DIBATTITO FILOSOFICO,  F. T. MARINETTI E IL FUTURISMO,  FASCISMO

Francesco Orestano: Esame critico di Marinetti e del Futurismo (1941)

Esame critico di Marinetti e del Futurismo[1]

Francesco Orestano

da Gravia levia,
Opere complete di Francesco Orestano, Accademico d’Italia
vol. XI, Fratelli Bocca Editori, Milano 1941 – XX

OPERE COMPLETE DI F. ORESTANO Vol. XI
FRANCESCO ORESTANO
Accademico d’Italia

Può sembrare strano – certo non è frequente – che un filosofo si occupi di poesia e di poesia futurista.

La singolarità del caso apparirà tuttavia minore, chi conosca la mia annosa assidua opera intesa ad abbattere frontiere artificiali tra i diversi domini dell’attività mentale e spirituale; a stabilire il più possibile contatti, accordi, comprensione, collaborazione; ad attingere per mio conto ispirazioni e ammaestramenti in tutti i campi; a far sentire a mia volta – dovunque mi si offrisse l’opportunità – se non proprio il peso, il senso e il valore del ragionar filosofico.

Posso assicurare die questo mio procedimento, tale a mio giudizio da essere innalzato a dignità di metodo, mi ha profittato molto, perchè è valso a rivelarmi parecchie verità, che avrei altrimenti ignorate. Ho compreso, per esempio, che quando il matematico compie una sua sintesi costruttiva, colla quale pone in essere un modello di pensiero assolutamente originale, valevole solo nella mente dell’uomo, e a cui nulla corrisponde nella realtà, ebbene quel matematico in tal caso ben poco si distingue dal poeta. Ho compreso pure che un’idea, una vera idea, è una sintesi viva inclassificabile, che noi solo per una vieta consuetudine o per comodità di studio chiamiamo idea filosofica, idea religiosa, idea matematica, politica, giuridica, poetica, ecc.; mentre essa ha tutti questi attributi insieme e altri ancora indefinibili, perchè, come ogni ente vivo, possiede tutti – commisti fra loro – gli attributi inesauribili e misteriosi della vita.

Ragionerò dunque di poesia prescindendo da tutte le classificazioni fatte. E avremo una conferma di più di questa verità: che quando noi badiamo più alle funzioni mentali, che ai loro prodotti, le funzioni ci appaiono incredibilmente più vicine tra loro di quanto non sospettavamo.

***

Dirò sùbito che la personalità e l’opera di Marinetti mi hanno sempre interessato anche oltre il fatto della poesia, appunto per quel misto di filosofico – che poi non era poco – che la rivolta futurista impegnava.

Una certa affinità intrinseca c’è tra la posizione del filosofo in generale e quella assunta dal Futurismo. Forse anzi per questo Marinetti, che ha detto tante male parole a tutti, letterati, filologi, archeologi, storici, critici…, nessuna ne ha avuta mai constro filosofi e filosofie, nè mai ha ceduto alla facile seduzione di adoperare nei nostri confronti quei sarcasmi e quelle ironie di dubbio buon gusto, che corrono come luoghi comuni sulle bocche di molti.

Marinetti ha intuito che un filosofo è sempre, o pretende di essere, se non proprio futurista in senso specifico, un «avvenirista». Il pensiero filosofico, tuttochè sembri ruminare di continuo la propria storia, cioè il passato, si rifà continuamente da capo ed è sempre proiettato nel futuro.

Debbo ad ogni modo aggiungere che nei riguardi di Marinetti e del Futurismo il mio interesse non si limitava a tale generica e remota similarità di posizioni.

Anzitutto c’è stata una ragione storica, che solo gli uomini della mia generazione possono testimoniare in pieno. I giovani d’oggi trovano una quantità di porte sfondate che allora erano ermeticamente chiuse o passaggi che non esistevano punto.

Il primo «Manifesto futurista» di Marinetti è del 1909, di soli 5 anni anteriore alla conflagrazione europea, all’esplodere della tragedia immane, all’accendersi dello immenso rogo in cui dovevano bruciare le scorie di un mondo consunto, fallito in quasi tutte le direzioni: i reliquati di un passato immeritevole di durare, del quale si salvava e dal quale salvava solamente una perentoria volontà di rinnovamento totale, un sano profondo istinto rivoluzionario, un bisogno sincero di reale «instauratio ab imis». Per tutti questi fermenti dissolvitori la guerra fu anche una rivoluzione. Peggio pei popoli che non l’hanno inteso e sono tornati o hanno preteso di tornare allo «statu quo ante», come se la guerra non fosse stata. L’Italia l’ha inteso per la prima, epperò marcia, sotto i segni del Littorio, alla testa di un’Europa ch’è ancora da rifare.

Dell’imminente cataclisma dal volto bifronte di catastrofe e di palingenesi Marinetti mirabilmente colse i segni premonitori, bandì formule, precorse vicende, in quei suoi «Manifesti» che si allinearono in ordine di battaglia dal 1909 al 1913. Con essi egli urlò il suo: «no! basta!» a un mondo-massa ipocritamente utilitario e quietista fino alla viltà, e di uomini-massa, anche se eminenti per ingegno e dottrina, ma rimpiattati a crogiolarsi entro ripari fittizi, nelle trincee cartacee e nei cantucci eruditi di tutte le tradizioni. Confrontata con gli avvenimenti successivi quella serie di «Manifesti» marinettiani e più specialmente il suo «Programma politico futurista» dell’11 ottobre 1913, ci appare oggi come una mobilitazione spirituale prebellica stupefacente, un’anticipazione profetica incitante, evocatrice di una nuova storia essenzialmente congeniale con la storia d’Italia, che doveva erompere, tra le tempeste, dalla guerra e dalle convulsioni del dopo-guerra, queste ultime provocate ancor’esse da un passato e più ancora da un passatismo ch’era duro a morire.

Ma il valore storico dell’opera di Marinetti, inconfutabile e incancellabile come la storia stessa, non è ancora tutto quello che poteva accostare l’esplosione futurista alla mia attenzione di filosofo, oltre che alla mia simpatia d’italiano stanco di retorica, di giolittismo, di parlamentarismo, di demagogia.

C’era in più qualche cosa di sostanzialmente filosofico che avvicinava il Futurismo e la poesia rivoluzionaria di Marinetti al mio lavoro di rivoluzionario silenzioso, occupato parte a demolire, parte a rifare l’edificio delle vetuste e venerande strutture secolari, millenarie, del pensiero europeo. Edificio ancora oggi imponente e ingombrante! entro il quale le menti si aggirano tuttora pigramente, o si sdraiano a sbadigliare il loro pensiero negli schemi di una tecnica logico-categorica da museo, passivamente accettata, quasi fosse il fato della mente dell’uomo, e malgrado si riveli alla prova fonte d’infinite, pericolose, dannose fallacie e incapacità.

Pur ignorando questo mio travaglio rivoluzionario di riforma filosofica, Marinetti ha pensato e agito a colpi d’intuizione come se lo conoscesse.

Io non toccherò qui che pochi punti, tre, che mi sembrano sufficientemente probanti.

Primo punto. Nella sua secessione totale dal mondo del passato Marinetti rigettava in blocco senza discussione tutte le costruzioni concettuali, dottrinarie, teoretiche, che lo sorreggevano. Alle intelaiature di concetti sovrapposti artificiosamente all’azione e alla vita, egli contrapponeva un dinamismo interiore indipendente, che si collocava a diretto contatto con le più intime scaturigini della vita e dell’azione, insondabili, autonome, immensamente più ricche di qualunque definizione o concetto.

Si potrebbe esser tentati di giudicare questo atteggiamento mentale come intinto di «bergsonismo». Credo anzi che il richiamo sia stato fatto. Io lo nego recisamente. Poiché caratteristico della filosofia di Bergson – vera «philosophie pour dames», che deve all’eleganza del dettato, più che a una sua intrinseca profondità e a reale originalità la sproporzionata voga che ha avuto, anche fra noi – è avere collocato il suo «élan vital», come potere a sè stante, di là da tutti i poteri del pensiero riflesso, quasi sorgente miracolistica, incaricata di fare tutto e di spiegare tutto, mentre il pensiero se ne starebbe interdetto e mortificato in un angolo a guardare, spettatore passivo ed estraneo. Marinetti no. Egli proclama che «intuizione» e «intelligenza» non sono due domini distinti e separabili e adopera tutta la forza del pensiero, reintegrato e rianimato alle fonti misteriose della vita: lo piega, l’impiega, lo dirige, lo spinge, lo lancia in tutte le nuove direzioni volute, lo adopera in una parola come un’arma della vita stessa e delle sue conquiste. E così facendo egli si oppone alla filosofia bergsoniana, arbitraria e inconsistente, da cui si può giungere tutt’al più al dadaismo. Egli sta invece tutto nell’ambito della più moderna e progredita «filosofia critica». È infatti proprio di questa filosofia riconoscere sì le più intime e ricche scaturigini delle nostre funzioni costruttive e creatrici, senza per questo estraniarne il pensiero e depotenziarlo, quasi inutile escrescenza e superfetazione, ma anzi armandosene e armandolo meglio come complesso di funzioni strumentali e tecniche. Io son solito di compendiare questa posizione nella formula: «i concetti sono dei cattivi padroni, ma possono e debbono diventare dei buoni servitori».

Secondo punto. Riguarda la crisi della parola, quella che può anzi dirsi: «tragedia della parola». Teoreticamente la parola non significa più nulla. Coi progressi della scienza perseguiti e ottenuti tutti da almeno un cinquantennio in via matematica, e coi risultati di una più rigorosa critica delle strutture mentali, è caduto definitivamente quell’«ontologismo verbale», la più ingenua, rozza, eppure persistente filosofia o concezione sostanzialista, che faceva della parola l’espressione diretta, fedele, necessaria e sufficiente, lo specchio e riflesso immediato e veridico della essenza delle cose. La negazione di questo «realismo verbale» si è via via estesa dalle singole parole alle strutture grammaticali e sintattiche, e oggi da queste, ancora più in fondo, alle stesse funzioni logico-categoriche della mente, con le quali per millenni era stata identificata dogmaticamente la costituzione della realtà universa.

Or la parola, deposta dal suo millenario trono teoretico, ontologico, perduto ogni legame intimo e necessario, ogni rapporto di equivalenza biunivoca con le realtà da essa contrassegnate, ha invece serbato intatto il suo ufficio, anzi ha acquistato una importanza maggiore e indiscutibile, come «linguaggio dei valori umani». In questa sua relazione esclusiva ed assoluta la parola ridiventa «verbo, logos, funzione eminente della vita, vita essa stessa, azione». Ciò avvertiamo noi già nella quotidiana attività sociale. Ma diviene anche più evidente in quella culminazione della potenza della parola che si celebra nella poesia. «Il poeta, osservava Leopardi con una riflessione degna di Vico, riconduce nella parola il sensibile, il particolare, il concreto, ne fa un’altra volta, quale era alle origini, una creazione nuova».

Ed ecco in questa situazione critica inserirsi per vie proprie la rivolta di Marinetti col «Manifesto tecnico della letteratura futurista» dell’11 maggio 1912 e col manifesto dell’11 maggio 1913: «Distruzione della sintassi. Immaginazione senza fili. Parole in libertà». Contro la sintassi, «cifrario astratto», «specie d’interprete o cicerone monotono», egli reclamava già allora la distruzione del periodo tradizionale, la necessità del «tuffo della parola essenziale nell’acqua della sensibilità», il diritto del poeta di riplasmare la parola, ricostituirla liberata da ogni sovrastruttura inespressiva, inventarla, farne «una creazione nuova». Nè più ne meno che come Leopardi.

Nello estremismo dei due «Manifesti» marinettiani c’è indubbiamente l’esasperazione di un processo storico spinto sino alle ultime conseguenze. Ma in sè questo sforzo di svincolare la parola dalle inessenziali correlazioni grammaticali e sintattiche, per rifonderla nel crogiolo dell’invenzione ed espressione autentica di valori umani, non ha nulla che si possa dire illegittimo, ha anzi antecedenti illustri, a partire dal Vico.

Certo Marinetti per primo non vuole che tutti parlino il linguaggio disarticolato delle interiezioni e delle onomatopee, con cui la parola viene quasi restituita a quello che dovette essere il linguaggio delle più remote origini. Ma nessuno può contestare a Marinelli poeta di vivere il suo processo con assoluta indipendenza e originalità, con una ricerca libera, condotta d’altronde a proprio rischio e pericolo, di nuovi, più personali e meglio adeguati mezzi espressivi.

Terzo punto. Quali erano le concezioni filosofiche dell’estetica al tempo in cui sorgeva il futurismo di Marinetti?

In Italia veniva acquistando voga un’«estetica» che derivava dal razionalismo tedesco settecentesco, riverniciato con una tinta hegeliana. Essa riduceva la poesia e l’arte all’equazione «intuizione = espressione»; equazione arbitrariamente istituita, inverificabile nel primo dei suoi termini, insufficiente a rendere in ogni caso l’immensa complessità dei fatti di poesia e delle funzioni della bellezza. Riprova di tale insufficienza: l’incapacità organica di quella «estetica» di comprendere (a dir poco!) Dante, Dunque nessuna luce dalla parte della filosofia corrente. C’erano i miei «Valori umani» del 1907. Ma chi li leggeva in Italia? Neppure Marinetti.

Nella letteratura e nell’arte militanti si professava il dogma dell’«imitazione del vero, dell’imitazione della natura»: dove rimaneva sempre insoluta, perchè mal posta e insolubile, la questione palleggiata a più riprese tra scuole contrastanti, se per «vero» e per «natura» si dovesse intendere l’aspetto delle cose particolari realmente esistenti («verismo»), ovvero la loro forma prototipica e come tale perfetta («accademismo»). In ogni caso si era rimasti alla «mimésis» platonica, insufficientemente corretta dalla «poiésis» aristotelica.

Ancora: che cosa era poi in sè codesta «natura», con cui poesia e arte venivano esortate a tenersi in costante rapporto alimentare? Qui occorrerebbe un troppo lungo discorso a chiarire la reale situazione degli spiriti, almeno in questo nostro mondo occidentale, così sovraccarico di storia, di esperienze, di cultura.

Accennerò soltanto questo: che quando all’uscita dal Medioevo la cultura si venne secolarizzando e fu sentito il bisogno di contrapporre alle superne fascinazioni della fede religiosa un ravvivato senso della natura, codesto «ritorno alla natura» non avvenne se non attraverso una serie di approssimazioni successive che impiegarono quattro secoli: dapprima imitazione dei classici dell’antichità, poi Arcadia, poi illuminismo e concetto o empirico o razionalista della Natura, poi ancora in reazione all’illuminismo il romanticismo, indi in reazione al romanticismo il verismo, e in reazione al verismo il nuovo senso cosmico e religioso della natura; comunque in ogni trapasso: o letteratura o filosofia. Di un rapporto ingenuo, spontaneo, puro e semplice con una natura schietta, elementare, di prima mano, neanche a parlarne. E, curiosamente, neppure in questa ultima fase! malgrado la raggiunta evidenza di un concetto più chiaro. Ciò, in parte dovuto all’arruffio del coesistere babelico di tanti e così diversi linguaggi poetici accumulati e mantenuti senza discernimento dalla tradizione; in parte per l’immaturità dello stesso processo di accostamento degli spiriti al senso cosmico della vita. Basti riflettere che, malgrado ogni sicuro progresso del nostro sapere scientifico, la nostra fantasia è rimasta al geocentrismo e all’antropocentrismo, all’ilozoismo e all’antropomorfismo…; a tal punto da averne fatto un canone estetico: «il poeta deve animare le cose», «il poeta deve far vivere anche ciò ch’è inanimato», «il poeta deve personificare…»; e giù prosopopee e ipotiposi, avanzi stracchi e frusti del più arcaico animismo, oggi ancora in onore, come nel più primitivo passato. Conclusione: noi non abbiamo ancora la fantasia del nostro sapere, la poesia del nostro secolo. La scienza vince in fantasia la poesia tradizionalista[2].

In questa fase, caotica per il soverchio ammonticchiarsi di tradizionalismi estenuati, disorientali e disorientanti, Marinetti disse la sua parola semplice e chiara: e fu di riabilitazione dell’istinto e di esaltazione del senso cosmico della vita; di rifiuto a prestare alla materia i sentimenti umani e di accettazione di tutte le verità scientifiche (le turbe di elettroni, i moti browniani, ecc.) come sostanza poetica; di riconoscimento delle funzioni poetiche operanti nella stupenda tecnica delle più moderne invenzioni; fu infine tutto un inno ditirambico alla vita trasfigurata dalla macchina, alle nuovissime possibilità realistiche di emozione e di bellezza: la velocità e la simultaneità.

È stato osservato che Marinetti non era il solo a nobilitare l’istinto e a cantare il senso cosmico della vita, e si sono rintracciati esempi in Germania e in Francia. E che perciò? Indubbiamente egli ha professato le sue convinzioni con assoluta indipendenza e con originalità di motivi; e dove altri s’impaludava nel brago della sessualità e della cogitatio libidinosa, egli può vantare una sua tempestiva celebrazione dell’istinto guerriero, aggressivo, agonale, spavaldo, frontale, che sa collocarsi con l’orgoglio delle sue certezze alla più breve distanza dalle forze avversarie; una predicazione consona alle grandi vicende storiche del nostro tempo e la più appropriata ai compiti eroici che la storia doveva imporre al popolo italiano.

V’è poi chi è disposto ad ammettere tutto ciò, ma ne deduce il carattere contingente e traseunte del movimento marinettiano e futurista. Taluno gli ha contato addirittura quattro soli anni di vita, dal suo nascere. Tal altro lo dà per esaurito con la guerra, e lo confonde coi conati di rinnovamento novecentista, per esempio in architettura. Tal altro ancora lo giudica fallito nella poesia e nella grande arte, ma vittorioso nell’arte decorativa; e via dicendo.

A me sembra che a ragionar filosoficamente della vita e vitalità dell’idea futurista, indipendentemente dalle opere prodotte e dalle persone producenti, si possano fare due considerazioni.

L’una: che in qualunque situazione spirituale ci saranno sempre delle frazioni di avanguardia, sicché può dirsi che abbia ragione Benedetta, quando rivendica al Futurismo in genere una funzione perenne di mobilitazione di tutte le avanguardie, di tutti i movimenti di secessione, degli sperimentalismi tentacolari.

L’altra: che il «Futurismo» può costituire una terza alternativa aggiunta al «Classicismo» e al «Romanticismo», considerati anche questi non come due movimenti letterari localizzati nel tempo, ma come poli perenni pur essi, entro i quali si muove lo spirito umano, quando dominato dal senso «apollineo» della misura, quando agitato dal furore «dionisiaco» dello smisurato e dell’infinito.

Si è avvicinato da più d’uno il Futurismo al Romanticismo e se n’è fatto una sottovarietà romantica. Errore. E basterebbe a dimostrarlo il manifesto dell’aprile 1909: «Uccidiamo il chiaro di luna». A mio giudizio, se il momento caratteristico del Classicismo è la «ragione» equilibratrice, e quello del Romanticismo il «sentimento» arroventato fino alla passione, l’epicentro del Futurismo è l’«istinto» quale forza elementare cosmica. Checchè se ne pensi nel merito, si deve riconoscere ch’è vanto del genio italiano aver dato una definizione, un programma e una consistenza storica a questa terza alternativa, e averla fatta accettare nel mondo, a prezzo di ben dure lotte, con impronta italiana.

A conclusione e conferma di questo «esame critico di Marinetti», aggiungerò alcune osservazioni sul suo «Poema africano della Divisione 28 Ottobre», la più recente e la maggiore delle sue opere di poesia.

A proposito della quale si sono manifestate le reazioni più diverse delle più diverse sensibilità critiche. Nulla di male in ciò. C’era da aspettarselo. E ci sarà sempre da aspettarselo con opere che si mettono risolutamente fuori d’ogni consueto schema e ragguaglio.

Quello che bisognava non accadesse e che bisognerebbe non accadesse più, si è che a motivo di una diversa sensibilità poetica o veduta teorica si trascendesse in apprezzamenti sulla persona di Marinetti. Sotto questo rapporto vorrei anzi aggiungere un ammonimento, che a parer mio dovrebbe divenire un proposito generale: «sprovincializzare l’Italia».

Malgrado innegabili progressi, persiste nella nostra letteratura e filosofia e nella nostra critica letteraria e filosofica uno spirito piccolo-borghese. Quando voi non dite esattamente quello che altri pensa e si aspetta che voi diciate su un dato argomento, lo mettete di cattivo umore e sono insulti, invettive, «stroncature». Recentemente Bruers si è espresso a dovere contro codesta mania tutta nostrana delle «stroncature», Quest’angustia ricettiva e selettiva dei valori intellettuali e spirituali di produzione nostra – chè per gli stranieri si eccede in senso contrario – non fa onore alla cultura italiana. Nessuno vuole un latitudinarismo piatto e indifferente, ma il conformismo, specie in letteratura e in filosofia, sarebbe la morte della letteratura e della filosofia. L’attrito critico è necessario alla vita del pensiero, solo che esso deve rispettare il presupposto, che la moltiplicazione delle alternative è indice di ricchezza e potenza dello spirito umano.

Per quanto poi concerne la personalità di Marinetti, mi sembra un fuor d’opera giudicarla da singole sue manifestazioni fatte in tempi diversi e presegli alla lettera, quasi avesse voluto con quelle, più che esprimere uno stato lirico e compiere atti di combattimento, adattandoli alle necessità dell’ora, scrivere, con uno spirito immobilizzatore in contrasto coll’idea futurista, un trattato teoretico. Ma sicuro ch’è facile scoprire contradizioni nelle varie presentazioni che Marinetti ha fatto, in epoche diverse, delle sue tesi rivoluzionarie. Soltanto questo prenderlo in parola e puntare sulle contradizioni sarebbe ingeneroso quanto inefficace. Intanto egli potrebbe rispondere come Zaratustra a chi gli obbiettava: «Tu insegni oggi il contrario di quello che hai insegnalo ieri». «Già appunto, ma oggi non è ieri». La verità è che Marinetti ha dovuto sempre dibattersi, per quella tale tirannia dei concetti cui s’è accennato in principio, in un’antinomia insolubile: la necessità di dare con un insieme di definizioni coerenti una qualche impalcatura concettuale e una consistenza dottrinale al suo Futurismo, e l’impossibilità di darla in termini stabili e definitivi, per la contradizion che nol consente. Invece la parte più agevole a concettualizzare, ch’era la «tecnica futurista», egli non solo l’ha mantenuta, ma perfezionata.

Comunque l’essenziale di questo movimento è il movimento, e non sta quindi nelle formule teoretiche e nel loro impiego lattico, bensì nelle forze spirituali che sprigiona e nelle creazioni che pone in essere. Da queste e non dalle formule bisognerà giudicare Marinetti e l’opera sua.

E allora noi ci troveremo in presenza di un fenomeno, che, se non ha una coerenza verbalizzante, ha una sua magnifica coesione e continuità spirituale: cioè una sintesi superiore di poesia e di vita, dove il poeta fa tutt’uno con l’uomo. E poiché in questa sintesi vivente la sincerità dell’ispirazione, la fedeltà al proprio ideale, l’implacabile volontà di poesia sono in Marinetti collaudate dalla sua costante prontezza a pagare di persona, ecco che una triplice equazione perfetta si stabilisce tra l’uomo, il poeta e il combattente: esemplare umano rarissimo a questo mondo, che ha singolari riscontri nei due massimi poeti italiani dell’idea e del combattimento: Gabriele d’Annunzio e Benito Mussolini.

Ora nel «Poema africano» c’è tutto Marinetti, l’uomo, il poeta, il combattente, fusi in una perfetta unità e non per un’addizione, ma per una moltiplicazione di questi termini fra loro.

L’uomo. Nato in Africa, allattato da una schiava sudanese, cresciuto a contatto con le mille suggestioni di un continente misterioso e con una società esotica remotissima dalla nostra: egli ritrova ora in Etiopia intatte le sue prime sensazioni organiche, vibrazioni, emozioni, immagini di un mondo non mai dimenticato, impresso anzi negl’imi strati del suo stesso plasma. «Nessuno pensi, ammoniva Goethe, di poter cancellare le impressioni della prima età». In Marinetti esse sono tutte lì in una ridesta sensibilità bizzarra, divenuta frattanto accessibile all’amalgama di tutte le esperienze: dalle più primitive alle più raffinate, dalle bestiali alle umanissime e patetiche (si pensi al filo aureo, ricorrente nei momenti più inattesi, delle «tre pupe»! o alla tenerezza di quel «No fui qualche volta distratto ora non più», dialogato mentalmente nel notturno dall’amba Tzellerè).

Il poeta. Egli passa da uno stato lirico all’altro senza soluzione di continuità. In lui ogni esperienza nuova si traduce immediatamente in una emozione poetica e in una visione estatica, che trasfigura la realtà e ne fa materia incandescente del poema. La quale sbalza e scorre in piena, conglomerato in una massa sola tra vulcanica e torrentizia. Per questo Marinetti ha potuto, anzi dovuto annotare o dettare il poema, caso più unico che raro, nel momento stesso dell’azione e del combattimento.

E il combattente. Vive ora per ora tutta la guerra africana, trasfondendo nelle necessità spesso rudi, brutali, disumane, repugnanti della milizia severa e responsabile, tutto l’ardore del sacrificio, la passione di «servire nel modo più sintetico la nuova Italia di Mussolini», la gioia di vivere «l’unica bella avventura sentimentale coronata da un’amorosa fusione con la Patria». Il suo appello a «scrittori e artisti d’Italia» (pag. 24-6), riboccante d’Italia e d’Africa, è un alto proclama di guerra per l’Impero da conquistare, ma anche contro i residui marginali di miserie interne da combattere. In esso si riassume, come ho accennato, con un bel segno di moltiplicazione, il monomio dei tre fattori: l’uomo x il poeta x il combattente.

In quanto all’ordito e allo stile di questo «Poema africano» dirò poche cose che riguardano la «simultaneità» e «le parole in libertà».

La «simultaneità» è in natura ed è più particolarmente una legge della vita e della psiche. È la legge dell’immanenza di tutto in tutto. Attuarla nel discorso poetico, sopprimendo distanze, addensando apposizioni e scorci entro scorci, imprimendo al dettato lo stesso ritmo veloce, multiplo, polifonico, proiettivo delle vicende interiori ed esteriori, ora puntualizzando l’azione col verbo di tempo finito, ora dilatandola illimitatamente col verbo all’infinito, dando inoltre un nuovo ufficio all’aggettivazione, all’interpunzione e così via, era certo quanto di più arduo un autore potesse proporsi. Naturale, chi in poesia procede sine lege, lo fa pericolosamente e ha diritto di farlo a un sol patto: riuscire. L’opera poetica deve avere in se stessa e in sè sola la propria sufficienza e giustificazione; essa vive se e in quanto e fino a quando riesca a comunicare, a far rivivere in altri soggetti i propri valori.

Marinetti chiama «simultaneità» le 59 lasse del suo Poema e v’impiega una tecnica più vigile e accorta nella sua vibratile sensibilità, che non nelle opere precedenti. Ancora nel poema di «Adrianopoli», ottobre 1912, egli chiedeva alla disposizione grafica delle parole nelle pagine e tavole un ausilio alle impressioni simultanee. Nell’«Ode al Golfo di Spezia» la simultaneità s’era fatta più intima. Massimo è in questo «Poema africano» lo studio di proiettare in un fascio momenti simultanei dal di dentro, a rendere una esperienza integrale, uno stato d’animo globale. Com’è destino proprio d’ogni opera di poesia, della riuscita del processo testimonierà unicamente la capacità d’irradiazione che il Poema dimostrerà a contatto con le menti disposte ad accoglierla. In me molte pagine hanno lasciato un’emozione profonda.

Circa l’impiego delle «parole in libertà», non ho bisogno di ripetere, ch’è un diritto del poeta svincolare il proprio dettato dai regimi sintattici, ritmici e metrici dell’uso comune e tradizionale. Avvertirò soltanto, che lo stile parolibero esige da parte del lettore o ascoltatore una sua collaborazione, un certo «attivismo» di reazioni interpretative e integrative; ciò ch’è il contrario della abitudinaria supina ricezione di un discorso, il quale segua le comode forme del dire comune. Senza questa attività ricettiva, inutile attendersi di comprendere e, meglio, risentire in sè i valori poetici marinettiani.

A questo punto qualcuno sarà tentato di chiedermi, se io non abbia riserve e obbiezioni mie da fare. «Possibile, si dirà, che Orestano non ne abbia una sola?» Rispondo subito che me ne astengo per due buone ragioni. In primo luogo per coerenza con un mio «Pensiero» (inserito col n. CCLXXI nel volume: «Pensieri, un libro per tutti»). «Quando sentite fare grandi elogi di taluno, aspettatevi sempre un «ma». È quello l’ultimo rifugio dell’amor proprio di chi loda». Ebbene, per mio conto mi sentirei umiliato di fronte a me stesso, se dovessi aver l’aria di provvedermi di un tal rifugio per un mio amor proprio che non è affatto in questione.

E poi, perchè Marinetti ha scelto per il suo «Poema» – la maggiore battaglia del suo futurismo -, tra infinite possibilità di espressione che erano alla sua portata, la più inusitata, la più difficile, la più audace. Anche per questo egli s’impone al nostro rispetto. Alla fin delle fini, qualunque cosa io o altri possa sentenziare, pro o contro, un’opera come la sua non può avere per giudice che la storia.

[1] Pubblicato in «Rassegna Nazionale». Roma, giugno 1938-XVI.

[2] V. La crisi della poesia in Verità dimostrale (Voi. V).