A proposito di socialismo nella Fiume dannunziana
Gastone Gorrieri
L’organizzazione bolscevica in Russia
La Testa di Ferro, 29 agosto 1920
Bolscevismo, nel significato volgare comunemente attribuitogli. significa confusione, rivolta, distruzione. Etimologicamente: governo dei più.
Fra queste due concezioni sta la rivoluzione. Il vizio è nell’etichetta che sovrasta le forze rivoluzionarie italiane, che vengono così caratterizzate dal controsenso, con cui si nomano. A parte tale dissonanza tra l’obbietto da raggiungere e il nome bandiera con il quale si vuole arrivare, noi crediamo utile precisare il significato che il termine ha nella Russia del cittadino Lenin.
Ormai la rivoluzione russa ha una sua letteratura, che pur difettando nei dettagli serve a precisare un fatto essenziale del capovolgimento economico-politico dell’ex impero degli zar. Nata sotto la paternità dei socialisti rivoluzionari, ha degenerato non nel suo contenuto che l’ha determinata e caratterizzata, ma negli uomini che speculando sul primo periodo sono gli attori dell’attuale. Non è ancora precisato il fenomeno Kerensky. Rimane ancora da definirsi il fatto che determinò la sua caduta.
Sadoul nelle sue lettere ad Alberto Thomas lo dice generato dalla debolezza dell’uomo che ha dato il nome alla prima fase del movimento. Altri invece ci dicono che esso abbia origine nello stato caotico che lo sforzo bellico aveva generato nelle cose e negli uomini. Il fatto si è che il colpo di stato leninista è stato operato dall’audacia di pochi e in un momento tragico per le sorti della Russia minacciata dagli eserciti tedeschi.
Ciò a noi poco importa. Quel che a noi preme fissare è l’attuale conformazione sociale russa nelle sue rispondenze con l’indirizzo del governo centrale. Ci manterremo nello stretto campo dell’obbiettività perchè riteniamo sia più utile per tutti l’esame del fenomeno che la negazione a priori di questo.
Il primo periodo kerenskiano non è caratterizzato che dall’abbattimento della oligarchia czarista e dalla convocazione dell’assemblea nazionale. Ben poche furono le realizzazioni socialiste che l’assemblea fu chiamata a legiferare, perchè il colpo di mano Trotzky-Lenin la inchiodò con la violenza nell’inattività.
Da questo momento comincia un vero periodo di storia economica e politica. Da un primo stadio di comunizzazione fatto di ebbrezza e di vagabondaggio, si passa ad un ordinamento cooperativistico con larga base d’intenti e di vedute.
Tale passaggio più che una volontà precisa dell’uomo che oggi governa la Russia, è un portato delle necessità partorite dalla realtà. La campagna fu per un primo momento completamente in balia di tutti. Nessun controllo, nessuna legge che ne determinasse e ne regolasse l’utilizzazione fu possibile applicare. E ciò per due ragioni: 1. L’immensità della distesa del suolo russo; 2. la mentalità arretrata del mugik.
Il governo centrale così incalzato dal pericolo-fame, impressionato dal subentrare nell’operaio la convinzione all’ozio, martellato dalle rivolte intestine e dalla guerra alle frontiere, fu costretto a riconoscere l’impossibilità di mantenere il primo ordinamento comunista.
Da qui la causa principale del distacco di Lenin dalle teorie del maestro di Treviri.
La campagna abbandonata. Il contadino deciso solo a lavorare per il suo esclusivo bisogno, osteggiando la città, e questa a sua volta minacciata dal pericolo della fame e con le industrie ferme. L’esperimento comunista aveva quindi urtato nella prima e insormontabile difficoltà: l’egoismo individuale. E crollò in una serie di ripiegamenti forzati, in un piano più umano: la cooperazione.
La grande repubblica dei consigli ha dovuto acconciarsi per le necessità di vita a regole più rispondenti alla realtà dell’individuo. E si può ben dire che del primo comunismo non rimangano più che i decreti rimasti inapplicati. Dell’industria ritornata sotto la direzione di uno, padrone in nome del governo, ma padrone, senza il controllo delle maestranze. La campagna si è ricostruita una fisionomia tutta sua particolare con uno spezzettamento in tante piccole proprietà facenti parte di un unico organismo di cooperativa che dirige e controlla la produzione e lo scambio.
A questo punto, mentre il senso-patria ha riacquistato il suo valore anche nel così detto «regno di Lenin», è logico domandarsi che differenza passa fra la repubblica sociale concepita dal Mazzini e la repubblica dei Consigli istituita dal signor Lenin. Noi nella sostanza non ne troviamo alcuna. E vorremmo anzi che in questo riconoscimento ritornassero anche gli uomini dirigenti il movimento operaio italiano; i quali dovrebbero trarre dal fenomeno russo l’ammaestramento per quella preparazione che oggi, a detta dell’on. Modigliani, il partito socialista non ha.
Purtroppo oggi una deformazione dell’idea annebbia completamente il mandato storico che il socialismo deve avere nel futuro sociale. Annebbiamento e deformazione che tengono lontani dal movimento stesso uomini che, come noi, sono stati e sono veramente e profondamente socialisti. Non abbiamo noi per primi reclamate le necessità della riforma istituzionale verso un orientamento che sboccasse nella repubblica sociale? E se questo è vero perchè oggi dovremmo noi negare la necessità che ieri abbiamo invocato? Chiariamo e precisiamo la portata sociale che ha il termine «bolscevismo» in rapporto alla realtà della sua applicazione in Russia e forse in quel giorno ci accorgeremo di essere anche noi bolscevichi. Bolscevismo che vuol dire «partecipazione delle masse al Governo» e non dittatura di alcuno. Repubblica sociale e non comunismo.
[Gastone] Gorrieri
Vedi anche: G. Ferracuti: D’Annnzio, De Ambris e la repubblica socialista di Fiume


