CRISI POLITICA,  FASCISMO,  PRIMA GUERRA MONDIALE

Angelo Oliviero Olivetti su socialismo, fascismo, sindacalismo rivoluzionario (1921)

La fu rivoluzione
Angelo Oliviero Olivetti

Pagine Libere
Rivista mensile di Politica, Scienza ed Arte
25 marzo 1921, pp. 104-108

La rivoluzione italiana è morta prima di nascere. L’aborticidio fu perpetrato dalle esperte comari di Livorno, il mostriciatolo, accuratamente raccolto in un barattolo di alcool demagogico sarà custodito nel museo di patologia sociale presso la direzione del partito socialista italiano. Non è escluso che qualcuno dei custodi, affetto da dipsomania acuta, non si abbassi a beverne lo spirito.

Il fenomeno è di sì vasto significato che merita qualche rilievo critico.

L’Italia visse veramente per due anni sotto l’incubo di una imminenza rivoluzionaria, che sembrava l’unica soluzione logica della crisi economica, politica e sopratutto spirituale che la travaglia. Se la rivoluzione si è dissipata come certe nubi temporalesche nei meriggi infocati, la crisi permane e l’afa che ci opprime non si è temperata. Sembra allontanato il pericolo di morte, ma non sono accresciute le ragioni di vita, sicché forse la mutazione è solo quella che corre tra un rapido trapasso ed una lenta agonia. In un certo senso la mancata iniziativa socialista di una rivoluzione attuale è quella che incomincia ora a preparare involontariamente ed agendo in senso negativo, il terreno di cultura di altra e diversa e futura rivoluzione.

In una società nella quale vien meno il criterio logico della storia e si sviluppano forze antagonistiche incapaci di creare uno stabile equilibrio ed in pari tempo vicendevolmente impotenti a superarsi, si va costituendo uno stato d’animo che necessariamente sboccherà ad una rivoluzione. La quale non potrà essere il portato delle correnti che oggi agiscono su la società italiana, ma un terzo termine che negherà entrambe le forze corrose e fruste per il reciproco sforzo ed antagonismo. Tanto più che i contendenti hanno un fine comune, che è il rafforzamento delia autorità dello stato, concepito come ente autoritario, intervenzionistico ed accentratore La reazione borghese tradotta in atto con un colpo di stato militare avrebbe lo stesso resultato pratico della rivoluzione socialistica la quale avrebbe costituito la ferrea macchina statale di un comunismo autoritario. Contro entrambe codeste concezioni politiche, antitetiche in apparenza ed identiche in sostanza, salvo il prevalere dell’una o dell’altra classe si accampa una terza concezione politica che per la prima volta sembra dotata di potenzialità di sviluppo e che nega entrambe le precedenti nettamente e risolutamente. È la concezione di una rivoluzione od evoluzione che dir si voglia (storicamente le due espressioni si equivalgano) della società italiana nel senso repubblicano, federativo, comunalistico, decentratore, sindacalistico e perciò libertario.

Vediamo intanto per quali motivi non ebbe luogo in Italia quella rivoluzione che in un certo momento tutti si attendevano.

Perchè una rivoluzione possa attuarsi e scoppiare effettivamente occorre un certo numero di coefficienti e di cause formative, che tutte debbono concorrere al fine, le quali possiamo così riassumere:

  1. Una condizione rivoluzionaria.
  2. Un ideale rivoluzionario;
  3. Delle capacità rivoluzionarie.

In Italia, nel dopoguerra, esistè il primo di detti coefficenti, nel modo più evidente mancarono invece il secondo ed il terzo.

Che la situazione della nazione italiana, al termine della guerra europea, fosse obbiettivamente ed intrinsecamente rivoluzionaria, niuno vorrà negare.

Tutti gli aspetti della vita nazionale concorrevano ad un tale resultamento che nei fatti mancò per esser venuto meno l’elemento soggettivo, per esser mancata insomma un’anima rivoluzionaria. Il popolo italiano era ed è afflitto da tutti i mali, che scoppiarono in una sol volta al cessare della economia artificiale del periodo bellico. Crisi alimentare, crisi finanziaria, crisi monetaria, crisi politica, impotenza delle classi dominanti, nullità ed assenteismo del potere regio, incoscienza generale e paralisi della volontà in tutti i partiti, in tutti i gruppi politici si assommarono al naturale malcontento ed alle grandi sofferenze prodotte da una guerra sì lunga e sanguinosa ed alla delusione per i resultati della vittoria. Per lungo tempo la società italiana se ne andò alla deriva, senza orientazione e senza meta. La nave poteva essere preda di quella qualunque ciurma organica e volitiva che avesse voluto impadronirsene. Ma qui cascò, anzi capitombolò l’asino.

Perchè venne meno l’animo e mancò un programma a coloro che avrebbero potuto compiere la rivoluzione e che avevano inalberato un preciso vessillo rivoluzionario.

Ed essi furono impari alla situazione perchè mancò loro un ideale rivoluzionario. Questo non può restringersi e identificarsi al programma di un partito, ma dev’essere qualcosa di più vasto e di più profondo, soprattutto di più comprensivo ed universale. E non può essere la copia esatta e pedestre di altra rivoluzione, di altro popolo, in condizioni economiche politiche e morali infinitamente diverse. La rivoluzione deve scattare dalle più intime fibre di un popolo. E non può essere l’abito a buon mercato, confezionato su un modello astratto, da potersi indossare bello e fatto, andandolo a scegliere nel grande magazzino della storia.

L’intransigenza del partito socialista e la sua pedissequa imitazione delle forme russe tarparono le ali a qualunque possibile rivoluzione italiana. Il partito socialista, allora unanime, impostò il problema in un modo molto semplice, col suo solito dommatismo.

O la rivoluzione comunistica, come esso la concepiva, o meglio la ricopiava esattamente dal modello russo, o niente. Rifiutò qualunque discussione, ogni intesa o contatto con le altre forze rivoluzionarie, comunque esse fossero. Si rinchiuse nel suo guscio, tappò le orecchie a qualunque voce esteriore. Si irrigidì in un assolutismo spirituale che lo straniava ogni dì più dalla vita reale della nazione, pretese la disciplina monastica perinde ac cadaver. E con ciò troncò l’alito ad ogni concorrente opinione, impedì il formarsi di quella valanga rivoluzionaria che sola può infrangere un regime il quale, benché bacato, presenta pur sempre notevoli forze di resistenza. Non volle fare la rivoluzione insieme con altri e non seppe farla da solo. Codesto suo semplicismo del resto era il prodotto della sua stessa dottrina, la quale si era riflessa nel suo ordinamento interno.

Il partito socialista pretese identificare la classe operaia con sè stesso negando il carattere rivoluzionario a tutte le altre correnti del pensiero rivoluzionario. Peggio ancora, pretese identificare il socialismo in senso lato, col comunismo in senso strettissimo, che è solo una particolare concezione arbitraria ed autoritaria dell’avvenire sociale.

Tutti coloro che non volevano ingoiare in blocco il suo preteso marxismo ed il suo ostentato comunismo, naturalmente se ne stettero in disparte, essendo perfettamente naturale che non volessero sottomettersi a principi ai quali non credevano. Il partito socialista accomunò tutti coloro che non erano supinamente con esso in una specie di blocco antisocialista, mentre sostanzialmente divenne esso un partito contro la nazione: pose a fascio Vittorio Emanuele III e Filippo Corridoni, Salandra e Mazzini, il partito popolare e gli anarchici individualisti.

E li bollò in blocco come borghesi ed antirivoluzionari. Solo rivoluzionario, per diritto divino, era e poteva essere il partito socialista. Ma se mancò un ideale rivoluzionario, mancarono anche e più gravemente le capacità rivoluzionarie. Mancarono nei capi e nei gregari.

In questi ultimi perchè era stata troncata da anni ogni spontaneità, ogni iniziativa individuale, ogni energia autonoma. Essi erano divenuti ingranaggi della grande macchina, asserviti ad una disciplina prussiana, contraria all’indole ed all’anima del popolo italiano. Assoggettati da trent’anni ad una propaganda e ad un’azione riformistica, costante in un partito che aveva un carattere sopratutto parlamentare. Nessuna rivoluzione fu compiuta mai dai parlamentari. Ed è difficile che le pecore si mettano a mordere d’improvviso: nella storia non avvengono miracoli. Questi sono relegati nella Storia Sacra. Quindi le masse non risposero e non potevano rispondere, perchè attendevano l’appello dei capi, i quali, a loro volta attendevano l’indicazione delle masse. In codesta duplice attesa, tutte le opportunità rivoluzionarie svanirono. Ne è a dire che non si fossero presentate. I moti di Ancona (che furono opera di repubblicani e di anarchici) il movimento dell’occupazione delle fabbriche (movimento e tattica sindacalistica) potevano essere ottima occasione per un serio tentativo rivoluzionario.

Ma interrogato il morto, non rispose. La pseudorivoluzione proletaria non vide alcun Pisacane, pronto a gettarsi allo sbaraglio ed alla morte per creare un fatto di eroismo, alcun Mazzini marciante tra i disperati dell’invasione di Savoia, e nemmeno alcun Cattaneo pronto ad accettare la responsabilità e la dirigenza di un movimento al quale non aveva creduto e che aveva deprecato fino all’ultimo. Ma questi erano patriotti e borghesi per i nuovissimi rivoluzionari a…. piè fermo.

La grande macchina al momento storico e decisivo non funzionò, e non poteva funzionare perchè era stata costruita per la riforma e non per la rivoluzione, e non poteva essere sufficiente cambiare all’ultima ora il nome del fabbricante e da Tedesco tradurlo in Russo. Sicché l’enorme vittoria elettorale del socialismo politico segnò in pari tempo la definitiva catastrofe di ogni sua velleità rivoluzionaria. Il gran corpo è destinato a morire di degenerazione grassa che gli arriva al cuore. Oggi la delusione e lo scoramento delle masse sono enormi. Troppo vaste, troppo precise e puntuali furono le promesse: troppo rapida e troppo violenta la ripresa di contatto con la realtà. Mentre si andava compiendo il processo di involuzione interna del socialismo politico in senso riformistico assumevano vivacità e gagliardia le forze antagonistiche — a buttarlo in breccia con energia nuova e inusata.

Innanzi tutto riprendeva forza e coesione lo Stato. F. S. Nitti, l’uomo di burro, aveva avuto la geniale idea da poliziotto napoletano, di rifare un esercito regio che nella grande guerra erasi disciolto nella universalità dell’esercito nazionale. E l’aveva rifatto sotto forma di guardia regia, in modo che lo Stato per un certo momento quasi inerme ed impotente riacquistò rapidamente una forza strumentale nuova e formidabile.

In pari tempo sorse e dilagò il fenomeno fascista, che occorre esaminare serenamente. Diciamo subito che il fascismo non ci tocca. Noi non siamo e non fummo fascisti: ma fummo e siamo irriducibilmente sindacalisti rivoluzionarii, perciò in aperto dissenso col fascismo per le sue origini, per il suo programma per i suoi modi.

Ma non possiamo disconoscere che il fascismo è oggi una forza operante nella società italiana contemporanea e dobbiamo considerarlo e giudicarlo con assoluta obiettività. I socialisti molto semplicisticamente lo tacciano di essere una guardia borghese, una creazione difensiva capitalistica. Il che non spiegherebbe ancora nulla, perchè la borghesia evidentemente ha tutto il diritto di difendersi, ed il socialismo politico avrebbe pur sempre errato di gran lunga nel considerarla come spenta ed impotente, e come facile preda del suo assalto… che non veniva mai.

Ma nel fascismo vi è non solo una corrente d’innegabile conservazione borghese, ma anche una corrente idealistica, costituita da tutti i giovani cui repugnava l’antipatriottismo dei socialisti, la snazionalizzazione che stava nel loro programma. Vi è l’anima della guerra e della vittoria, ossia di grandi fatti storici che i socialisti non vollero mai comprendere, ai quali rimasero ostinatamente chiusi, fenomeno d’incomprensione piuttosto unico, che raro. Il fascismo li sorprese, come li aveva sorpresi la guerra. E portò loro dei rudi colpi. Chi predica la violenza e non la traduce in atto mai è già in una situazione difficile. Ma quando trova uno più violento di lui che picchia sul serio, viene rapidamente travolto e sconfessato da quell’opinione delle masse che è pur sempre l’elemento determinante e decisivo in tutte le situazioni storiche.

Così colui che fa il prepotente nella vita privata. Guai se le piglia una prima volta da uno più piccolo di lui: in breve tempo diverrà quello che i Milanesi chiamavano il materasso delle botte. Il mito di Davide e Golia si rinnova. Rinaldo Rigola, unico veggente forse nella compagnia degli orbi potè dire al Congresso di Livorno che in complesso le avevano pigliate sonore.

Il fascismo non abbattè il socialismo: sotto il socialismo politico sta la perenne umanità del movimento operaio che non può essere domato con le revolverate e con le bombe a mano e con le spedizioni punitive. Ma buono o cattivo esso sia, il fascismo fu il reagente che produce nel pentolone socialistico il fenomeno di precipitazione. A parte alcune bolle di superstite evanescente rivoluzionarismo comunistico che affiorano gorgogliando alla superfice, la grande massa è piombata in fondo al calderone, omogenea, compatta, gelatinosa. Prendetene in mano una cucchiaiata, assaggiatela, fatene l’esame chimico. Non vi è dubbio possibile: è riformismo puro.

Tale il processo storico della fu rivoluzione. Tale la grandezza e la decadenza del rivoluzionarismo del socialismo politico. Tale la funzione catalistica del fascismo, il quale a sua volta dovrà scomparire e non riuscirà a costituirsi in partito, perchè gli manca una ragione positiva di esistere benché vada disperatamente brancolando in cerca di un programma economico, che non potrà mai raggiungere in causa della sua stessa diversa, origine e composizione.

Tra codesti rottami di un’epoca oramai chiusa, spetta agli uomini di buona volontà tracciare una nuova via e ricominciare.

A. O. OLIVETTI