali, e neppure concetti, ma valori. Infatti nessun valore si pone mai da solo, bensì vive in un gruppo, un insieme, un complesso, una famiglia di valori, che al limite tende verso un proprio sistema. E poichè in un sistema tutto è in tutto, basta scegliere opportunamente tra i tanti valori del sistema quello che abbia la massima virtualità di significati, per richiamare tutti gli altri; che abbia, si direbbe, la più autorizzata funzione vicariale o energia di posizione rispetto alla massa dei valori necessariamente sottaciuti nell’espressione, ma implicati nello stato d’animo che si vuole obbiettivare.
A questo punto facciamo osservare, che pei valori umani esprimersi è il solo vero modo di definirsi, di uscire dal caos dell’indeterminazione interiore, di consistere in modo attuale e virtuale, tanto per il soggetto, quanto per l’universalità dei soggetti. Già l’uomo percepisce, concettualizza, pensa socialmente[7]. A maggior ragione egli sente il bisogno di accomunare e definire socialmente le sue esperienze più soggettive e profonde, quali le valutazioni sono; anzi questo bisogno di socialità si fa tanto più acuto, quanto più i valori avvertiti sono personali, nuovi, non mai provati. I valori coll’esprimersi entrano o tentano di entrare in una circolazione spirituale, che nell’accettarli li confermi e riavvalori. È questo il loro modo di esistere e di operare.
Massima è quindi l’esigenza spirituale, che almeno i valori supremi, i valori-base di tutta una società, abbiano una loro formulazione tipica consacrata nelle sintesi del genio e dal riconoscimento universale.
Qui la funzione poetica non è più solo occasionale, contingente, è necessaria. In fase di creazione e di propagazione dei valori umani la poesia aiuta il mondo spirituale di tutto un popolo a concretarsi, a fissarsi, ad acquistare una sua realtà tanto estensivamente obbiettiva quanto è intensivamente subbiettiva, capace di associare e riassociare le coscienze nell’unità indeformabile creata dal fiat d’un concepimento geniale, oltre tutte le variazioni personali, oltre il continuo mutare delle circostanze di luogo e di tempo. La poesia è l’immortalità dei valori umani. In essa e per essa i valori assumono una funzionalità presente e storica illimitata.
Al quale riguardo vorrei pure fare osservare, che l’opera del genio è sempre nelle sue somme sintesi opera di poesia. Poesia, le più alte concezioni costruttive del genio speculativo, del genio religioso, del genio etico, del genio politico, del genio giuridico, del genio scientifico, fin del genio tecnico. Ma è nelle forme della bellezza, cui tutti aspirano, e che pochissimi eletti raggiungono, che si condensa il più prezioso patrimonio spirituale di un popolo. In esse diventa più evidente l’arricchimento di realtà che la poesia e l’arte recano nel mondo umano di là da ogni realtà naturale. I tre regni dell’oltretomba di Dante, il Giudizio universale di Michelangelo, la Trasfigurazione di Raffaello, il mondo della fiaba dell’Ariosto, una cupola del Tiepolo, una sinfonia di Beethoven, una melodia di Bellini, un dramma di Verdi, sono realtà cui la natura non ha nulla da confrontare; le realtà più reali, più ricche di valori universali e imperituri che qualsiasi altra realtà conosciuta.
In creazioni cosiffatte dello spirito umano splende tutta l’originalità che il mondo dei valori umani, naturae additus, reca nel cosmo; squilla l’originalità cosmica della bellezza umana.
Ed è giustificato l’orgoglio di un popolo che quei tesori di bellezza ha espressi, compendio dei più eminenti valori ch’esso con intelletto d’amore onora e con gelosa tutela trasmette ansiosamente al culto delle generazioni successive; patrimonio alimentato e aumentato in solido e al quale tutti possono attingere momenti d’illuminazione e di edificazione. È d’altronde esperienza comune che ciascuno in uno stato lirico della sua anima o si fa poeta egli stesso o si rifà a date espressioni che altri maggiore di lui ha avute per uno stato analogo. I poeti e gli artisti assommano in sè i valori essenziali più vivi di tutto un popolo, di tutta un’età, e li cantano, sublimano, glorificano in bellezza per tutti, sì che tutti vi si ritrovino, ne vivano, vi si effondano, vi si esaltino.
Povero quel popolo, povero quel secolo, misera quella civiltà che non abbiano poeti nè artisti, i soli capaci di esprimerne i più alti valori.
Per questo concorso alla creazione e al trionfo di nuovi valori umani ogni età rivoluzionaria ha invocato dalla poesia e dall’arte le formule pregnanti e belle del nuovo mondo ch’era in punto di prorompere dal grembo della storia. E per questo pure le diverse età e civiltà si misurano tra loro dalle più alte espressioni di bellezza cui ciascuna ha dato vita. E ancora per questo le opposizioni più radicali nel modo di concepire la vita umana e la storia dei popoli si scontrano nell’apprezzamento della bellezza. «La civiltà latina e greca, quale schifo! Io considero il rinascimento e il cristianesimo le due più grandi sventure per l’umanità». Così si esprimeva un maresciallo bolscevico, nè deve meravigliare che in Spagna e altrove i primi obbiettivi presi di mira dalla rivoluzione bolscevica sono stati i capolavori dell’arte, condannati alla distruzione per una loro mostruosa complicità col mondo di valori che si voleva abbattere.
Grande dev’essere adunque la sollecitudine in comprendere a fondo e in custodire nella loro funzionalità educativa plurisecolare i valori più alti che il genio di tutta una nazione ha creati e tesaurizzati e trasmessi di età in età, in linea di successione legittima, quasi fidecommesso inalienabile, imprescrittibile, anzi da incrementare nella maggiore misura consentita, per ritrasmetterlo accresciuto. In quel patrimonio storico-collettivo la nazione ritrova se stessa; è se stessa; può ascendere oltre, rimanendo se stessa. Attentare a quel patrimonio per puro spirito di novità e peggio d’imitazione straniera può essere un tradire la missione della poesia e dell’arte.
Questi accenni sono certo scarni e insufficienti all’arduo tema; ma bastano, se non m’inganno, a dare una qualche idea delle profonde connessioni che esistono tra tutte le manifestazioni della poesia e dell’arte e quel mondo di esperienze, di conce- pimenti e di valori che in esse prendono voce e figura.
[1] Discorso tenuto alla R. Accademia di Belle Arti di Palermo il 23 gennaio 1941-XIX.
[2] Cfr. I valori umani (voll. XII-XIII).
[3] Cfr. I valori umani (voll. XII-XIII).
[4] Cfr. Il nuovo realismo (vol. IV), Idee e concetti (vol. II).
[5] Cfr. Pensieri, un libro per tutti, Milano, Hoepli, 1936-XIV.
[6] Cfr. Idee e concetti – L’idea di Dio (vol. II).
[7] Nuovi principi (vol. I), Verità dimostrate (vol. V).


