DADAISMO / AVANGUARDIE,  F. T. MARINETTI E IL FUTURISMO,  PRIMA GUERRA MONDIALE

Bruno Fallaci, Alberto Maurizio: L’espropriazione delle donne belle (1919)

Bruno Fallaci, Alberto Maurizio
L’espropriazione delle donne belle
Dinamo, Rivista Futurista
anno I, n. 3, aprile 1919

1. — Siamo nello stagnare iperboreo della luce elettrica, felici della prima conquista: un tavolo di caffè alla moda, dove il chiarore si gela su specchi e cristalli, entro il quale il gurgite dei borghesi a spasso si manifesta come la digestione di uno stomaco luminoso.

Una volontà di vita e di godimento accumulata e compressa, s’è fatta acida, ardente ed esplosiva in noi, e lo giurano i nostri occhi decisi, focolai di fanatismo e di passione sotto la fronte trampolino di pensieri acrobatici.

Ed è inutile che tu preferisca la cecità, o dolce e sottomesso convegno di angeli in borghese che cerchi un paradiso dentro la tazza d’ultra saccarinato caffè: noi siamo qui a sciogliere nell’amarezza della vitalità contenuta la carne bianca delle tue donne più proibite.

Non sono, del resto, gli sguardi delle tue femmine mistificate dal blasone dei profumi, gli sguardi delle tue «metà» struprabili, non sono convergenti su di noi come i raggi al centro della ruota? Difatti noi siamo il mozzo veloce che gira sull’asse d’una ferrata formidabile lussuria.

2. — Ogni giovinezza possiede una somma di voluttà che fermenta quando non sia rovesciata a grandine di napoleoni sensuali sul corpo della donna; e se una tale ricchezza non viene sperperata, ella si moltiplica per il desiderio accresciuto dagli interessi del sogno e della minima realtà quotidiana. Questa sera noi siamo Maurizio e Fallaci moltiplicati per tutte le donne che non abbiamo rovesciate sotto di noi durante quattro anni di guerra.

Con una forza rifusa completamente ne’ forni enormi del fronte, rifusa e confusa all’acciaio colato delle baionette, noi siamo protesi come nessuno verso la gioia, verso le comparse della bellezza e la possessione totale d’ogni forma affascinante dell’esistenza.

Sgocciolati per caso traverso alle reti con le quali la morte pescò nella vita, nessuno valuta e gusta più di noi le ricchezze di questo mare di sole, lo sguardo prismatico di tante finestre palpebreggianti di vetri, le improvvise bellezze di questa costellazione di visi veleggianti nello stupore di un cielo alto circa 1,70, il fermento oceanico delle città che biancheggiano come fiocchi di spume solide sul rotondo mareggiamento immobile della terra. Reduci dalle rudezze più angolose e crudeli, noi sentiamo in modo speciale i colloqui dell’eleganza e del ritmo che parlano al senso, i pallori e l’emozioni morali dei colori nella carezza sfacciata della luce, le seduzioni ambigue dei profumi, le insinuazioni voluttuose dei velluti, l’intelligenza a pieghe delle stoffe che hanno gesti da Michelangelo, e, sopratutto sentiamo vertiginosamente la femminilità, con tutti i nostri sensi squillanti ed acuti dalla sapienza elegantissima della morte che c’insegnò ad amare ed a possedere come una grande cocotte dalle raffinatezze da orefice. La donna è un complemento fisiologico necessario e rivela l’uomo a se stesso nella propria potenza interna ed esterna, dimostra il miracolo dell’animalità, e infine – per la continuazione della specie – produce uomini forti e donne belle.

E noi, purtroppo, ponemmo nel limbo miliardi di spermatizii.

3. — Questa sera, mentre per le vie centrali si marciava col passo che conosce la sua mèta, la quale è la confluenza della nostra brama, e della folla femminile in esposizione domenicale, questa sera noi due abbiamo sentito che tutte le cose circostanti erano possedibili, tutte deflorabili.

L’universo in quel momento sembrava un bel corpo di donna vibrante e immensificato, – i muri alti che arginavano correnti di rumori e di movimento, erano tutto un sussulto, un brivido, una pallidezza di sensualità liberata. I palazzi possedevano veramente un’epidermide corsa da un ricamo di vene calde e pulsanti; i cartelloni réclames, chiarori di nudità morse dalle lettere; l’aria tutta un respiro bruciante, una sessualità diffusa e spiritualizzata da ricevere con delizia nei nostri polmoni; una pelliccia, un mizio[1] di carezza e d’amplesso; la luce d’una vetrina, la piena possessione: il tram ci palpava lussuriosamente, allungando gesti d’ombra e di pallore lenti, estenuati, alla Lyda Borelli.

Allora la nostra politica ha trovato immediatamente la sua formula. Mentre si spartisce la terra conquistata e il bottino della vittoria conclusiva – il crudo realismo non sopporta un linguaggio politico meopatico, e noi siamo per il pollice verso – noi reclamiamo la parte che non è del cittadino ma essenzialmente del combattente. Noi vogliamo, e ce le prenderemo con la nostra genialità e la nostra violenta eleganza, le donne sono il velluto della vittoria.

4. — C’è da sviluppare un programma: l’espropriazione delle donne belle a favore di chi ha combattuto, a prò di chi ha respirato il pericolo per essere pari alla rossa velocità dei tempi. La nostra patria contiene anche la nostra alcova.

E siamo certi che le donne più belle — che sanno d’essere un premio, un valore, un’intelligenza lineare — saranno con noi, che siamo in grado di offrirle un mazzo di fiori composto di 1000 bandiere espugnate, un madrigale composto di 100 vittorie. Saranno con noi, contro coloro che non furono capaci di difendere il proprio letto a due piazze, accettando — come una mammella qualunque — che per loro ci fosse «un cannone a Verdum e un fucile sul Sabotino».

L’espropriazione troverà un entusiastico e sicuro acconsentimento nell’istinto riproduttivo della donna che è fuori delle geologie filosofiche, e che nell’amore cerca soltanto l’amore significato in una dimostrazione di forza e di vitalità. E colui che ritorna dal fronte è un’insuperabile formula organica di energia esplodente.

La medesima legge psicologica che fa gustare a noi i flessuosi lirismi dei velluti e delle pelliccie, fa gustare alla femmina la prosa granitica del grigioverde spolverato dal vento delle granate. Ella deve certamente sentire il proprio corpo lanciato — dallo scoppio intimo della sua anima stessa — verso colui che respirò l’alito breve ma vasto della belva di bronzo e di ferro.

Indubbiamente ella deve simpatizzare coi madrigali veloci offerti dalla nostra finezza decisa come il sibilo fosforescente d’una pallottola o il taglio del pugnale che sopportò a fodero più di una carogna nemica. E sulla carne di un reduce, anche se lavorata da un reticolato di lunghe cicatrici, resta sempre un brandello di pelle intatto sul quale una donna potrà conficcare la bandiera rossa e bianca della sua bocca vertiginosa. E noi saremo vibranti e comunicativi, capaci oramai anche di un nuovo eroismo sessuale insegnatoci dalla morte ch’è la più grande cocotte della vita. Ancorati l’una contro il petto dell’altra in un golfo di piacere delineato dalle braccia e le mani erranti sulla tastiera dorsale, sappiamo rimarginare le labbra femminili serrandole fra i nostri denti con il medesimo atto che già strappò l’innesco acceso della bomba. (Ma non vi spaventate, o Signora: vi prenderemo in nome dell’amore riscattato dalle morfinomanie lunari.)

5. — Stasera noi si fissa con l’impronta del nostro desiderio masticato nell’attesa degli attacchi e dei bombardamenti, noi fissiamo la prepotenza erotica del combattente futurista che s’è tolto di capo l’elmetto e di dosso il grigioverde per mettere un frack su cui esclama la cardenia bianca.

6. — Stabiliamo una base giuridica dell’espropriazione. E passibile del provvedimento :

       1) Chi, possedendo una donna, non sa ritrarne tutto l’utile voluttuario possibile, così come la legge colpisce il detentore di terreni fabbricativi nel centro d’una metropoli, o chi effettua la serrata di un opificio, o chi disarma dolosamente una nave.

       2) Chi fu dichiarato inabile alle fatiche di guerra per cause indipendenti dal servizio militare.

       3) I giolittiani.

       4) Chi s’è costruita una gabbia del proprio amore, ritenendolo unico e fatale; impedendo così il libero sconfinamento della sensualità che differenzia e ricolora perennemente la vita come un pavone mutevole.

       5) Chi non capisce l’importanza lirica, estetica e cromatica della prostituzione.

       6) I lettori di Fogazzaro, D’Annunzio e Guido da Verona, masturbatori dello spirito e della carne.

       7) I frequentatori unicamente domenicali dei caffè. (Non si trova mai un tavolo libero e disinfettato, la festa!).

       8) I patriarchi della sobria e seria mentalità politica e del socerismo economico.

       9) Chi si veste sempre di scuro e non capisce la modernità cromatica del carnevale.

       10) Chi, comunque, corrompe la bellezza della vita significata nella prodigalità sessuale della donna.

       11) Chi, dopo dieci anni di futurismo, cammina spiritualmente all’indietro, con le spalle al futuro.

       12) Fra tutta questa razzamaglia si rilascia il nulla osta di possessione soltanto al detentore di una donna-catastrofe e antimusicale; e ciò per il di lui castigo, e per il nostro menempipismo verso l’uniforme e l’opaco.

7. — «O Signora che da un angolo del caffè, incastrata in un poliedro di luce, ci mirate mascherata dal raso bianco della meraviglia, poiché v’accorgete di quanto il vostro istinto sia superato dalla nostra volontà; o Signora pensate dove mai .avremmo sospinta la primissima trincea se sotto la parabola delle granate od il margheritio degli shrapnels, il Vostro corpo ed il volto fossero stati come il disco con l’asta da piantare sempre più innanzi! E quando nello slancio dell’assalto si rimaneva presi fra la ramaglia miagolante delle mitragliatrici, o Signora, non eravamo degni di finire fra le stecche del vostro ventaglio, a preferenza delle dita sottili, lunghe, imbiaccate di un cicisbeo qualunque? Credete forse che tutto il nostro vigore non sia tale e capace da offrirvi un impensato capolavoro di debolezza?»

8. — Il diritto è con noi. In questa certezza assoluta sentiamo maturare nella nostra coscienza elettrica una risoluzione eroica. Da un momento all’altro possiamo tradurre in azione il proponimento rivoluzionario. E commetteremo lo scandalo. Sarà certamente di sera, nello scoppio incantato di tante lampade accese. In due sentiamo la capacità di mettere in fuga gli espropriabili in pieno Pawsckowski o al «Moderno» ipotecando per il nostro piacere le loro donne più belle. La nostra rivoluzione sarà estremamente lirica: nella luce e nella musica. E siamo certi che riusciremo attraenti. Di baleno, con un gesto falciante, noi prenderemo rapidamente le femmine più considerabili galleggianti fra le costellazioni dei visi e delle pallidità. E le donne ci ameranno, anche solamente per questo, felici di essere colte dalla nostra forza simpatica, di essere tolte velocemente ai loro mariti, fidanzati ed amanti emorroidi e riformati nel corpo e nello spirito. E verranno con noi sorridendo, ricolorando la vita con tutta la loro sensualità libera finalmente d’esplodere; con noi, che conserviamo nel coito il ritmo preciso e ferrato del passo di marcia.

 

Firenze, al Caffè “Moderno,, 4-1-1919.

BRUNO FALLACI e ALBERTO MAURIZIO

 

[1] NdC.: inizio?