CRISI POLITICA,  DADAISMO / AVANGUARDIE,  FASCISMO

Ezra Pound: Intervista (Il Mare, 12 aprile 1931)

Italia, Inghilterra e Francia
in una intervista con Ezra Pound

Il Mare, 12 aprile 1931

Siamo lieti di pubblicare questa intervista con Ezra Pound, che uscirà sulla rivista “Belvedere” diretta da P. M. Bardi.

– Sentite – mi dice Ezra Pound, quasi fermando con la mano protesa l’obiezione che à vista spuntarmi sulle labbra – non mi chiedete troppi schiarimenti. Ne avremmo altrimenti fino a domani. Non è necessario che voi comprendiate tutto quanto vi dico. L’importante è che vi obblighi a pensare.

Il lettore è perciò avvertito. Se qualche cosa potrà apparirgli leggermente oscura, non vi faccia caso. Ciò che conta è la sua reazione istintiva. Non v’è dubbio del resto che ciò che Ezra Pound dice non ecciti potentemente il complicato meccanismo del pensiero. L’inventore delle «parole cariche di significato», il poeta che a vent’anni scappò dalla nativa America perché non si può abitare in una casa ancora sprovvista del tetto, e venne a cercare in Europa il clima adatto al suo temperamento impetuoso e ribelle, opera sui suoi ascoltatori come una scarica galvanica sulla classica rana.

Ezra Pound, indubbiamente il più grande poeta americano contemporaneo è dotato di un’attività prodigiosa. A parte i suoi molti volumi di versi, che vanno da «A lume spento», pubblicato nel 1908, quando egli era appena ventenne, sino a «Quia Pauper amavi» egli ha scritto un gran numero di libri saggi, di critiche, di studi sugli argomenti più disparati, e un’opera in musica, un canto-dramma, eseguito a Parigi nel 1926. Egli è stato inoltre elemento preponderante nella formazione di due scuole artistico letterarie che hanno avuto fama e influenza mondiali: quella dei «vorticisti» e quella degli «imagisti». T. S. Eliot e James Joyce non sono che i più noti tra gli scrittori, che debbono a lui il loro primo riconoscimento e l’impulso che li trasse dall’ombra.

– Che cosa state preparando? – domando a Ezra Pound come preambolo.

– Poco e molto. Lavoro alacremente alla mia «Pagana Commedia», un’opera prettamente moderna in un  centinaio di canti. Trenta di essi sono già apparsi in una edizione di gran lusso, su pergamena, e sono stati ora ripubblicati a Parigi in un volume di modico prezzo. La ristampa della mia traduzione delle ballate e sonetti di Guido Cavalcanti, apparsa per la prima volta nel 1912, è già a buon punto. Peccato che l’editore inglese sia fallito. Sarà, finito, un lavoro di gran mole, con cinquanta costose riproduzioni di codici antichi, non privo di interessi anche per gli studiosi italiani.

– E battaglie, polemiche?

– Sempre. Ogni giusta causa mi trova schierato dalla sua parte…

– Ma perché mai – gli chiedo – voi che avete abitato a Parigi e a Londra per tanto tempo, siete venuto alcuni anni fa a piantare le vostre tende in Italia?

Ezra Pound dà un’occhiata al Golfo Tigullio ed a Rapallo che si stendono sotto i nostri occhi investiti da un meraviglioso sole al tramonto, e par cercare in loro la risposta alla mia domanda.

– La cosa al mondo che più m’interessa – mi dice finalmente – è la civiltà, sono le alte cime della cultura. L’Italia ha per due volte civilizzato l’Europa. Nessun altro paese l’ha fatto neppur una. Ogni volta che in Italia si scatena un’energia forte e viva, sorge una nuova rinascenza. Ho scritto parecchie volte che dopo la guerra l’Inghilterra si è ridotta al punto di abbandonare i suoi cadaveri per le strade.

– La Francia intellettuale è anche lei stanca, stanca, ma almeno ha conservato la forza di seppellire i cadaveri delle sue idee morte. Sono così ugualmente stupito della stupidità inglese e della imbecillità francese, anche se reggono provincie diverse. Ciò che mi irrita di più nella Francia di oggi è il suo odio per la scultura e la architettura. Non ho mai potuto decidere per quale delle due il suo odio sia maggiore. Vi fu, sì, vi fu veramente un’architettura francese nel medio evo. Ma il medio evo è passato da un pezzo…

– Cosa pensate, invece, della letteratura francese?

– Ammiro molto Flaubert e compagni. Hanno creato la prosa dell’ottocento. Ma tutto ciò è stato ormai sfruttato abbastanza e temo che gli uomini politici francesi stiano distruggendo il gran bene che i letterati del secolo scorso fecero al loro paese. Non rivedo in questo momento che un solo francese con un certo senso di responsabilità: Albert Londres. Tutti gli altri non sono che foche ammaestrate. Inoltre, noto in Francia una incredibile strapotenza della burocrazia. Infiniti pezzettini di carta, moduli da firmare, tutti i difetti della pedantesca Germania d’anteguerra, adottati ed esagerati. E per di più sono mercanti di ferro. Hanno il ferro da vendere i francesi!

– Da che parte, secondo voi, marcia dunque la civiltà?

– Vi sono oggi nel mondo tre paesi da cui molto si può attendere, i soli che osino affrontare di fronte qualcuno dei problemi che li circondano, sebbene li risolvano in maniere diverse, ognuno per conto proprio. Sono tre paesi in cui l’ansia dell’edificare ha ucciso il vano discutere. Tacciono e si torcono. Tre paesi che vivono pienamente nel tempo loro, e in cui gli uomini che li governano non hanno paura di guardare bene in faccia la realtà. Si potrà scegliere fra la Russia, Enry Ford e l’idea statale impersonata dall’Italia. Ma è semplicemente delittuoso voler nascondere, ad ogni costo, la testa sotto le coperte e fare della economia comica alla Keines, tipo scuola liberale inglese.

– Voi avete accennato all’Italia e a chi la governa. A quale uomo del vostro paese paragonereste voi Mussolini?

– I confronti di questo genere non sono facili. Dirò solo che l’unica persona storica americana a cui mi vien fatto di pensare allorchè considero quella parte del fattivo programma mussoliniano che comprende la bonifica terriera, la battaglia del grano e la mobilitazione del credito interno della nazione, è Thomas Jefferson, autore della dichiarazione d’indipendenza e due volte Presidente degli Stati Uniti. Sono stato costretto a rispondere a un amico comunista – che ogni tanto mi manda un attacco idrofobo contro il fascismo – che se il Duca di Northumberland si permettesse di lasciare andare a male le sue terre in Italia, così come fa in Inghilterra sotto un Governo Laburista, si troverebbe un bel giorno in prigione.

– Dunque voi credete che l’Italia sia sulla buona strada?

– L’Italia è l’unico paese del mondo – dice Pound con un sorriso che va a perdersi tra i peli della sua barbetta bionda – che non mi sentirei di poter governare meglio di quanto già lo sia. L’Italia è avviata verso la potenza. Senza un’Italia forte non vedo la possibilità di un’Europa ben equilibrata. Io sogno per lei il ritorno di un’epoca che, mutatis mutandis, sia un po’ simile al quattrocento. Un’epoca in cui le possibilità della cultura e della scienza moderna siano fatte funzionare al massimo. Nel quattrocento il vertice della potenza coincideva appunto col vertice dell’intelligenza. Questa idea si trova anche in Confucio (Kung-fu Tsen; Confucius).

– Ottimamente. Ma come spiegate voi allora la guerra rabbiosa che una certa parte della stampa internazionale fa al fascismo?

– Il fascismo c’entra fino a un certo punto. È la nuova virilità e continua ascesa dell’Italia che fa paura. L’Inghilterra è oggi soffocata dall’idiozia più palese. La sua stampa non è che l’orchestrazione della bugia, la più superba e sottile che l’umanità abbia mai visto. Anche in America i giornali raccontano talvolta delle frottole, ma almeno non tutti cantano la stessa melodia. L’unanimità della stampa inglese è una delle meraviglie del secolo.

– Non sarebbe questo, per caso, un primo segno di decadenza dell’Inghilterra?

– Un primo segno di decadenza? Madre Santissima! L’Inghilterra era già in piena decadenza nel 1908. Ma era una decadenza dignitosa, una poltrona imbottita di comforts. Ed era per lo meno  permesso ad alcuni stranieri, americani, irlandesi, ecc., di fare un po’ d’arte e di letteratura. La decadenza dell’Inghilterra in fatto di letteratura data dal giorno – giù giù nel settecento – in cui W. S. Landor partì per l’Italia. Dopo di lui partirono, e sempre per l’Italia, Byron, Shelley e Keats. Beddoes andò invece in Germania. Non vi dice nulla questo fatto? Più tardi ancora noi troviamo Browning a Venezia – mezzo esiliato – e Tennyson a Buckingham Palace. Un altro fatto molto significativo.

– Fortuna che in Francia, a sentire i francesi, è tutta un’algtra cosa.

– Sarà. Esiste indubbiamente una bella Francia, la douce France. Da Poitiers fino ai Pirenei, la vecchia Aquitania, il Limousin, ecc. Ma non mi parlate di Parigi. I «parigini» si interessano appena di ciò che succede nel loro sestiere, nel loro arrondissement o cenacolo. Questa mattina, per esempio, pare che Monsieur Poincaré si sia svegliato molto giovane sino al punto di dimenticarsi di cosa fu l’Europa dal 1840 al 1870. Se egli ha mai studiato la storia, l’ha ora certamente dimenticata. Un giorno, nei giardini del Lussemburgo, non potei fare a meno di convenire con un ufficiale dello Stato Maggiore Russo che i francesi sono ormai biologicamente fissi – bliologically fixed – incapaci, cioè di ogni ulteriore sviluppo.

– Perbacco, siete molto severo…

God damn it! Avete dunque capito perché sono venuto a vivere in Italia? Perché qui almeno non sono costretto ad arrabbiarmi sette volte al giorno per causa di qualche ineffabile cretineria che si dice o si fa.

Ezra Pound è oggi certamente in vena. – E l’America? – mi permetto di chiedergli per non perdere la buona occasione.

– L’America? risponde egli con una crollatina di spalle. – Lasciamola per un’altra volta. Vorrei adesso continuare il mio poema.

Francesco Monotti