Aniceto Del Massa: Dopo Sant’Elia. Problemi di architettura (1936)
Aniceto Del Massa
Dopo Sant’Elia. Problemi di architettura
La Nazione, Firenze, 28 gennaio 1936
La formazione di un gusto nuovo, come clima di comprensione, si affida all’opera lenta, in profondità della critica. Non si tratta tanto di divulgazione (che questo non è che il lato mediocre della critica) quanto di chiarimento teorico e metodico: prettamente teorico. Non è che la teoria produca l’arte, ma la teoria è indispensabile alla sua comprensione, non come fenomeno estetico solamente ma più come fenomeno di vita, di civiltà. Attitudine alla critica, attitudine, cioè, a stabilire rapporti. Solo in tal senso la critica è attiva. Si tratta, dunque, di fornire ad una cerchia sempre più vasta, quei concetti più adatti alla creazione, o al consolidamento di codesta attitudine. Questo la critica moderna, anche la militante, cerca: memoria, di fare e l’architettura, a preferenza della pittura o della scultura, è il tema all’ordine del giorno.
Fra le molte pubblicazioni sulla architettura moderna e modernissima, ottima questa «Dopo Sant’Elia» (Editoriale Domus 1935) che riunisce scritti di G. C. Argan, Carlo Levi, Matteo Marangoni, Annalena Pacchioni.,Giuseppe Pagano, Alessandro Pasquali, Agnol-domenico Pica, Lionello Venturi.
Il «Manifesto dell’architettura Futurista» del Sant’Elia, è noto; pure a rileggerlo oggi, e, più che lo rileggi ti appare di una essenzialità esemplare; lo spirito chiarificatore da cui proviene si palesa sempre più nostro intimamente connesso ai problemi che maggiormente si sono presentati sul terreno mosso della nostra sensibilità. E ritornando a codesto fertile ingegno di anticipatore ci si guadagna in tutti i sensi. Quella polemica è la nostra polemica; a distanza di anni ci si accorge che Sant’Elia aveva bene individuato i punti deboli da combattere e vi batteva su con vigoria e fervida fede, anche se non sempre le sue armi dal punto di vista estetico possono considerarsi valide. (Altri oggi quelle medesime ragioni sostiene per validissime e si vorrebbe nuovamente fare dell’arte qualcosa di molto legato – quindi di dipendente – al proprio tempo ma solo come sfruttamento meccanico; naturale che non ci si intenda). Ma chi non sottoscriverebbe oggi questa proposizione: «Bisogna risolvere il problema dell’architettura futurista non più rubacchiando da fotografie della Cina, della Persia, del Giappone, non più imbecillendosi sulle regole del Vitruvio, ma a colpi di genio, e armati di una esperienza scientifica e tecnica»? Ed altre molte che di tal forza nel manifesto si contengono. A furia di genio, giustissimo; e. oggi, i nostri architetti sono armatissimi in fatto di esperienza tecnica e scientifica; anche troppo, fino a dimenticarsi talvolta che arte è una scienza sì, ma adoperata non in modo scientifico; fino a dimenticare addirittura l’arte per la scienza. Accade allora che all’esotismo lamentato da Antonio Sant’Elia, altri esotismi si siano sostituiti, altri pregiudizi abbiano preso il campo; altre schiavitù non meno esose istituite; non per nulla è lecito ironizzare sull’estetica delle piante grasse o dello sciacquone; si è voluto porre troppo l’architettura al servizio dell’igiene e di certo raffinamento estetizzante di bassa lega e gabellare per modernità o novecentismo il tritume che poco ha da invidiare al floreale o al liberty, di non antica memoria.
Peggio, si è ricorso a materiali nobili, ad effetti luminosi per rivestire strutture in sé povere o trarre buon partito da soluzioni meschine; in codesta ricerca dei surrogati dell’arte si è sbizzarita la fantasia inventiva degli architetti degna veramente di miglior causa. Lo snobismo ha dilagato e dilaga, solo è da augurarsi che in questo periodo di sanzioni si verifichi una vera e propria marcia indietro.
A riportare, cosi, al giusto punto le cose, perché la confusione sia almeno arginata, ecco i chiarimenti in nome di un’estetica ormai nella sua strettura ben salda e costituita; negli scritti del Marangoni e del Venturi – e scelgo questi due scrittori in quanto maggiormente in essi si trovano portati a chiarezza estrema concetti assai diffusi ed accettati – si hanno schemi concreti di critica estetica sui quali si può affinare quell’attitudine di cui prima si discorreva. Nel «Linguaggio dell’architettura» Matteo Marangoni ha modo; in rapidi scorci storici, di provare la legittimità teorica derivata dalla pura visività con gli emendamenti necessari alle sue diverse applicazioni. «L’architettura che dal lato pratico è la più legata alle contingenze umane e, artisticamente, la più indipendente delle arti figurative; la più astratta e sintetica: per questo essa può assurgere ad esponente simbolico di tutto un popolo, di tutta una civiltà». Solo in questo senso possiamo accogliere l’estetica della macchina, non, come si diceva, vincolando la creazione ai mezzi.
Dai confronti istituiti con opere d’arte delle diverse epoche risulta come l’espressione architettonica sia effettivamente la più alta e chiara di una civiltà, e il suo linguaggio inconfondibile tanto da non far sorgere dubbi sui malintesi, quali ad esempio l’ultimo del neo-classicismo «di tornare all’arte classica imitandone, anziché lo spirito, le forme. E nacquero così quelle vere parodie dell’antichità classica, che sono i monumenti che tutti conosciamo». E vorremmo citare ancora da questo scritto e dagli altri degli scrittori citati, poiché ci si offrirebbe il modo più semplice di mostrare al lettore l’utilità di questa raccolta, valida quanto mai – lontana com’è da ogni dottrinarismo – a sfatare le torbide leggende che intorno all’arte moderna si sono avvicendate in seguito ad una polemica spesso malamente impostata e peggio condotta. All’educazione del gusto e dell’attitudine critica e conoscitiva questi scritti di studiosi per indole sensibilità preparazione, diversi, recano un contributo notevolissimo testimoniando ad un tempo come da noi si vada sempre più affermando una concezione dell’arte intimamente connessa a problemi spirituali; una via, cioè, che superando posizioni e schemi dell’ultima estetica idealistica condurrà a conquiste più consoni al genio della nostra tradizione.
A conquiste, quindi, attualissime; un’opera lenta e meditata di revisione è, oggi, in atto; la polemica sull’architettura nuova è entrata, si può dire, nella sua fase più attiva. Proprio mentre a far nuovo sì erano buttati i varii mestieranti, pronti a sposare le formule più richieste sul mercato, architetti coscienti delle loro responsabilità sanno ripudiando appunto ogni surrogato, ogni provvisorio e facile accomodamento per riaccostarsi ai grandi esempi non più per ammirarne retoricamente la misura armonica, ma per trarne inspirazione sicura. E si va delineando un movimento che, aiutato provvidenzialmente dalle attuali restrizioni, affermerà sicura mente una ripresa dell’intelligenza e del genio italiani nelle più feconde invenzioni in profondità e non nella mera apparenza.
La sobrietà propria alla costituzione nostra, e di cui il Brunellesco è il centro massimo, educherà gli spiriti e le menti ad una concezione severa della costruzione i cui elementi devono valere di pe sé, senza ricorrere ad inutili e meschine fastosità a ripieghi più o meno validi; nell’ordine e nella disciplina più rigidi regna l’unica vera libertà degna dell’intelligenza. In questo ordine far far e fare italiano non sarà più un controsenso, né un desiderio affermato a parole.
Opera di revisione, si è detto, e insieme di potenziamento che trova il clima più adatto per svilupparsi ed imporsi.
A. DEL MASSA


