F. T. Marinetti: Lettera a Silvio Benco (La Nazione, Trieste, 9 settembre 1922)
F. T. Marinetti
Lettera a Silvio Benco
(La Nazione, Trieste, 9 settembre 1922)
Una lettera di Marinetti
per spiegare il suo nuovo libro
F. T. Marinetti ci prega di pubblicare questa lettera aperta che egli indirizza a Silvio Benco:
Caro Benco,
II mio temperamento futurista ha una spiccata ripugnanza per le polemiche letterarie perciò io non discuto mai coi miei critici. Ma tu non sei un critico. Sei uno dei maggiori scrittori italiani contemporanei perchè dotato di una grande potenza creatrice e insieme di una intelligenza capace di penetrare profondamente le opere altrui. Tu hai avuto sempre una predilezione per le mie e di questo sono fiero.
Il mio romanzo vissuto l’Alcova d’acciaio ti dettò una pagina entusiasta che lo definisce perfettamente.
Gli elogi da te consacrati al mio ultimo libro Gli Indomabili mi convincono invece che il significato di questa opera ti è in parte sfuggito.
Anzitutto non vedo il contatto che può esistere tra me e Wells. Paragonarmi a Wells equivale a paragonare Victor Hugo a Jules Verne. Come Jules Verne, Wells è assolutamente privo di lirismo, incapace di dare una viva plastica coloristica e musicale ai suoi personaggi e paesaggi. Personaggi e paesaggi rimangono nei loro libri poco distinti spesso confusi sempre banali, mai animati da vera vita artistica.
Io procedo invece per immagini create nuovissime. Sono dunque sempre nel poema, mai nel romanzo d’avventure. Queste qualità mi fanno apparire oscuro ai lettori di Wells e piacevole a coloro che in genere non amano Wells.
Esempio: il capitolo intitolato «La scuola della bontà» dove mi sembra aver realizzato una grande musica patetica.
Secondo esempio: i 3 Governatori Cartacei: Nonnor il reazionario negatore di libertà, Sissir il sapiente sfruttatore e graduatore di libertà e Mah l’oscillante dubbio fra metodi e filosofia. Questi 3 personaggi sono tre concezioni politiche; e insieme tre sintesi liriche. Perciò appartengono alla creazione pura del poema non alla combinazione divertente del romanzo d’avventure.
Preciso ora il significato filosofico-simbolico degli Indomabili, citando le parole stesse di un mio amico intelligentissimo:
Su una ferocia indomata (quella degli Indomabili da ferocia meno cruda dei Carcerieri negri, ferocia guidata e utilizzata, Entrambe forze istintive, primordiali, crudeli. incoscienti.
Al disopra i Cartacei, simboli delle idee e quindi del Libro che inchioda ma non doma gli istinti. Questi si annegano soltanto nella luce uguale calma del Lago della Bontà che annienta le diversità, distrugge le asprezze, illumina le ferite, valorizza il peccato-tormento. Ma se nel Lago della Bontà gli umani feroci divengono felici e luminosi, non per questo vi rimangono. La verità dell’Umanità non è la stasi anche se felice, nè l’incoscienza anche se divina.
Gli Indomabili escono dal Sentimento per entrare nel regno delle idee, vita dello spirito, vita delle costruzioni astratte. D’altra parte le astrazioni luminose e dinamiche sorgono sulla realtà, ed è la massa uniforme opaca e triste dei lavoratori che le sostengono in alto. Lavorano, e per lo stesso dinamismo generale delle Forze, soffrono di lavorare, pur desiderando il prodotto ideale del loro lavoro atroce. Il loro povero desiderio è già pensiero e li proietta nel gran lago meraviglioso della Poesia. Lago che è creazione divenuta realtà.
Essi si ribellano al ritmo imposto dal cervello che esige il loro lavoro sottomesso, e vogliono giungere al ritmo eterno e puro del sentimento costruito. Gli istinti domati degli Indomabili si scatenano e servono agli Indomati Fluviali. Le Forze si traspongono e trasmettono così, senza limiti più, poichè le divisioni nette sono assurde.
Solo la ferocia, la crudeltà, la distruzione ieri domate oggi coscienti volitive possono guidare nell’avvenire. Ma le forze domate un istante si sguinzagliano di nuovo anarchiche, individualistiche, feroci. Ridiventano istinti incoscienti e brutali, criminali che bisogna incatenare. E tutto ritornerebbe alle origini. Ma nell’Umanità vi è la continuità della coscienza.
Sorge cosi dal libro la sintesi dell’individuo-uomo nel suo sforzo verso la pienezza emotiva che trabocca nella vita cerebrale. La quale a sua volta diviene tiranna e sfrutta le forze primordiali che già ha cercato di superare.
E sorge la sintesi dell’individuo società nel suo sforzo di progresso. Sforzo verso una fratellanza quasi raggiunta, illuminata dallo idee, ma arrestata dall’arsura delle stesse idee che infiammano di nuovo gli elementi densi e opachi.
E sorge la sintesi dell’Umanità.
Umanità dolorante nel mistero angoscioso, con tutte le seti mai soddisfatte, tutte le arsure sempre inasprite. Umanità assetata di una verità che abbracci, che dilaghi e accarezzi. Unica verità, unica forza: la Bontà. Bontà assoluta senza relativi, senza spasimi. Bontà dell’anima che si ritrova nell’altra anima e si appaga del ritrovo senza possesso.
Ma la Bontà non basta alla vitalità umana. L’Umanità è dinamica, costruttiva. Nella costruzione crede, vuole la creazione che è il suo divenire.
Il libro Gli Indomabili s’illumina così della grande fede Futurista. La grande fede del domani. Fede luminosa che lo spirito getta sulla materia, che l’artista dona alla massa. Che non è luce di vendetta, nè di amore, non di riposo nè di incoscienza, ma la luce fantastica e affascinante che sola può portare nel regno del divenire felice: la luce dell’Arte.
Gli Indomabili sono una fiaba profetica e religiosa creata a colpi di sole che arroventano le atmosfere del deserto crudele.
In contrasto coi vasti ritmi di grande patetico musicale che premono fino allo spasimo l’anima nell’Oasi e nel Lago della Bontà,
Questo libro ha delle immagini che sono musiche, musicalità che divengono colore, ritmi che divengono idea. È un mondo creato con un materiale nuovissimo.
*
Ecco ciò che ho costruito col mio libro Gli Indomabili.
Ti prego di pubblicare questa mia lettera nel tuo autorevole giornale facendola seguire, se credi, da una tua risposta.
Tengo a concentrare la massima luce di discussione su questo mio libro preferito che ti è sembrato un po’ misterioso.
F. T. MARINETTI
*
L’eccellente amico mio Marinetti, che in verità non ringrazierò mai dei pubblici elogi che egli mi prodiga con allucinata bontà, ci dona in questa lettera una interpretazione del suo libro che certamente riesce molto utile se non necessaria. Nessuno conosce meglio lo spirito della propria opera che l’autore stesso: e non mai io contesterò nulla ad un autore che su questo punto mi abbia dato i suoi chiarimenti. La critica di un’opera d’arte è però sempre l’impressione di un’individualità sull’altra, la quale ha il suo modo di concepire, la sua prospettiva, la sua disposizione a saggiar le cose sotto un aspetto meglio che sotto un altro. Io ho scritto del libro di Marinetti che in esso «vi è una grande sproporzione tra la prima parte, poderosa, tipica, plasmata a gran fuoco, bella d’orrore, e la seconda parte, dissolvente e fugace, che sembra messa giù in fretta, quasi per impazienza di concludere il libro». Tale è la mia impressione: e oggi si avvalora dei chiarimenti che intorno agli Indomabili son dati dall’autore, i quali illuminandone le intenzioni, mi riconfermano nel pensiero che la seconda parte non abbia dato ad esse il dovuto svolgimento perchè esse multino lucide e chiare.
Quanto a Wells, io non ho istituito paragoni fra Marinetti e lo scrittore inglese, bensì ho piuttosto stabilito le differenze essenziali, pur avendo trovato nel suo libro «certe affinità di immaginazione e di proiezione coi libri di Wells». Accenno ai negri museruolati, e ai Cartacei, che appartengono alla forma di imaginazione propria di Wells; e accenno ai movimenti di folle confuse, rappresentati sinteticamente, nella seconda parte degli Indomabili, che richiamano a somiglianti espressioni di moltitudini in movimento nel libro Quando il dormente si desterà, uno dei più curiosi dell’autore inglese. Ma tutti quanti conoscono Wells e Marinetti sanno che essi sono due autori di natura molto diversa.
s. b.


