F. T. MARINETTI E IL FUTURISMO,  FASCISMO,  PRIMA GUERRA MONDIALE

Alberto Cappa: Filippo Tommaso Marinetti o il pessimismo sociale d’un ottimista individuale (1923)

Filippo Tommaso Marinetti o il pessimismo sociale d’un ottimista individuale
Alberto Cappa
Rivista di Milano

maggio-giugno 1923, pp. 200-206.

Per definizione l’artista è un individuo che, sopratutto quando ha la sorte di nascere in periodi di intense agitazioni sociali, si pone au-dessus de la mélée: la sua partecipazione alle lotte politiche è sempre breve, frammentaria, contingente, secondo la sua natura essenzialmente individualista, mobilissima, dominata da una sensibilità varia, diretta dalle più opposte e contradittorie impressioni, non soggetta ad un fine costante.

Ancora pochi giorni or sono il commissario della Repubblica dei Soviety, Leone Trotski, parlando di Marcel Martinet, un artista francese in cui la passione di parte è superiore al reale valore artistico, criticava in Romain Roland, il tipo di artista che si pone al disopra della mischia e che, al momento dell’azione, si arresta sempre, titubante ed incerto.

La critica del Trotski era in realtà diretta ai maggiori, se non a tutti, gli artisti russi, i quali, dopo una prima adesione al moto rivoluzionario russo, che i loro scritti, rivelatori degli orrori e dei delitti del regime zarista, avevano preceduto, determinando l’atteggiamento della pubblica opinione europea verso la Russia degli Zar, se ne sono ritratti con disgusto.

Leonida Andreieff, che nella sua «Storia dei sette impiccati» e sopratutto nel «Riso rosso», aveva scritto pagine decisive e definitive contro lo zarismo, muore nei 1920 in Finlandia, esule, dopo aver lasciato un giornale, che testimonia della sua grande amarezza per aver assistito ai crollo del mito rivoluzionario, per aver visto fare «della religione della rivoluzione un mestiere».

Gorki, il solo grande artista russo che abbia seguito per un tempo relativamente lungo, l’opera dei Bolsceviki, dopo quattro anni di esperienza rivoluzionaria, emigra all’estero, da dove scrive quei suoi terribili pensieri sulla malvagità del popolo russo e sulla ferocia scatenatasi dalla Rivoluzione, il cui evento sembra quasi deplorare.

E, risalendo ad un passato non troppo lontano, l’atteggiamento di Vittorio Alfieri verso la Rivoluzione francese, e quello di Foscolo e di Sthendal, ambedue ufficiali volontari dell’esercito di Napoleone, sembrano testimoniare in modo definitivo come l’artista sia fondamentalmente incapace di accompagnare l’opera rivoluzionaria sino alle sue estreme realizzazioni e finisca sempre per uscir dalla mischia e porvisi al di sopra per afferrarla di uno sguardo sintetico e renderla nei suoi vari elementi di contrasto.

Nella visione che svolge, nella concezione che vuole precisare, anche il nuovo romanzo di F. T. Marinetti «Gli Indomabili» è il lavoro di una forte individualità che si pone al disopra della mischia umana e vuole abbracciarla tutta con uno sguardo sintetico.

Marinetti al di sopra della mischia! A chi non conosce che poco e superficialmente i suoi lavori, parrà un anacronismo!! Tuttavia i suoi «Indomabili» [non] sono soltanto il lavoro di chi si colloca al di sopra della mischia umana; ma anche un dramma di profondo pessimismo sociale!

Applicare a Marinetti la definizione di pessimista ha del paradossale; ma bisogna guardare a ciò che un artista fa, cioè a quel che produce, non a quello che dice di voler fare od incita a fare.

Così è vero che Marinetti in alcuni suoi manifesti, ormai passati di moda, volle lanciare la nuova teoria dell’ottimismo artificiale; ma il fatto è che tutta l’opera di questo Poeta, nei suoi tratti più salienti, nelle parti più personali, nelle produzioni che si giudicano le migliori, è tutta inspirata e dominata da un grande pessimismo.

Pessimismo, ottimismo: sono termini che indicano uno speciale stato d’animo, un particolare atteggiamento, non verso tutta la vita, ma verso certi aspetti della vita. Nulla, di più!

Il pessimista, che non può divenire il mestierante del suo stato d’animo, che non può fame un dogma, nè una religione, senza annullarne la sincerità e l’efficacia, in genere getta il suo pessimismo verso il mondo che lo circonda; ma verso sè stesso è ottimista.

Marinetti è pessimista verso i grandi sconvolgimenti sociali, in quanto mostra di non credere alla loro efficacia innovatrice, ma è ottimista per gli atti individuali.

Nell’opera di ogni artista, come d’ogni filosofo o scienziato, v’è un tema che ricorre in ogni sua manifestazione, sempre più svolto e precisato: è il tema del suo primo lavoro e chiude il suo ultimo sforzo. È il ritmo della sua vita; è quello che la definisce e la racchiude!

In tutta l’opera del Marinetti si ripete, sempre più svolto e precisato, il tema pessimista verso le possibilità innovatrici, realizzatrici, dei moti sociali.

Con «Gli Indomabili» il pessimismo di Marinetti verso i movimenti sociali, nelle loro possibilità benefiche per la massa, raggiunge una potenza di concezione ed una bellezza di visione, che fanno di questo romanzo a parer nostro, la sintesi più potente — per l’ampiezza del lirismo, per la ricchezza delle immagini, e per la bellezza dello stile, aderente perfettamente alla materia — dell’opera di Marinetti ed il lavoro più profondo ed originale della nuova letteratura.

Riassumerne la concezione non è facile; in un’isola fantastica, trivellata da un sole cocente d’incubo, giacciono in una fossa, incatenati, gli Indomabili: un centinaio di uomini, tutti nudi, irti di punte, con un collare di ferro da mastino; i polpacci, le cosce, i bicipiti stretti da cerchi, muniti di dentoni. Ebbri di ferocia, di crudeltà, gli Indomabili simboleggiano la natura umana, crudele, sanguinaria, pazza d’odio è di furore.

Sono essi infatti dei reduci della società umana, di cui rappresentano la più raffinata crudeltà, e sono dominati da carcerieri negri, ignoranti, museruolati come cani, perchè a loro volta, carcerati dai Cartacei, leggerissimi esseri simboleggianti il pensiero, vestiti di carta giallastra, rigata di scritture, portanti sulla testa un cappello circonflesso, formato da un libro nero, aperto e rovesciato; colla testa grigia, piatta, senza occhiaie, la bocca sempre aperta in forma di zero o di O meravigliato.

Gli Indomabili giacciono incatenati nella fossa sotto un sole di fuoco che centuplica la loro crudeltà, spingendoli a ferocie reciproche. Tutti paiono sotto un incubo da cui tentano di uscire coll’odio!

Ma coll’umidore e colla nostalgia del tramonto gli Indomabili vengono liberati dalle catene ed i [e dai?] carcerieri negri dalla loro museruola e vengono tutti condotti dai Cartacei nell’oasi dell’Arte e della Bontà.

È il dramma di ogni sera, e non diversamente dei Cartacei, nel pensiero del poeta, gli artisti conducono la umanità feroce e crudele agli attimi sublimi di distrazione, di, tenerezza!

A mano a mano che gli Indomabili entrano nell’Oasi dell’Arte, la dolcezza e la tenerezza li vince ed essi stirano le gote, ancora contratte dall’ira, per abbozzare un primo difficilissimo sorriso; ma i loro visi si sforzano goffamente, e non raggiungono l’espressione voluta: troppa cattiveria è ancora in loro.                                                ^

La commozione, suscitata in loro dalle bellezze della natura, li vince: tentano di cantare e non riescono, perchè l’odio è ancora troppo forte.

Finalmente giungono, guidati dalle orme luminose dei Cartacei, nel centro dell’Oasi, dove le arpe vegetali cantano una musica divina, che annulla ogni residuo di brutalità e di ferocia nelle anime degli Indomabili che aspirano «ad un sempre più vasto, spasimoso, consolante accordo» e lo realizzano (giacchè l’intensa aspirazione dà la realtà!) coll’apparizione del Lago della Poesia e del Sentimento, in cui si gettano, lavandosi della loro malvagità, in un vasto sogno di Bontà!

È il momento più alto del romanzo ed il lirismo di Mannetti si espande, in una ricchezza di immagini, rese con uno stile originalissimo: negri carcerieri ed Indomabili sognano per la prima volta un abbraccio fraterno; si abbracciano, e — per un prodigio compiuto dalla Tenerezza e dall’Arte — le punte dei cosciali, dei bracciali e dei cerchi frontali che li stringono, si piegano elasticamente.

«Il grande corale della foresta raddoppiò i pedali delle sue armonie fuggenti. Gli usignoli esasperavano i loro gorgheggi trillanti ed imploranti d’amore. L’apice di ogni grido fu toccato, e si sentiva che più su, un altro cielo musicale si spalancava, affamato di una più straziante dolcezza, su, su, verso l’essenza della Bontà Assoluta».

Finalmente Indomabili e carcerieri negri vedono col cuore!

È la massima aspirazione, e la massima realizzazione!

Poi il Romanzo precipita verso il rapido scioglimento.

Gli Indomabili continuando la loro marcia, giungono alla città dei Cartacei, la cui massa è in rivolta perchè aspira al lago della Poesia: gli Indomabili capeggiano il popolo in rivolta; ma non sanno come quello ondeggiare sulla corrente, quando la bufera rivoluzionaria scatenata, invade tutto e tutto spazza.

Gli Indomabili debbono sfuggire alla corrente scatenata ed escono dall’oasi… per tornare nuovamente alla fornace solare, all’amara realtà della vita, alla loro ferocia di condannati, torturati, torturatori di sè stessi.

I soldati negri tornano ad incatenare gli Indomabili, bestemmiando, li ordinano in colonna a forza di baionettate «sotto il sole che conquistando lo Zenit ristabilisce il suo impero di piombo fuso».

Poi i soldati negri offrono le loro teste sferiche ai Cartacei che le ingabbiano nuovamente.

Il dramma è sciolto!

Ricomincia un nuovo giorno d’incubo solare, di ferocia, di sofferenze.

In sostanza il Poeta in questo inferno di dolore, di lotta e di crudeltà, sempre rinnovantesi, della vita, non vede col suo romanzo che un’unica fonte di benessere, sia pure di un attimo, nelle Oasi dell’Arte.

Tema già apparso in Re Baldoria ed il Mafarka, che nel suo discorso di abbandono ai compagni, dopo la vittoria grida: «Ho abbandonato i frutti della vittoria a coloro che hanno l’anima usuraia, lenta e che amano agonizzare».

Anche in Re Baldoria il dramma si chiude colla nota pessimistica dell’eterno rinnovarsi «della fame e della sete morbose» del gran popolo dei Citrulli: «In verità io vi dico che quando vi sarete lungamente e rabbiosamente azzuffati con ferocia, intorno alle piramidali ricchezze del mondo, falciando le legioni dei vostri nemici, come papaveri… battendo e torcendo piramidali guerrieri, come panni bagnati, vi fermerete ad un tratto, senza più lena, come lavandaie stanche dopo lungo lavoro».

Forse perchè nella vita le grandi agitazioni ed i grandi rivolgimenti non sono che la materia incandescente su cui devono operare precisamente quelli che il Marinetti chiama «gli stupidi tatuatori i quali disegnano pazientemente sulla pelle figure simboliche per poi forarne come usurai i contorni» su cui infine operano i realizzatori dal lavoro lento, metodico, analitico, ci vuole «la cauta saggezza dei contabili», ci vogliono «le mani meticolose» per realizzare nei periodi di pace quel che i moti rivoluzionari hanno operato.

Verso quest’opera Marinetti è pessimista ed il nuovo libro è come la sua grande anima di artista: pessimista verso l’opera lenta, metodica del realizzatore; ottimista verso lo slancio dell’attimo, per il piacere che procura.

Alberto Cappa

  1. T. Marinetti, Gli indomabili, Stab. Ed. Porta, Piacenza.
  2. T. Marinetti, Re Baldoria, Treves, editore, MIlano.
  3. T. Marinetti, Mafarka, Ed. fut. di Poesia, Milano.