Alceste De Ambris commenta la Carta del Carnaro (1920)
Il nuovo ordinamento costituzionale
illustrato dal Capo di Gabinetto
COMANDO DI FIUME D’ITALIA
BOLLETTINO UFFICIALE
No. 33 Fiume d’Italia, 11 Settembre 1920 Anno I
[Immagine di apertura: Alceste De Ambris, Luisa Baccara, Harukichi Shimoi, Giovanni Bonmartini e Vittorio Margonari ]
Giovedì 9 corr. il Teatro Fenice offriva il consueto incomparabile spettacolo di vita fremente di entusiasmo prorompente e magnifico, di migliaia di persone – cittadini in maggioranza assoluta – inneggianti alla grandezza di Fiume e dell’Italia. Non fu soltanto una conferenza illustrativa della Costituzione fiumana, quella tenuta giovedì sera, dall’on. De Ambris, quanto piuttosto una riconferma del plebiscito popolare di consentimento alle nuove forme di vita di cui oggi si occupa la stampa degli alleati e dei nemici, accennando irosamente alla «Reggenza italiana del Carnaro» oramai proclamata per volontà unanime degli italiani di Fiume.
L’altissimo significato della serata fu pienamente compreso dai cittadini. Il Teatro fu letteralmente preso d’assalto. Non un posto rimase libero; e sebbene la conferenza fosse fissata per le 21.30, già alle 21 la platea e balconata formicolavano di spettatori impazienti: e mezz’ora dopo una marea tumultuosa di folla riempiva ogni angolo del vasto teatro, si accalcava fittissima nei palchi, gremiva persino i corridoi e il palcoscenico.
L’arrivo del Comandante fu salutato da una clamorosa trionfale ovazione. Sporgendosi dal palco — dove era giunto col generale Ceccherini e con altri ufficiali del Comando — Gabriele d’Annunzio, sorridente, salutò replicate volte la folla acclamante, sventolando un fazzoletto tricolore. Quasi subito comparve sul palcoscenico l’on. Alceste De Ambris; e la immensa manifestazione rinnovò tra grida e applausi che non finivano più, tra un crescendo frenetico di alalà gridati a perdifiato da migliaia di petti. In una breve sosta si udì la voce del Comandante gridare «Per la Reggenza del Carnaro, che è la annessione reale e irrevocabile all’Italia, alalà», grido seguito da una eco formidabile eli acclamazioni.
Ristabilitosi il silenzio, il Capo di Gabinetto del Comandante comincia l’illustrazione della nuova Costituzione. Egli dice:
La Conferenza
La storia ha segnato ieri una data memorabile: Fiume ha dichiarato la propria indipendenza e si è data la sua costituzione. Le domande s’affollano: Come sorse l’idea? Come s’impose fino a diventare splendente realtà? Quanto venne deliberato ieri, inni è forse la negazione pratica dell’ideale volontà che mosse i Legionarii da Ronchi, della volontà figliale tante volte affermata e confermata da Fiume: l’annessione all’Italia?
A queste domande risponde la dichiarazione «della perpetua volontà popolare» che precede gli articoli della Costituzione; dichiarazione così eloquente e precisa da non ammettere equivoci. Fiume è ancora e sempre deliberata a voler l’annessione, invano fin qui reclamata.
Nessuna contraddizione nella nostra condotta: soltanto la strania prepotenza che non ci è dato di debellare per la nostra pochezza numerica e per la indecisa volontà di chi regge lo Stato italiano, ci costringe a ricercare l’estrema difesa del diritto di Fiume in un suo ordinamento politico indipendente. Dopo aver constatato la impossibilità attuale d’indurre il Governo di Roma ad osare una virile affermazione del diritto italiano contro il rapace capitalismo internazionale, ci siamo dovuti convincere che i termini del problema fiumano non sono più quelli di un anno fa. Oggi l’invocata annessione di Fiume allo Stato italiano risulta impossibile; ed è per questo, unicamente per questo, che riconosciamo la necessità di costituire Fiume in Stato indipendente con l’unico mezzo che ancora ci resta per salvaguardarne i diritti che si vogliono calpestare ed i beni che si vogliono usurpare per opera di quel «trust» mondiale» degli stati ricchi che ha assunto per irrisione il nome di Società delle Nazioni.
È opportuno che non si lasci sorgere equivoco a questo proposito: Se domani l’annessione si ravvisasse nuovamente possibile, noi torneremo a propugnarla con la stessa fede di ieri, nella sicurezza ch’essa sia la garanzia più valida per il diritto italiano di Fiume.
L’esempio luminoso
Ma poiché Fiume è per antonomasia la «Città di Vita» non vuole attendere nell’inerzia passiva una fine gloriosa, come quei viandanti che s’addormentano sotto la neve per non risvegliarsi più nella mortale stanchezza che li seduce al riposo senza termine. Fiume scuote gli indugi e, senza attendere dai Caiphas della ingiustizia internazionale la sentenza ribalda, segna ancora una volta con la sua volontà il suo destino in faccia al Mondo folle e vile, che non sa consentire e che non osa impedire.
Ma il Comandante, constatata l’inutilità di attendere più a lungo chi non vuol ascoltare la voce di Fiume e la necessità di apprestare nuove difese, ha detto:
— Poiché la prepotenza e la viltà che dominano il Mondo ci costringono a tanto, diamo ad Mondo l’esempio di una Costituzione che in sè accolga tutte le libertà e le audacie del pensiero moderno, facendo rivivere le più nobili e gloriose tradizioni della nostra stirpe. Una costituzione veramente latina, che fucini e temperi nell’antica civiltà del nostro popolo quanto di più vero gli altri popoli ci offrono come norma di vita collettiva. Così Fiume perpetuerà la sua missione o rimarrà, un faro lucente nel tenebroso in cui brancolano le genti in cerca di una via.
Mi sia permesso d’illustrare i caratteri specifici che più differenziano dagli altri la Costituzione adottata da Fiume. Quasi tutti gli articoli della parte generale non fanno che codificare le conquiste antiche e recenti della democrazia: uguaglianza giuridica dei cittadini, garanzie di libertà individuali, tutela efficace contro gli abusi del potere. Tuttavia anche in questa parte vi sono alcuni punti che meritano di venire segnalati.
Gli art. 4 e 6 stabiliscono in modo preciso la perfetta uguaglianza civile e politica dei due sessi. Questa uguaglianza era già riconosciuta per buona parie dalla legislazione vigente per le donne fiumane: ma esse hanno meritato di vederla completata per la coscienza civica, per lo spirito di sacrifizio e per la fiera volontà di cui hanno dato prova costante nel lungo periodo della non ancora conclusa lotta che Fiume sostiene contro il Mondo. Alla perfetta uguaglianza dei diritti corrisponde d’altro lato la perfetta uguaglianza dei doveri: l’articolo 47 stabilisce l’obbligo del servizio militare per tutti i cittadini della Repubblica, senza distinzione di sesso.
I diritti del lavoro
Fra i diritti del cittadino — oltre quelli contemplati da tutte le più libere costituzioni democratiche — alcuni altri sono affermati in consonanza dello spirito dei tempi. Così l’art. 8 enumera fra i diritti garantiti dalla Costituzione il lavoro compensato con un minimo di salarlo sufficiente a ben vivere, l’assistenza in caso di malattia o d’involontaria disoccupazione, la pensione per la vecchiaia. Noi pensiamo infatti che la Società non possa imporre ai suoi componenti per la sua esistenza e la sua difesa obblighi che vanno fino al sacrifizio della vita, se non assicura ad essi almeno quel minimo indispensabile indicato nell’articolo sopracitato, in difetto di che ogni altro diritto legale diventa nel fatto irrisorio e nullo.
È questo un primo riconoscimento del valore sociale del lavoro, completamente trascurato nelle costituzioni puramente democratiche, che nella nostra è con maggiore ampiezza confermato all’art. 9 che» definisce la proprietà come una funzione sociale, non come un assoluto diritto o privilegio. Perciò il solo titolo di proprietà su qualsiasi mezzo di produzione e di scambio è il lavoro, che rende la proprietà stessa fruttifera a beneficio dell’economia generale. Quest’affermazione, apre senza dubbio la via ad ogni più audace trasformazione sociale, ma non pretende di fare anticipazioni artificiose che sarebbero inevitabilmente destinate a fallire.
Ma dove il concetto sociale della Costituzione risulta più chiaro e dove la nuova organizzazione costituzionale presenta caratteri di maggiore originalità, è ai Capitoli sulle Basi costituzionali e sui poteri della Repubblica. Le costituzioni puramente democratiche considerano soltanto il «cittadino» come entità astratta: milionario o miserabile, lavoratore o fannullone, intelligente od idiota, colto od ignorante, il «cittadino» rappresenta il perno democratico, l’elemento basilare unico ed indifferenziato delle più ammirate costituzioni.
Soltanto negli ultimi tempi, sopratutto per l’evidenza in cui lo ha posto la guerra, ci si è accorti del valore sociale preponderante che assume ogni giorno più il lavoro organizzato, di fronte al quale il «cittadino» impallidisce sempre più. È troppo chiaro oramai che la Società — meglio: le Società — volgono verso un assetto che rammenta quello che fu la gloria e la forza del Comune Italiano dal secolo IX al secolo XIV, in cui le arti, e cioè le corporazioni dei cittadini produttivi, erano padrone dello Stato ed anzi costituivano in qualche modo esse stesse lo Stato.
Il posto dei produttori
Perciò ci è sembrato temerario ricorrere a quell’assoluta attribuzione dei poteri statali alle rappresentanze dei produttori, che gli Ordinamenti di Giustizia di Giano della Bella riconoscevano alle Arti e la Costituzione della Repubblica Russa riconosce ai Consigli degli operai, escludendo da ogni diritto politico chi non compia un determinato lavoro. Aggiungiamo che ci è sembrato improvvido anche riguardare come «lavoro» soltanto il lavoro manuale e come cittadini produttivi soltanto gli operai propriamente detti. La Costituzione afferma anzi, che non solamente il lavoro dell’intelligenza — scientifico. artistico, tecnico ed amministrativo — debba essere considerato come socialmente utile quanto il lavoro manuale; ma che anche il lavoro di chi organizza la produzione o lo scambio debba avere uguale considerazione.
Il capitano d’industria che applica la sua intuizione, qualche volta geniale, ed i suoi studi, spesso lunghi e profondi, per creare forme nuove e più redditizie di produzione o di scambio, con una somma pesantissima di responsabilità, con un lavoro personale intenso, non di rado prolungato fino all’esaurimento, porta un contributo notevole e positivo all’economia generale e non può esser certo considerato come indegno di esercitare i diritti che spettano all’operaio che assolve con otto ore di fatica quotidiana il suo dovere sociale. Del resto il tentativo già fatto in Russia di escludere tutti coloro che non sono operai manuali dal possesso dei diritti civili e politici ha dato risultati così poco incoraggianti, che la Repubblica dei Consigli deve fare oggi ogni sforzo per attivare nuovamente i capitani d’industria, i tecnici e gli amministratori nel campo della produzione reso sterile dall’assenza di capacità direttive: come è costretta a ricorrere ad ogni mezzo per restituire alla vita sociale quei segni di nobiltà che soltanto gli artisti e gli scienziati possono imprimerle.
Per tutte queste considerazioni di fatto la nostra Costituzione non pretende distruggere il vecchio tronco democratico: ma vi innesta sopra le concezioni nuove.
Il «cittadino» esiste ancora — come continuerà ad esistere fino a che il lavoro non abbia perfezionato la sua organizzazione —; ma la vecchia astrazione democratica è assai diminuita d’importanza. Lungi dall’essere sovrano assoluto, il «cittadino» deve far larghissima parte dei suoi poteri al produttore manuale ed intellettuale che gli sorge accanto e che — questa è la nostra convinzione — finirà col prendere tutto il posto, non appena esca di minorità.
Quei Consigli Economici che sono invocati con tanta insistenza trovano dunque un posto ben degno ed assai ampio nella nostra Costituzione che stimola ed inquadra l’organizzazione del lavoro ed assicura alle sue rappresentanze dirette larghe funzioni legislative, esecutive e giudiziarie.
Il Potere Esecutivo
Per quanto riguarda il Potere Esecutivo si è presentato il solito dilemma: Parlamentarismo o Presidenzialismo? Ognuno conosce i pregi e sopratutto i difetti di ciascuno dei due sistemi. La commedia politica che si giuoca da tempo in America fra Wilson da una parte e la maggioranza del paese dall’altra, con incalcolabili conseguenze per tutto il mondo, dimostra meglio d’ogni lunga disquisizione i pericoli del sistema presidenzialistico, che assomma in un uomo solo e per un periodo assai lungo tutto il potere esecutivo.
I pericoli e i danni del parlamentarismo ci sono troppo noti per diretta esperienza perchè occorra illustrarli. Basterà ricordare come, durante la guerra, fosse sentita l’inferiorità dei paesi retti a sistema parlamentare, con un potere esecutivo in balìa delle ambizioni, degli interessi e degli intrighi dei membri d’un’Assemblea non di rado ignara, irresponsabile, isterica.
La nostra Costituzione cerca di sminuire, se non di eliminare, gli inconvenienti di entrambi i sistemi, conferendo al potere esecutivo una certa stabilità che lo sottrae all’alea delle cabale e dei colpi di mano parlamentari per un tempo sufficiente a realizzare un programma immediato (un anno): ma non così lungo da costituire una minaccia seria pel caso che ad un certo punto esso potere esecutivo si mettesse in contrasto con la volontà della nazione.
Inoltre fi potere esecutivo è esercitato collegialmente dai sette commissari che lo compongono, fra i quali il Presidente è un «primus inter pares»; ed anche questa ci sembra una valida garanzia contro ogni eventuale abuso.
Una figura costituzionale suggerita dal fatto presente e che è apparsa necessaria per consolidare l’architettura della Repubblica è quella del Comandante. Essa non esiste in nessun’altra Costituzione: ma esisteva nell’antica repubblica romana col nome di «dictator». È nei momenti eccezionali, gravi e pericolosi per la Repubblica che sorge questa figura, per scomparire con lo scomparire del pericolo. La brevità del tempo in cui al Comandante restano affidati i pieni potori (sei mesi) ci sembra tutela sufficiente contro ogni sorpresa.
Le autonomie locali
Una delle difficoltà più gravi che si è presentata nel tracciare il Disegno della Costituzione è stata quella della diversità delle razze e delle lingue dei cittadini della Repubblica. Fiume è senza contestazione una città Italiana: ma per piccolo che possa essere il territorio della Repubblica, e quand’anche risultasse composto del solo «corpus separatum» non sarebbe meno vero che una parte della popolazione è slava di razza e di lingua.
Ci siamo chiesti perciò come si porrebbe risolvere il problema ed abbiamo trovato nell’antica sapienza romana e nell’esperien-za moderna la risposta: soltanto un sistema di larghe autonomie locali ed uno spirito di grande tolleranza può rendere possibile la convivenza pacifica di varie razze in un medesimo aggregato politico.
La Confederazione Elvetica — che sotto molti aspetti presenta una situazione analoga a quella in cui si trova la nostra Repubblica — ci offre l’esempio significantissimo di un Cantone — come quello dei Grigioni — dove 50 mila tedeschi, 37 mila romanci e latini, 18 mila italiani, divisi per giunta in protestanti e cattolici, possono convivere in pace unicamente perchè a ciascuna razza è riconosciuto il diritto di serbare la propria lingua e le proprie costumanze in seno all’aggregato politico cui appartiene. Roma potè reggere per molti secoli il mondo accordando il diritto di cittadinanza a tutti i popoli dell’Impero col rispetto per i costumi e per la lingua di ciascuno.
Abbiamo citato un fatto che appartiene alla storia di un lontano passato e che riguardava un Impero immenso, accanto ad un fatto attuale che riguarda invece un piccolo territorio e poche migliaia di uomini, perchè ci sembra che entrambi, nella loro diversità di tempo e di entità, concorrano a stabilire una verità sola.
Perciò la nostra Costituzione stabilisce l’autonomia comunale più larga e completa; che ci pare indispensabile — oltre che per le ragioni già dette — in considerazione anche del fatto che se si esamina la situazione della sponda orientale dell’Adriatico vediamo ripetersi ovunque lo stesso fenomeno: le comunità italiane sono quasi tutte marittime, industriali e commerciali, mentre le comunità rurali sono costantemente slave. Alla divisione etnica corrisponde dunque, «grosso modo», una divisione economica che concorre a rendere più necessario il regime di autonomia comunale che la Costruzione contempla.
A completare questo criterio costituzionale, il capitolo che tratta dell’Istruzione Pubblica offre ad ogni minoranza tutte le possibili garanzie per quel che riguarda il patrimonio linguistico che dev’essere considerato come sacro diritto per ogni razza.
Non vi è dubbio che di due civiltà diverse le quali si trovano in permanente contatto, o piuttosto in una continua interferenza, su di uno stesso territorio ed in seno al medesimo aggregato politico, quella che ha in sè stessa minori elementi vitali è destinata a soggiacere di fronte alla civiltà più alta. Ma questo non può e non deve avvenire per sovrapposizione violenta, sibbene per intrinseca virtù. Noi che sentiamo tutto l’orgoglio di essere italiani e che tali vogliamo ad ogni costo rimanere, non possiamo essere così poco fiduciosi della nostra antica civiltà che si è già tante volte rinnovellata in nuove meravigliose giovinezze, da dubitare che possa non uscire trionfante nella prova e che per salvarsi debba essere assistita dalla sopercheria legale o la violenza brutale.
Il porto e la ferrovia
Ma se intendiamo così di offrire nuovamente un pegno della larghezza dello spirito latino creatore del concetto della libertà civile e del diritto delle genti, non intendiamo per questo di subire passivamente menomazioni od offese all’Italianità nostra. Perciò la Costituzione riafferma il pieno diritto di Fiume alla proprietà perpetua ed inalienabile del porto e delle ferrovie, vie che sono nel suo territorio, pur assicurandone l’uso libero e con pari diritti per tutti i popoli amici che hanno bisogno di servirsene come sbocco commerciale.
La rivendicazione di questo diritto non ha soltanto un valore economico. Solo alla cecità ed al superficialismo ignorante di qualche politicastro può sfuggire che il porto e la ferrovia di Fiume in mani non italiane significherebbe la snazionalizzazione della città entro dieci o vent’anni, mediante l’immissione artificiosa di elementi estranei che altererebbero il rapporto demografico ora esistente.
La Costituzione provvede pure ad armare la Reggenza dei mezzi difensivi necessari per salvare l’italianità di Fiume da una conquista straniera che fosse eventualmente tentata per mezzo della banca e dell’industria.
Così col rispetto verso gli altri vogliamo garantire il rispetto dei nostri supremi diritti.
Lo spirito animatore del Disegno di Costituzione è tutto qui: audacia novatrice, libertà, giustizia, autonomie funzionali e locali amplissime. Prevediamo che qualcuno troverà la Costituzione troppo spinta e chi invece la troverà troppo timida. È umano che sia così: ma noi vogliamo rammentare ai primi che una sana audacia può evitare il tormento di lunghe convulsioni violente, dappoiché le novità che sono accolte nella Costituzione rappresentano il minimo delle aspirazioni che agitano il mondo in quest’ora di crisi dolorosa, e speriamo feconda. A coloro invece che troveranno la Costituzione troppo timida rispondiamo che d’Annunzio ha cercato di costruire sulla realtà, senza spaventarsi di nulla, ma anche senza dimenticare che la legge non può creare le forze nuove. Esse devono scaturire dalla coscienza delle masse e dalla necessità che le sospingono. La legge come abbiamo già detto, può soltanto codificare uno stato di fatto che diviene all’infuori di essa nella vita sociale attraverso il gioco dei contrasti economici e colla formazione di nuove capacità tecniche e morali ed è legge buona quando non ne impedisce, ma anzi favorisce e sollecita lo sviluppo delle energie sociali più vergini verso una maggiore giustizia. Tale è la legge fondamentale della Reggenza italiana del Carnaro: non una barriera ma una via aperta verso l’avvenire. Agli uomini di buona volontà e di sicura fede spetta risuscitare le forzo perchè su quella via il cammino di questa generazione e di quelle che verranno sia più rapido e lungo.
La fede: forza feconda
Vi sono infine gli scettici che tentennano il capo perchè trovano che la Costituzione è troppo bella. A questi ultimi riportiamo una parola di fede, poichè sappiamo bene che soltanto la fede potrà portarci al compimento del nostro proposito. La fede operosa, la felle eroica, la fede che sa santificarsi con sangue: ecco la sola forza veramente feconda nel mondo.
Cristo diceva ai farisei: voi non avete fede e chiedete miracoli! Io vi dico: abbiate fede e vedrete il miracolo.
Fiume ha già offerto un miracolo di fede resistendo contro tutte le potenze sterminate del mondo avverso, divinamente sola durante ventitré mesi. Fiume deve offrire quest’altro miracolo di fede realizzando il sogno di bellezza, di libertà, di giustizia, che il Comandante le ha descritto come una nuova religione umana, che non annulla le credenze di alcuno, ma tutte le integra e le esalta.
«La vita è bella e degna che veramente e magnificamente la viva l’uomo rifatto intero dalla libertà:
l’uomo intero è colui che sa ogni giorno inventare la sua propria virtù per ogni giorno offrire ai suoi fratelli un nuovo dono;
il lavoro, anche il più umile, anche il più oscuro, che sia bene eseguito tende alla bellezza e orna il mondo».
O cittadini che avete così a lungo atteso la parola santa della vostra liberandone spirituale, non meno che della vostra sicurezza nazionale! O Legionarii che siete venuti a Fiume come ad una fonte inesauribile dell’ideale di cui aveva sete l’anima vostra! Mai parola più umanamente santa fu detta! Mai ideale più santamente umano fu inalzato come un faro sui mondo!
In alto i cuori! Comincia il travaglio doloroso e gioioso consacrato all’apparizione dell’uomo nuovissimo, alle trasfigurazioni ideali delle opere e dei giorni, alla compiuta liberazione dello spirito sopra l’ansito penoso e il sudore di sangue».
La decima corporazione, la cui «pienezza è attesa come quella della decima musa» accende la sua lampada ardente. Alimentiamo la fiamma con la nostra fede forte.
Per il futuro che non può mancare a chi ha l’anima pura e il cuore saldo;
per il lavoro affrancato e reso padrone del mondo;
per l’Italia nostra; per Fiume nostra;
per il promulgatore della nuova legge di giustizia ;
«Alalà!»
Le ultime vibrate parole dell’oratore che nei punti più significativi dell’importante e chiara conferenza è stato interrotto da segni di approvazione e di plauso, sono coperte dalle acclamazioni. Tutti si levano in piedi. L’intensità di ogni precedente manifestazione sembra superata, mentre tutti gli occhi si volgono a Gabriele d’Annunzio, ed è in ciascuno l’attesa ansiosa di udire la parola del Capo.


